DI ANNA RITA NOCITI

Anna Rita Nociti

Il “Discorso del Re”, per citare il film Premio Oscar di Hooper, ha commosso la community online di tutto il mondo. Non si tratta di Giorgio VI d’Inghilterra ma di Harald V di Norvegia, classe 1931 e sovrano del Paese dal 1991. Pochi giorni fa, giovedì 1 settembre, Sua Maestà nel bel giardino del palazzo reale nel cuore di Oslo, si è rivolto ai suoi sudditi-cittadini con un discorso che ha sorpreso e commosso il mondo intero con un video diventato virale in poche ore. «Siamo tutti norvegesi: ragazze che amano altre ragazze, ragazzi che amano altri ragazzi, e ragazze e ragazzi che si amano tra loro… i norvegesi credono in Dio, in Allah, in tutto o in nulla>>. Così Harald V, l’85enne amatissimo re di Norvegia, si è rivolto ai sudditi in quel parco aperto dove egli passeggia per mischiarsi tra la gente e gioca con i bambini che passano di lì, allontanando la scorta. Continua affrontando il discorso dei migranti: <<Sono norvegesi anche coloro i quali sono venuti dall’Afghanistan o dal Pakistan, dalla Polonia, dalla Svezia, dalla Somalia e dalla Siria, immigrati da noi. Anche i miei nonni centodieci anni fa vennero qui emigrando dalla Danimarca e dall’Inghilterra. Non è sempre così facile dire da dove veniamo e qual è la nostra nazionalità. Ciò che chiamiamo casa nostra è il luogo dove è e batte il nostro cuore, e non sempre questo luogo è reperibile all’interno delle frontiere di un paese>>. Si augura che la sua Patria e il mondo intero, continui a costruire un futuro basato sulla fiducia, sulla comunità e sulla generosità con la consapevolezza che siamo un solo popolo nonostante le differenze etniche, religiose o politiche. Un discorso bello, appassionato e diverso da quelli formali e contegnosi che di solito pronunciano re e regine. Un discorso difficile in un momento dominato dall’incertezza e dalla paura, un implicito attacco a tutti i populisti e xenofobi che ha portato a rilevare anche in Norvegia, casi di intolleranza e razzismo nei confronti dei migranti, nonostante il Paese sia stato finora, uno degli Stati che ha accolto il più alto numero di richiedenti asilo e salvato il maggior numero di persone in fuga da guerre, dittature o miseria, in rapporto alla popolazione autoctona. Un attacco anche rivolto all’attuale governo di centrodestra norvegese che segue una politica dura verso i migranti e i profughi. Queste non sono parole dette da un attivista a favore dei migranti ma un re ancora very lift Re di Norvegia. Harold e consorte, la regina Sonia, sono da tempo tra i regnanti più popolari del mondo. Poliglotti ma vicini al popolo, e sempre pronti ad accettare a cuore aperto lo spirito del tempo, come quando dissero sì senza esitazione alle nozze tra il principe ereditario, il loro figlio Haakon, e Mette-Marit, una giovane Cenerentola borghese povera, divorziata e con un figlio di primo letto e un passato discusso. O come quando reagirono con sorriso alla piccola gaffe di Renzi il quale, nel corso della visita dei reali in Italia, strinse la mano a Sua Maestà, gesto non previsto dal protocollo. Ritornando al discorso che padroneggia ancora in rete e nei nostri pensieri, ci chiediamo cos’è la tolleranza? La domanda può apparire retorica, giacché ha già avuto un’autorevole risposta più di due secoli fa da Voltaire il quale rispondeva: “È l’appannaggio dell’umanità. Noi siamo tutti impastati di debolezze e di errori: perdoniamoci reciprocamente le nostre balordaggini, è la prima legge di natura”. Nel nostro mondo moderno, il significato del termine ci può sembrare scontato, tanto da considerare il suo opposto, l’intolleranza, un bagaglio del passato, sopravvissuto solo in culture altre rispetto alla nostra, insomma, perché problematizzare come una filosofica interrogazione? Forse perché il concetto di tolleranza e del suo opposto assumono e mantengono validità e significato solo se sono oggetto di una riflessione critica costante o meglio solo se sono discussi alla luce di mutamenti storici e culturali. Ciò che viene più preso in considerazione del significato etimologico della parola tolleranza è sopportare, dal latino tolero, “sopporto”. Si sopporta ciò che per motivi di forza maggiore non si può evitare o modificare a proprio vantaggio, appare subito evidente che il significato del verbo latino connota un atteggiamento sostanzialmente passivo e quasi obbligato. La tolleranza in questi termini sembra confonderci più che rischiararci. La tolleranza è la consapevole e volontaria disposizione a riconoscere e ad accettare le idee altrui oppure, è confusa con la sopportazione degli altri, che crea disagio? Come spesso accade il significato e l’interpretazione del sostantivo fa parte della storia dell’uomo. Nel Cinquecento la tolleranza s’identificava con il principio di libertà religiosa come effetto contrapposto all’effetto devastante delle guerre di religione. Nella società odierna, epoca di globalizzazione e insieme di crisi delle certezze, la tolleranza assume una visuale più ampia include, infatti, non solo la religione ma la convivenza con minoranze etniche, sociali, linguistiche e politiche. A reinterpretare un mondo, quello attuale, percorso da inedite ondate migratorie ma anche da rinnovati contrasti spesso ispirati a concezioni integraliste e in grado di produrre nuovi e tragici conflitti, insomma, ancora una volta, come già nel Cinquecento, la riflessione sulla tolleranza è stimolata dalla pratica dell’intolleranza, rapporto sempre inversamente proporzionale. Il rifiuto di tollerare il prossimo è una forma di arroganza intellettuale. La tolleranza deve essere il corollario della capacità di giudizio di ognuno di noi, lungi dal corrispondere alla semplice sopportazione di dottrine o opinioni ritenute erronee e deve trasformarsi nella valorizzazione di un diritto universale. L’accoglienza di chi è diverso, di chi non è della nostra terra natia deve rivelarsi un fattore di potenziamento e di un arricchimento non solo di un singolo individuo ma anche della collettività. Harald V di Norvegia nel suo discorso ha dato alla parola “tolleranza” la spiegazione che non è mera sopportazione dell’altro ma rispetto delle reciproche differenze, nella convinzione che i diversi, i migranti, gli altri, costituiscono una risorsa, non una realtà inferiore a priori. Troppo spesso campagne mediatiche promuovono la paura e il sospetto per tutte le diversità, diffondendo messaggi che stigmatizzano intere popolazioni in conformità a comportamenti individuali. La tolleranza e l’accoglienza vogliono dire costruire una sicurezza che non sia edificata sulle armi e sulle mura fisiche e spirituali ma costruita su ponti di unione. Oggi la paura dello straniero, la sfiducia nelle sue capacità, quell’assurdo considerarlo come diverso, solo perché appartiene ad altre Terre, diviene un concetto fuori luogo. Non si cresce chiudendo le porte del mondo.