DI SALVATORE OCCHIUTO

SALVATORE OCCHIUTO

Dopo 33 anni il Regno Unito si congeda dalle istituzioni comunitarie. Nel referendum indetto sulla permanenza nell’Ue il LEAVE si impone con il 51,7 % sul 48,3% del REMAIN. Affluenza record ai seggi, circa il 72 %. Sono percentuali comunicate dalla Bbc alle ore 6 italiane. La sterlina crolla ai minimi storici e le borse sono nel caos. L’indice Nikkei a Tokyo registra -6,41. Pertanto il Regno Unito consegna l’Europa nelle mani della Germania. La battaglia contro l’eurocrazia di Bruxelles e la cessione, in realtà, il trasferimento di sovranità erano i perni della campagna elettorale dei sostenitori della Brexit. Nigel Farage, leader dell’Ukip, Partito per l’Indipendenza del Regno Unito, e l’ex sindaco di Londra Boris Johnson, capofila dei conservatori euroscettici. Farage pretende addirittura le dimissioni del premier conservatore Cameron che si era battuto per restare nella famiglia europea. Unico segno di continuità il governo conservatore sotto il quale l’Inghilterra aveva aderito all’allora Cee (1972) con Edward Heat e ora ne fuoriesce. Tuttavia il significato incontrovertibile del referendum è il conseguente mutamento sul piano geopolitico. La Germania di Angela Merkel, che aveva indirettamente assunto la leadership europea negli ultimi anni, diventa la nazione guida del vecchio continente. Un balance of powers su scala planetaria che subisce un’ennesima modifica nell’arco di pochi mesi. La dissoluzione del velleitario Brics (Brasile-Russia-India-Cina-Sudafrica), il quasi default dell’Argentina, la recessione di Turchia e Giappone, la stagnazione della vera tigre asiatica, la Corea del Sud, l’isolamento della Russia, il disgelo tra Usa e Cuba, il disastro sociale di Venezuela e Brasile, la deriva neo-autoritaria dei paesi della regione mittelbalcanica hanno ribaltato uno status quo che sembrava proiettato nel futuro. Un quadro delle relazioni internazionali che dovrà essere ridisegnato dopo le elezioni presidenziali americane di novembre che contrappongono due diverse opzioni di politica estera: l’isolazionismo di Donald Trump e il multilateralismo di Hillary Clinton.