DI ANNA RITA NOCITI
Anna Rita Nociti
Tiziana Cantone ieri è stata seppellita: ecco l’ultimo atto di una tragedia femminile. Una giovane donna, finita alla gogna sul web, dopo essersi lasciata riprendere, in un video, durante un rapporto sessuale. Aveva provato a cambiare nome, città; ma la sua città le è venuta dietro. Ritornano in mente le parole scritte nella drammatica poesia di Kavafis: <<Sciupando la tua vita in quest’angolo l’hai sciupata su tutta la terra>>. E’ inutile voler cambiare, le immagini arrivano ovunque, la fama si diffonde, la persecuzione non abbandona la sua vittima. Altro caso, a Rimini una ragazza minorenne diciassette anni appena, durante una serata in discoteca con le amiche, completamente ubriaca è stata portata in bagno da un ragazzo che ha abusato di lei. E’ tutto confuso nella sua testa, ha piccoli sprazzi di memoria: il bagno, lui, l’aggressione. Dice anche che c’è stata la violenza, ha la certezza, resa ancora più crudele e ignobile perché esiste un video che la riprende mentre si abusa di lei. Purtroppo non sono le telecamere di sorveglianza a filmare la violenza quanto le riprese di un video amatoriale girato dalla sua “amica” e tra le risate delle altre che poi, dopo circa due settimane, a mente fredda e con la voglia di provare un “brivido”, lo fanno circolare da un amico all’altro su WhatsApp. Certo non è la piattaforma di Facebook o la Rete, ma raggiunge comunque numeri da social. Fortunatamente la ragazzina, dopo aver esitato per vergogna, si confida con la madre e insieme bussano alla porta della caserma e denunciano il fatto e sembra di averne bloccato la circolazione, fermando la gogna mediatica. Sono due storie, quella di Napoli e quella di Rimini, diverse tra di loro ma, qualcosa le lega: i video, il sesso, la violenza, la mancanza di pudore. La prima è stata tradita da un suo errore amplificato dal maschio che rivendica il potere sull’anima della donna e il suo corpo, come oggetto da mostrare, dall’altra la superficialità, la leggerezza delle amiche che anziché soccorrerla s’ingegnano a filmare la scena e farla girare come uno spot su WhatsApp. Questo fenomeno si chiama Sexting neologismo derivante dai termini inglesi sex e texting (mandare messaggi a sfondo sessuale), è in allarmante crescita, non solo fra adolescenti, ma anche fra gli over quaranta. Secondo un recente sondaggio condotto da Telefono Azzurro, il 41,9% dei ragazzi non ci vede nulla di male nel mandare foto o video a sfondo sessuale ad amici e conoscenti. Così come il 16,1% si fida della persona cui ha inviato il materiale via sms o mms. Immagini, testi e filmati sexy sono ricevuti spesso da amici (38,6% dei casi), dal proprio ragazzo/a (27,1%), da conoscenti (9,9%), ma in alta percentuale anche da estranei (22,7%). Dall´indagine emerge anche che il 35,9% dei ragazzi conosce qualcuno che ha fatto sexting. Si conta che mentre nel 2012 era circa il 10,2%, già nel 2013 la percentuale era salita al 25,9% e così in aumento con il passar degli anni. Risalta, a mio parere, una generazione impreparata alla vita, al sesso, all’amore. Una generazione, ahimè, che non conosce pudore. Nella filosofia antica, già Democrito di Abdera, contemporaneo di Socrate e Platone, esalta il valore del pudore come il punto d’approdo di un accurato processo educativo, cita: «I fanciulli, lasciati a se stessi nell’indolenza, alla maniera dei barbari, finirebbero per non imparare né le lettere né la musica né la ginnastica né il pudore (aidos) in cui massimamente risiede la base della virtù>>.  Il pudore segna il limite tra privato e collettivo, tra norma e trasgressione, tra bestiale e spirituale, e rimanda subito al senso della nudità, nudità non solo fisica ma esistenziale. Essere scoperti nella propria umanità (il mito biblico di Adamo ed Eva) è un vissuto violento che ci porta via da un senso arcaico di protezione. Per Platone, il pudore diventa regolatore sociale poiché mantiene l’uomo all’interno di una società, ma porta l’uomo anche a proseguire la strada di una sua autonomia. E’ disposizione al rispetto reciproco fra gli uomini. Il pudore sorge nell’uomo quando la vita strappa il velo (il velo è una tipica iconografia del pudore) alle varie maschere che l’umanità indossa per nascondersi, per sottrarsi, e sottraendosi, creare uno spazio tutto suo, appunto individuale e privato, che dà origine alla psiche; il pudore come la psiche sono simboli non ancora spiritualizzati della coscienza umana, che vive ancora nell’ambiguità del passaggio da animale a spirituale. A fronte di tutto questo potremmo porre la mancanza di pudore del nostro tempo, sia come un modello inconscio al quale forse le nuove generazioni si appellano, che come il sintomo di una sorta di blocco in cui pare essersi impigliata l’umanità. Tale blocco pare manifestarsi proprio nella spudoratezza inconscia della maggior parte dei giovani d’oggi. La spudoratezza, il non vergognarsi di nulla, è invece trascuratezza della propria intimità, e alla fine, equivale alla dichiarazione di non avere un’intimità da proteggere. La mancanza di pudore non si erge allora a segnale di un avvenuto compimento: l’avvenuto passaggio per maturità della coscienza umana dall’impulso immediato (animale) alla riflessione (spirituale), ma a sintomo proprio del contrario: del mancato passaggio, infatti, tale mancanza non può che alimentare ulteriore cecità e quasi follia nei gesti e nelle esposizioni dei momenti di vita. Il pudore è dono dell’uomo, lo afferma Friedrich Nietzsche quando indica l’uomo come la sola, tra le bestie, che possa avere le guance rosse. Così anche Darwin, mettendo a confronto uomini e bestie, parla del rossore come la più umana di tutte le espressioni di sentimento. Ciò che notiamo di questi tempi, con l’avvento della tecnologia, o meglio l’utilizzo in negativo della stessa, che la maggior parte delle persone, dei giovani , sono “spudorate”, esibiscono di sé l’aspetto animale, senza freni e il rossore, un tempo considerato, una dote, è connesso alla debolezza dell’uomo come implicita ammissione della propria condizione di errore, di colpa. E’ tutto ribaltato perdendo il significato originale. Ai nostri tempi, il pudore si tende a distinguere il “che cosa” dal “come”, a separarne l’aspetto fisico dalle società e dalla cultura. I giovani d’oggi devono conoscere il pudore e averne verso le cose, se stessi e gli altri. Capire, come diceva Heidegger, che è un proteggere, un salvaguardare, un attendere, un affidarsi. E’ una misura, anzi ciò che dà misura all’uomo. Sentimento o virtù, passione o concetto, il pudore sembra ormai messo al bando dagli usi e costumi di una società in cui bisogna esibire e vedere tutto. Comportamenti che solo ieri sarebbero stati condannati dal comune sentire oggi trionfano nei reality show e nella vita quotidiana, senza distinzione di sesso né di classe sociale. Tramite il sexting, pare che gli adolescenti trovino un modo efficace per esprimere se stessi, attirare l’attenzione che desiderano, essere protagonisti. La loro ingenuità non li rende consapevoli delle possibili conseguenze che la condivisione di una foto o di un video, fatta per gioco e per deridere l’altro, ha il rovescio della medaglia. A ogni azione risponde una reazione uguale e contraria, non solo come legge fisica. Il pudore è quasi diventata una parola obsoleta, atavica e sta subendo la trasformazione nei suoi opposti come sfrontatezza, spudoratezza, sfacciataggine grazie anche a programmi come Grande Fratello e altri format. L’era della globalizzazione, del consumismo sfrenato, sta portando o forse l’ha già fatto, alla perdita del senso più profondo della vita, alla perdita d’identità, rovesciando quelli che un tempo erano valori e quasi denigrarli. Ora conta solo apparire, vale l’esteriorità e non l’interiorità, non l’essere unico ma quello che vive nel falso gruppo. Purtroppo viviamo, e non solo tra gli adolescenti, a un vero e proprio analfabetismo emotivo. L’amarsi si costruisce sulla base dei like ricevuti o followers, da un numero sempre crescente d’individui che ti chiedono l’amicizia con un esito troppe volte infelice. In questa società le emozioni più vere come la paura, la vergogna, la tristezza, la rabbia, la spontaneità sono etichettate in modo negativo. Cosa si può fare? Certo non si può vietare in assoluto ma limitare, dare lo spazio ai sentimenti e affrontare anche le sconfitte insegnando che a ogni caduta ci si rialza, più forti di prima. Insegnare e riprendere la vita reale fatta di amici Veri, sinceri di cui avrebbe avuto bisogno la ragazzina di Rimini stuprata in bagno e di cui avrebbe avuto bisogno anche la giovane donna napoletana suicida a soli trentuno anni perché diventata lo zimbello della rete. Fatti gravi che pongono la necessità di riflettere e pongono l’obbligo imperativo dei genitori e della società di controllare quel mondo impalpabile che rende dipendenti privi di dignità e pudore. Abbiamo l’obbligo di riscattarci dalla nostra inerzia e tornare a educare al riserbo e alla discrezione, a quel rossore che parla di noi.