DI ANNA RITA NOCITI
Anna Rita Nociti
Il drammatico terremoto di Amatrice e dintorni, solleva alcune riflessioni non solo per il disastro strutturale e la morte ma la paura che è tanto vicina quanto imprevedibile e ignota. Già Lucrezio nel suo “De rerum natura” – …Siano a frenar con la paura gli animi… attribuisce allo sgomento della morte e dell’ignoto, il primo impulso dell’uomo a proiettarsi verso qualcosa al sopra di lui: la religione e la realizzazione degli dei. Un modo di arginare la paura dell’ignoto che ci minaccia quotidianamente. Ecco quindi la prerogativa umana di voler prevenire gli eventi, di pianificare gli effetti studiando le cause possibili che li determinano e gestire al meglio ogni cosa. Penso che proprio questa capacità di “prevedere”, abbia spinto l’uomo e la sua primordiale esigenza di arginare l’angoscia di qualcosa d’imprevedibile e minaccioso, verso la cultura, la scienza e perfezionato gli strumenti tecnologici per poterne applicare nel piano della realtà le enunciazioni teoriche. Quando si conosce qualcosa, si toglie il velo del mistero che lo avvolge e si teme di meno. L’immagine che più ricorre in questi giorni è quella delle macerie, i calcinacci sparsi dappertutto, la distruzione totale. Immagini riprese in ogni angolazione che impressionano e vogliono impressionare, vogliono essere l’idea stessa della catastrofe che si è abbattuta distruggendo un bene prezioso: la casa. E’ proprio la distruzione della casa fa più impressione della vita umana soppressa. La vita umana viene pudicamente censurata, nella sua presentazione, mentre l’altra, il crollo della “casa”, viene evidenziata il più possibile, esibita oserei dire. Sembrano porsi in uno stesso livello senza ordine d’importanza. Non è attaccamento al materiale nel vero senso della parola, ma una sorta di esigenza psicologica di difesa, fondamentale per il genere umano. La casa ha per ogni uomo una funzione protettiva, ed ecco, dopo un terremoto, la protezione non esiste più, è solo un niente. E’ sentita come la stessa funzione che ha l’Io nell’ambito della psiche: crolla la nostra casa e con essa, crolla il nostro Io. L’Io filosofico è il principio della soggettività, il pensante e il pensato sono la medesima realtà, soggetto e oggetto coincidono. L’Io psicologico gestisce gli stimoli ambientali ed è il mediatore della consapevolezza, percezione e reazione al verificarsi di un evento ma non implica comprensione. Nel crollo delle case vi è netta la folgorante consapevolezza di quanto sia precaria la nostra esistenza. L’antidoto al dolore della perdita è la ricostruzione e nonostante la fragilità del terreno troppe volte denunciato dagli esperti, la quasi ostinazione di riedificare nello stesso punto come se si volesse tornare indietro nel tempo. L’Io emerge per placare lo stato d’impotenza che le macerie hanno destato. Si vengono così a sommare due eventi traumatici: il fatto drammatico e l’impotenza per non essere riusciti ad impedirlo. Il terremoto con tutti i suoi effetti catastrofici, con le sue vittime, mette in crisi l’uomo anche sul piano religioso, la sofferenza e il dolore generano in lui il dubbio di un piano divino ma addirittura Dio stesso. Si ha la sensazione di essere sospeso nel nulla. C’è chi soccombe e non riesce a reagire, c’è chi ne fa prova di una nuova ideologia piena di scetticismo, di ateismo, in alcuni casi di nichilismo. Solo il tempo più o meno lungo aiuta ad elaborare un fatto drammatico e ad accettarlo, s’instaura così un processo mentale difensivo. Altro aspetto che viene emergendo è che se da una parte c’è l’uomo colpito, sofferente, spogliato di ogni suo avere affettivo e materiale, dall’altra ecco l’uomo solidale. L’uomo che mette da parte l’indifferenza, l’invidia, la gelosia. Scatta il dovere di proteggere, di stare vicino, ci appare un noi trasferito altrove. Ci immaginiamo nella stessa condizione con la paura reale che non è il primo disastro e non sarà l’ultimo. Non si sa quando e non si sa dove accadrà. Ci sentiamo sconfitti ed angosciati ma nello stesso tempo avvertiamo quasi in modo spasmodico la voglia di uscirne fuori e di allontanarci. La solidarietà come antidoto all’angoscia, si può vincere il dolore solo unendosi agli altri uomini. Il terremoto come catastrofe di natura ondulatoria o sussultoria che possa generarsi, è ancora più, a livello psicologico avvertito perchè ancora più doloroso: mina la nostra stabilità. In quegli attimi tutto si muove contro natura, tutto ciò che è ordinario e quotidiano,l’uomo è impotente, perde le basi. Sappiamo che la stabilità è uno dei più importanti fattori umani per vincere la sua angoscia e anche in quelle attività dove di solito si richiede una certa fluidità, l’uomo cerca sempre di trovare un elemento di concreto e stabile per pura sicurezza psicologica ed esistenziale. Venendo meno la stabilità per svolgere le attività quotidiane, l’uomo perde anche la dimensione della realtà che è una sorta di punto di incontro tra il proprio essere e ciò che si può e vuole realizzare. Ecco perchè ogni cambio improvviso, se non parte dall’interno di ognuno di noi, è visto come un disorientamento, un togliere quelle costanti di cui si ha bisogno, viene vissuto come uno smantellamento delle proprie attività proprio perché viene vissuto come uno scardinamento delle proprie capacità. l terremoto è ancor di più, il boato, la notte, i muri cadono giù come castelli di sabbia, non si hanno più punti di riferimento né delle persone né dei luoghi e si è soli. Non ci sono solo le crepe nelle case e negli edifici ma simili sono le crepe create all’interno delle persone, il supporto psicologico è importantissimo. E’ facile che in questi casi sia abbastanza frequente il diffondersi di nevrosi di ogni tipo tra i sopravvissuti del terremoto. Per questi motivi diventa perciò urgente ricreare le condizioni di realtà che ognuno aveva prima del terremoto affinché si ponga un argine alla regressione. Possiamo concludere che nonostante i secoli di scienza e filosofia, di cultura e politica, l’uomo sia nel fondo della sua anima ancora una creatura fragile. Fragilità intesa come culla dell’umanità, che permette non solo di riconoscere l’uomo nella sua autentica essenza profonda, limitata ed insicura, senza mistificazioni e falsi miti, ma che consente di cogliere il bisogno dell’altro, poichè è proprio in quest’ultimo che la fragilità trova la forza.