DI SALVATORE OCCHIUTO

SALVATORE OCCHIUTO

Dal 1 luglio la Slovacchia assumerà la presidenza del semestre di turno dell’Ue per la prima volta. Un semestre a doppia condivisione dopo la riforma del 2009 che ha introdotto la figura del Presidente del Consiglio Europeo, oltre al datato Presidente della Commissione. La nazione investita deve coordinarsi con tali organismi e perde la funzione di rappresentanza a livello internazionale, vedi G7, demandata appunto al Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, ex premier polacco dal novembre 2007 al settembre 2014. Una responsabilità che ricade interamente sull’Europa dell’Est, Slovacchia+Tusk, che ha caratterizzato nell’ultima decade le dinamiche comunitarie con il graduale allargamento verso i paesi un tempo incorporati nella cosiddetta “cortina di ferro”.
“Quando la nave è nel mezzo di una tempesta deve avere un nocchiero esperto e saggio”. Questa celebre frase di Winston Churchill che rievoca pagine gloriose della storia inglese rappresenta l’incontrovertibile stato clinico della famiglia europea. Tuttavia il nocchiero investito, la Slovacchia, si adatta perfettamente al commento con cui il capo del Kgb Yuri Andropov spiegò a Breznev l’ascesa al soglio pontificio di Giovanni Paolo II. “Il peggio che poteva accadere”.
Dimenticare il passato significa ignorare il presente rinunciare al futuro. Un leit motiv sempre attuale. La Mitteleuropa costituisce il ventre molle del vecchio continente. La caduta del Muro di Berlino non ha allontanato il peso ingombrante del passato. L’allargamento di Ue e Nato verso Est è stato probabilmente affrettato e non analizzato nelle sue future proiezioni. La potenzialità delle risorse economiche e l’indifferibile prospettiva geostrategica di sottrarre alla secolare influenza russa tali stati, ha motivato l’espansione delle istituzioni euro-atlantiche. Organizzazioni che da esclusive sono diventate inclusive. Già questo primo passaggio ha snaturato Ue e Nato. Esclusivamente adesso risulta inequivocabile che la Mitteleuropa è il focus della crisi di identità dell’Europa. L’ Austria e il gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria) si oppongono strenuamente ad accogliere i migranti. Populismo, demagogia, xenofobia si diffondono senza diversità di connotazione politica in mancanza degli indispensabili anticorpi della democrazia. Anticorpi che la Svizzera ha dimostrato di possedere in occasione del referendum sul dispositivo di legge che sanciva l’espulsione diretta degli stranieri colpevoli di reati. Ma la Confederazione è uno stato democratico consolidato. L’Europa mittel-balcanica è invece ancora acerba. Socialdemocrazie e destre sono filoni di un background storico identico. L’appartenenza al Partito Popolare Europeo e al Partito Socialista Europeo sono mere classificazioni concepite per la suddivisione degli scranni nel Parlamento di Strasburgo. Il nazionalismo desunto dalle esperienze autoritarie-fasciste degli anni trenta e quaranta e il revanscismo delle cosiddette democrazie popolari ha generato un deleterio e pericoloso collante che impedisce il consolidamento della famiglia europea. Il Fidesz di Orban rievoca l’Ungheria dell’ammiraglio Horthy con l’appendice dello Jobbik, movimento di estrema destra, erede delle Croci Frecciate. La Polonia nazionalista del Presidente Duda, cresciuto nell’ombra dei fratelli Kaczynski, si richiama alla dittatura militare di Pilsudski, il cosiddetto” stato legionario”, che nella sua impronta cattolica-corporativa era equivalente alla Spagna di Franco, al Portogallo di Salazar, all’Austria di Dolfuss. Un’Austria che ha subito la deriva dell’estrema destra nazionalista, euroscettica, xenofoba che ha spaccato il paese a metà. Croazia e Slovenia ristabiliscono i confini in spregio al sogno europeo. A Zagabria ai socialdemocratici di Milanovic, nostalgici di Tito, subentra l’Hdz, destra nazionalista del padre della patria Tudjman, artefice dell’indipendenza del 1990. La Slovacchia con l’inusitata dichiarazione di disponibilità a ricevere eventualmente solo profughi di religione cristiana ha rinverdito l’epopea del fascismo clericale dell’abate Hlinka e di Monsignor Tiso. La Repubblica Ceca continua ad opporsi alla cessione di sovranità nell’ambito comunitario. Un trasferimento e non una cessione di sovranità che Praga vive come un incubo permanente. Dal Presidente di destra Vaclav Klaus al Presidente socialdemocratico Milos Zeman la sostanza non cambia. La tradizione della Cecoslovacchia democratica degli anni venti e trenta di Masaryk e Benes è stata riposta nell’oblio. La diffidenza nell’Occidente tarda a scemare. Il fallimento della Piccola Intesa e la Conferenza di Monaco del 1938 che gettarono Praga nelle fauci della belva nazista sono un ricordo tuttora incombente. Unica eccezione la Romania che ha consolidato la vocazione euroatlantica nell’alveo delle democrazie. La creazione del gruppo di Visegrad nella primavera del 1991 fu un veicolo preliminare all’integrazione europea. Purtroppo si è trasformato in un gruppo di pressione all’interno dell’Ue. “Siamo entrati in Europa per approfittare dei vantaggi che l’adesione comporta”. Questa dichiarazione di Orban del luglio 2010, appena ritornato al potere, fotografa il quadro reale. Le due Europa appaiono sempre più distanti. Unico e preoccupante dato similare l’instabilità che si concretizza in ogni consultazione elettorale da Dublino ad Atene. Frequente il ricorso agli esecutivi tecnici, dall’Italia (Monti), alla Grecia (Papademos), alla Repubblica Ceca (Fischer e Rusnok), alla Bulgaria (Oresarski), alla Romania (Ciolos). Oppure grandi coalizioni (Austria, Belgio, Germania, Olanda). A qualche latitudine formule estemporanee e innovative (Grecia e Portogallo). Lo spettro della tecnocrazia è in agguato rinforzando le posizioni di tutti coloro che sostengono l’idea di un’Unione Europea oppressore della libertà dei popoli e negazione degli stati nazionali. La sfida del futuro sarà costruire una nuova identità partendo dalle diversità.
La Slovacchia che si insedia nella presidenza del semestre di turno ha addirittura un governo fascio-comunista. Robert Fico è stato confermato premier della Slovacchia. Ha formato un terzo gabinetto dopo le precedenti esperienze ministeriali (luglio 2006-luglio 2010) e (aprile 2012-aprile 2016). Malgrado l’esito negativo delle elezioni parlamentari del 5 marzo scorso, Fico è rimasto in sella. Una netta sconfitta per il suo partito Smer, socialdemocratici, che ha subito un dimezzamento dei seggi da 83 a 49, anche se la destra liberale (21 scranni) non è riuscita ad imporsi a causa di un quadro politico estremamente frammentato e polarizzato. Fico ha formato un’inedita e anomala coalizione con il Partito Nazionale e la lista della minoranza ungherese, oltre a vari indipendenti. La politica è da sempre l’arte del possibile. Paradossalmente a Bratislava si è insediato un esecutivo composto dagli eredi del comunismo e del fascismo clericale di Monsignore Tiso. Uno schema visto persino alle nostre latitudini negli anni cinquanta. Silvio Milazzo, transfuga della Dc, divenne Presidente della Regione Sicilia con una giunta che annoverava addirittura esponenti del Pci e Msi. Lo Smer di Fico, membro del Partito Socialista Europeo (Pse), è stato fondato dai post comunisti dopo l’indipendenza del 1992. Una sinistra che ha tuttavia mantenuto l’impronta nazionalista e populista imprescindibile allo scopo di consolidare il favore popolare. Il Partito Nazionale di Andrej Danko, eletto Presidente del Parlamento, ha ottenuto tre dicasteri. Formazione di estrema destra si richiama ai valori cristiani-nazionali che furono la base ideologica del cosiddetto “fascismo clericale”. Dopo la Conferenza di Monaco che sancì la cessione dei Sudeti alla Germania, la Slovacchia avviò il processo di indipendenza dalla Cecoslovacchia. La repubblica democratica di Masaryk e Benes era un moderno stato di diritto troppo accentrato su Praga che aveva concesso un’autonomia ridotta a Bratislava. La Cecoslovacchia, soprannominata lo “stato coccodrillo” per la sua forma, era stata, parimenti alla Polonia, una creazione delle matite dei diplomatici sulla cartina geografica del vecchio continente. Un prodotto del Trattato di Versailles che aveva acuito l’atavica rivalità tra cechi, boemi e moravi, e slovacchi. Negli anni venti il separatismo slovacco si era incanalato nel movimento capeggiato dall’abate Andrej Hlinka ideologo del Partito Popolare slovacco. Morto nel 1938, gli succedette Monsignor Josef Tiso che, dopo l’invasione tedesca della Cecoslovacchia (marzo 1939), assunse la carica di Presidente della Slovacchia. Una nazione indipendente sulla carta riconosciuta da vari paesi, tra cui la Santa Sede, in realtà uno stato satellite del Terzo Reich che adottò una legislazione antisemita. Un regime autoritario, cattolico, nazionalista, corporativo. Una costituzione che nel preambolo dichiarava che l’autorità statale derivava dalla Divina Provvidenza. La Guardia Hlinka, milizia di polizia, collaborò strettamente con Gestapo e SS nel rastrellamento e nella deportazione degli ebrei che furono quasi tutti eliminati nei campi di sterminio polacchi, 65.000 su circa 70.000. Una decisione che pregiudicò le relazioni con il Vaticano che rifiutò di firmare un Concordato. Processato e condannato a morte nel 1947, Tiso è stato riabilitato dagli ambienti cattolici e dagli intellettuali legati al nazionalismo slovacco. Pertanto l’operazione politica di Fico rievoca come in Ungheria e Polonia i retrivi e mai sopiti retaggi degli anni trenta. Una graduale riabilitazione dei personaggi di allora. Fico si ispira a Monsignor Tiso, il Presidente polacco Duda al Maresciallo Pilsudski, il premier ungherese Orban al Reggente ammiraglio Horthy, l’Austria all’Impero di Francesco Giuseppe e a Dolfuss, la Croazia agli Ustascia di Pavelic, la Serbia alla dinastia Karadordevic, la Bulgaria a Re Boris. Forse l’Europa sognata da Altiero Spinelli nel confino di Ventotene è morta ancora prima di nascere.