DI ANNA RITA NOCITI

Anna Rita Nociti

C’è sempre un tempo per il lavoro e un tempo per il riposo. Con la venuta della tecnologia convincente, suasiva, il confine tra i due tempi, lavoro e ozio, non hanno più margini in grassetto ma una linea sfumata. Troppe volte il giorno libero si trasforma in un “quasi” libero oppure l’intera giornata di lavoro diventa lavorativa da casa. Entra in vigore in Francia (1 gennaio 2017), l’ultimo provvedimento nell’ambito della nuova legge sul Jobs Act transalpino che prevede il riconoscimento per tutti i lavoratori impiegati in aziende con cinquanta o più dipendenti del “diritto alla disconnessione”. Sembra una barzelletta, ma è tutto vero. L’idea riprende quella contenuta nell’Art. 55 de Loi Travail: ogni lavoratore ha il diritto di ignorare mail e spegnere il telefono, rendendosi così totalmente irreperibile lontano dal posto di lavoro. Da questo momento, l’azienda che invia una mail di lavoro nel fine settimana, rischia tantissimo, allo stesso modo se invia un messaggio o se esegue intollerabili telefonate a un dipendente nel suo giorno di riposo, malattia o ferie. Di lavoro si deve parlare solo dal lunedì al venerdì e solo in orario d’ufficio. Il capoufficio è tenuto a non molestare i sottoposti tenendosi gentilmente alla larga altrimenti la sua azienda potrà essere sanzionata per stalking amministrativo. Molti studi dimostrano che c’è molto più stress collegato al lavoro oggi, rispetto a quello dei nostri padri e ancora, che lo stress è costante se non in aumento. I dipendenti lasciano l’ufficio fisicamente, ma non psicologicamente. Rimangano attaccati al lavoro come cani legati a un guinzaglio invisibile quello della tecnologia. Il confine tra la vita lavorativa e la vita privata è offuscato con tutti i rischi che ne derivano e non solo per il lavoratore, ma anche per chi gli è accanto. Il primo capo del personale che ha ammesso di essere stato tra quelli che inviava mail ai suoi dipendenti a orari assurdi, è Thomas Sattelberger della Deutsche Telekom. Pentito della reperibilità, circa quattro anni fa ha ottenuto che nessun dipendente del colosso delle telecomunicazioni fosse più costretto a leggere la posta elettronica dopo aver abbandonato la scrivania. L’allarme destato anche dai rapporti provenienti da France Telecom, colpita da una vera e propria ondata di suicidi, tali testimoniati da lettere d’addio dove traspare il clima di tensione insostenibile sul posto di lavoro. Analizzando in modo sociologico cosa sia ora lavorare, avvertiamo il paradosso: è la prima volta che lo Stato deve legiferare su cosa non devono fare i lavoratori. Nella definizione dell’uomo l’importanza della tecnologia è sempre più chiara, meno evidente però il significato sociale che questa innovazione ricopre: un allargamento senza accessi ai circuiti della comunicazione. Se prima l’informazione era accessibile a un numero più o meno ampio di individui, ora la possibilità di accedere alla rete è a portata di tutti. La connessione in rete diventa uno strumento di comunicazione di massa, ma non c’è però un limite nell’utilizzo di tale strumento al di fuori del lavoro. Il vero problema è la cultura del dover fare sempre di più e sempre fare meglio rispetto alla concorrenza. L’informatica ci sta prendendo la mano o meglio l’ha già presa, non è il computer al servizio dell’uomo, ma l’uomo al suo servizio. Un cervello elettronico sempre più potente, sempre più capace di sostituirsi all’uomo medesimo; ma precisiamo che non siamo retrogradi e nemici del Progresso. Dietro però si nasconde un ricatto: la tecnologia non ammette dubbi, critiche o confronti, naturalmente come ogni tiranno che si rispetti. L’uomo supinamente, nella vita privata e nel lavoro, subisce senza mai ribellarsi fino ad arrivare, la maggior parte delle volte a un esaurimento psicofisico. Lo stress cronico da lavoro correlato logora la persona che diventa uomo-macchina, dissociandosi dalle proprie emozioni, e provoca la somatizzazione nel corpo di tensioni sempre più profonde. Recitava Eugenio Montale nel suo saggio “Ammazzare il tempo”: Accrescendo i bisogni inutili, si tiene l’uomo occupato anche quando egli suppone di essere libero. Lo scrisse più di cinquanta anni or sono, ma il tema è attualissimo, la cancellazione del tempo vuoto colonizzato dalla rete, che è il solo tempo davvero libero. Un vuoto però che non si percepisce o forse non esiste più. Tutto diventa una rincorsa disperata contro il tempo, orari, appuntamenti, rispondere in maniera impulsiva, maniacale a ogni richiamo tecnologico, come automi senza pensarci. L’uomo moderno deve riconoscere la sua identità di umano in ogni luogo in quanto l’uso di internet riduce la qualità relazionale e interattiva dell’individuo nella sua quotidianità.