DI SALVATORE OCCHIUTO 

SALVATORE OCCHIUTO

Scende il gelo tra l’Ue e la Polonia nelle medesime ore in cui si celebra l’apertura della Giornata Mondiale della Gioventù alla presenza di Papa Francesco giunto nel pomeriggio a Cracovia. La Commissione Europea esprime una vibrante denuncia in relazione alla palese e graduale alterazione del sistema costituzionale.
L’esito a sorpresa delle elezioni presidenziali del 25 maggio 2015 è la genesi della questione. Andrzej Duda batte il Capo dello Stato uscente Bronislaw Komorowski. Un 53% per il 43enne nazionalpopulista contro il 47% dell’inquilino del Palazzo del Belvedere. Presidenziali che furono l’anteprima delle parlamentari previste per il mese di ottobre. Nella moderna democrazia di tradizione occidentale è fisiologico il ricambio di governo, soprattutto dopo un lungo periodo contrassegnato dal medesimo partito. L’alternanza tra destra e sinistra è una normale variante di sistema mutuata ad ogni latitudine. Ma non a Varsavia dove l’elezione del Presidente è stata una sfida tra le due anime di destra che raccolgono i due terzi dei consensi nel paese dall’autunno 2005. Alle presidenziali dell’epoca Lech Kaczynski si impose su Donald Tusk. Dopo dieci anni di presidenza del socialdemocratico Aleksander Kwasniewski la barra tornò a destra. Primo Ministro divenne il fratello gemello Jaroslaw Kaczynski ma l’esecutivo di ultradestra si disintegrò in ventidue mesi. Le elezioni anticipate del novembre 2007 registrarono l’affermazione della piattaforma liberaldemocratica di Donald Tusk che è rimasto alla guida del governo fino al settembre scorso. La nomina a Presidente del Consiglio Europeo è stato un riconoscimento alla svolta liberale attuata nella nazione di Papa Wojtyla. Una politica di riforme agevolata dalla riconferma elettorale dell’ottobre 2011 e dalla scomparsa del Presidente Kaczynski nel disastro aereo di Smolensk del 10 aprile 2010. Due destre con una visione diversa del mondo e della società. I Kaczynski incarnano l’anima profonda della Polonia conservatrice, cattolica, protezionista in economia, gelosa delle proprie tradizioni, manifestatamente antirussa. Tusk ha consolidato invece il paese nella famiglia europea con opere di modernizzazione, attirando i capitali esteri, favorendo l’innovazione tecnologia, sviluppando le infrastrutture. La vittoria di Duda ha riportato linfa vitale alla corrente europea che contesta l’integrazione nelle istituzioni comunitarie attraverso il cosiddetto meccanismo della cessione della sovranità. Una cessione impropriamente così definita a scopo dialettico, mentre in realtà è esclusivamente un trasferimento di sovranità che non intacca minimamente le prerogative degli stati nazionali. Un orientamento sostenuto da sempre dal Regno Unito, a suo tempo dalla Polonia dei Kacynski e dalla Repubblica Ceca di Vaclav Klaus, oggi cavallo di battaglia dell’Ungheria di Viktor Orban. La dichiarazione rilasciata durante la campagna elettorale di trasferire sulle rive della Vistola il modello magiaro ha fortemente preoccupato la commissione di Bruxelles. Uno slogan elettorale che celava un disegno preciso e inequivocabile. Un’incontrovertibile segnale delle tendenze disgregatrici che da destra e da sinistra si sono propagate lungo il continente. Dalla Grecia di Tsipras, alla Spagna di Podemos, alle Fiandre, a Budapest, alla Finlandia l’ondata degli euroscettici non ha conosciuto soste. Una riconfigurazione dell’idea di Europa è diventata imprescindibile affinchè il seme gettato nel dopoguerra non vada disperso.
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Il Presidente della Repubblica Andrzej Duda eletto il 25 maggio 2015 e in carica dall’8 agosto 2015
Prove tecniche di regime sulle rive della Vistola. Non tanto paradossale per una nazione che odia Putin e spasima per Erdogan e Orban. Dimenticare il passato significa ignorare il presente rinunciare al futuro. Quasi nessuno si ricorda che la Polonia invasa dalla Germania il 1 settembre 1939 era uno stato autoritario. Tanto più gli attuali leader politici mondiali carenti nello studio della storia quanto nelle visioni strategiche di un pianeta in continua evoluzione. Lo scoppio della seconda guerra mondiale venne causato dalla vicenda del famoso “corridoio di Danzica”. Ma anche dall’intransigenza del governo di Varsavia, il cosiddetto “governo dei colonnelli”, antesignano della Grecia del 1967, che deteneva le redini del potere dello stato legionario instaurato dal Maresciallo Pilsudski morto nel maggio 1935. Un modello autoritario, corporativo, cattolico sulla falsariga dell’Austria di Dolfuss, del Portogallo di Salazar, della Spagna di Franco, dell’Ungheria di Horthy, della Slovacchia di Tiso, dell’Irlanda di De Valera. I medesimi paesi che assieme all’Italia di Berlusconi volevano inserire l’accenno alle comuni radici cristiano-giudaiche durante i lavori della Convenzione Europea (2002-2003) che elaborò il testo della costituzione sancita dal Trattato di Roma del 29 ottobre 2004. La destra nazionalista dei fratelli Kaczynski torna alla carica. La lezione del 2005-2010 non è servita. La vittoria della destra liberale di Tusk alle elezioni del novembre 2007 e la morte del Presidente Lech Kaczynski nell’incidente aereo di Smolensk (10 aprile 2010) con tutta l’elitè militare, avevano frenato il progetto di deriva autoritaria. L’affermazione del Partito Diritto e Giustizia alle presidenziali del maggio 2015 e alle parlamentari dell’ottobre 2015 ha riconsegnato la Polonia agli eredi di Pilsudski. Eredi fuoriusciti da Solidarnosc nel 1994 perchè troppo centrista, moderata, europeista. La questione della cessione di sovranità a Bruxelles, in realtà un trasferimento, alimenta un quadro di estrema gravità. L’eliminazione delle bandiere dell’Ue e della Nato dalle cerimonie ufficiali, la modifica dello statuto di nomina dei dirigenti della Radiotelevisione di Stato (Tvp), la designazione presidenziale dei giudici della Corte Suprema sono stati i sintomi del cambiamento del sistema di governo. “Siamo la parte migliore”. La dichiarazione del Presidente Andrzej Duda appare emblematica e foriera di una tensione che si avverte nei circoli degli intellettuali e sulla stampa. Un Capo dello Stato teleguidato da Jaroslaw Kaczynski, il fratello superstite, premier dal luglio 2006 al novembre 2007, un esecutivo di coalizione con gli agrari e l’estrema destra ultracattolica della Lega della Famiglia. La Corte Suprema immobilizzata dall’empasse di ricusazione dei giudici nominati dall’ex Presidente Komorowski, ha manifestamente accusato il governo di attentato alla costituzione. La revisione istituzionale procede tuttavia nella direzione di emendare le disposizioni del dettato del 1997 che limitano il potere di veto dell’inquilino del Palazzo del Belvedere e rimettono l’indicazione del nominativo della persona destinata alla carica di Primo Ministro alla verifica di una maggioranza numerica nel Sejm, la camera bassa.
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Il premier Beata Szydlo in carica dal 16 novembre 2015
La politica odierna offre molteplici e variegate opzioni possibili. Una di queste è la cosiddetta democrazia teleguidata. Un modello emergente a diverse latitudini del pianeta. L’esempio vivente è la Polonia. Un contesto particolare dove si è ritenuto attuare cambiamenti formulati da una cabina di regia estranea al vigente assetto istituzionale. Nel 2015 le elezioni presidenziali di maggio e le parlamentari di ottobre hanno riconsegnato il paese alla destra nazionalista euroscettica populista che è subentrata nei palazzi del potere alla destra moderata liberale europea. Dopo 8 anni la normale alternanza che avviene secondo le regole della moderna democrazia. Un quadro partitico tuttavia anomalo in quanto la socialdemocrazia, sinistra postcomunista, è rimasta fuori dal Parlamento poichè non ha oltrepassato la soglia dello sbarramento fissato al 5% dal sistema elettorale di tipo proporzionale. Dominatore della scena politica è assurto il Partito Diritto e Giustizia fondato nel 2001 dai fratelli Kaczynski. Lech Presidente della Polonia (2005-2010) deceduto nell’incidente aereo di Smolensk del 10 aprile 2010 assieme all’elitè militare e ai funzionari del gabinetto presidenziale, e il gemello Jaroslaw Primo Ministro dal luglio 2006 al novembre 2007 con una coalizione di ultradestra che annoverava persino la formazione xenofoba della Lega delle Famiglie. Stavolta Jaroslaw ha fatto due passi indietro che come insegna la strategia politica sono in realtà un enorme passo in avanti. Infatti è il deus ex machina del sistema perchè il Presidente Andrzej Duda e la premier Beata Szydlo sono la diretta espressione della volontà popolare ma anche gli utili idioti al servizio del suo progetto di riconfigurazione dell’ordinamento varato dalla costituzione del 2 aprile 1997. Una restaurazione della Polonia degli anni trenta lo “stato legionario” cattolico e corporativo del Maresciallo Pilsudski. Kaczynski ha riproposto soprattutto la legge di difesa della nazione già presentata nel 2007. Un provvedimento che impone a dipendenti pubblici, giornalisti, docenti di dichiarare la collaborazione con i servizi segreti del regime comunista. Proprio l’idiosincrasia nei confronti del passato regime ha addirittura motivato la necessità di rivisitare la storia attraverso la creazione del Ministero dell’Identità Nazionale. Un dicastero istituito nel 2005-2007 e soppresso dai governi della destra liberale presieduti da Donald Tusk (2007-2014) e Ewa Kopacz (2014-2015). Lo spoils system è stato applicato violando in maniera palese le normative previste. La nomina dei Giudici della Corte Suprema e del consiglio di amministrazione della televisione statale (Tvp) e del bureau della Banca Nazionale ha concentrato le leve di comando nelle mani di personalità contigue all’establishment. L’opposizione è stata estromessa dagli enti statali. La divisione dei poteri ha subito una lacerante devastazione. La Corte Suprema ha dichiarato incostituzionali le leggi approvate dalla destra nazionalista che detiene la maggioranza assoluta nella camera bassa, il Sejm. Kaczynski ha definito la sentenza viziata essendo stata ratificata da giudici designati dagli altri Presidenti.
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(da sinistra) Lech Walesa, Bronislaw Komorowski, Aleksander Kwasniewski
Dal ritorno nell’alveo democratico la Polonia ha annoverato cinque Presidenti. L’attuale inquilino del Palazzo del Belvedere Duda è subentrato a quattro predecessori. Ad eccezione di Lech Kaczynski, deceduto nel disastro aereo di Smolensk del 10 aprile 2010, gli altre tre sono balzati agli onori della cronaca per la battaglia contro la deriva autoritaria della destra nazionalista. Lech Walesa (1990-1995), Aleksander Kwasniewski (1995-2005), Bronislaw Komorowoski (2010-2015) sono tre ex Presidenti con storie diverse ma uniti dalla comune visione di custodi della democrazia. Il fervente cattolico sociale Walesa, l’ateo postcomunista Kwasniewski, il cattolico laico liberale Komorowski hanno condannato il regime di dittatura della maggioranza parlamentare che ha iniziato a scardinare le basi dell’ordinamento costituzionale. Nel mese di aprile hanno lanciato un inedito e accorato appello dove si chiedeva l’inderogabile osservanza del dettato costituzionale. Manifestazioni di piazza e discussioni sui social network non hanno minimamente arrestato la deriva neo-autoritaria. “Potrebbe scoppiare una guerra civile”. Le affermazioni di Walesa hanno allarmato Ue e Nato. Fonti di Bruxelles avevano ventilato l’ipotesi di cancellare il vertice atlantico di luglio a Varsavia. Uno stato membro che non ottempera ai parametri della democrazia e delle libertà fondamentali inficia i valori basilari della coesione occidentale. L’annosa querelle sulla cessione della sovranità viene continuamente sventolata da Kaczynski nella lotta contro l’eurocrazia comunitaria. Un trasferimento e non una cessione di sovranità che trova argomenti favorevoli in relazione al referendum del 23 giugno che ha sancito l’uscita del Regno Unito dalla famiglia europea. Una contingenza che rende problematica la posizione dell’ex premier Donald Tusk, Presidente del Consiglio Europeo dal 1 novembre 2014. Pertanto una prospettiva di grave deficit democratico che incombe su un popolo che ha sofferto nei secoli la dominazione straniera.