DI ANNA RITA NOCITI
Anna Rita Nociti
Frida è una bambina dal sorriso spontaneo, bello, solare. La vediamo in una foto assieme ai suoi genitori, Federico e Maya, abbracciata alla sua mamma e con tanta gioia di vivere che traspare dai suoi occhi. E’ una bambina di soli nove anni, ed è affetta da ritardi psicomotori conseguenti a un’ischemia avuta durante un intervento per una cardiopatia congenita. Il Tar le ha assegnato ventidue ore di sostegno, la scuola gliene vuole dare solo sedici, e finora non ne ha nessuna. La sua non è l’unica storia delle difficoltà che i bambini come lei, devono affrontare, in particolare in questi giorni, con l’inizio della scuola, ma quella che purtroppo vivono tanti bambini “disabili”. Ogni anno è una storia che si ripete, questi bambini si ritrovano trascurati e soli senza capire perché. I loro genitori, come ogni anno, si ritrovano a girovagare da un ufficio all’altro per ottenere ciò che è loro diritto avere, arrivando alla denuncia, un esposto presentato alla Procura della Repubblica di Latina. Chiedono ogni anno che sia riconosciuto l’insegnante di sostegno per i loro piccoli “bimbi speciali”, affinché li accompagni nel percorso di apprendimento, più complicato di quello dei loro coetanei, ma non meno importante. Quando Frida Fagione si è presentata in classe all’Istituto comprensivo Alfredo Aspri di Fondi, l’insegnante di sostegno non c’era. Era presente solo un assistente educativo che ricopre il ruolo di assistenza nei movimenti, mangiare a mensa, muoversi, ma nessun docente specializzato. E’ stato comunicato ai genitori, Federico e Maya, che passeranno forse altri quindici giorni, dall’inizio dell’anno scolastico, affinché si presenti l’insegnante qualificato. I genitori di Frida e di tanti altri bambini nelle sue condizioni, chiedono solo che possano continuare a studiare. Quanta amarezza e solitudine. L’Anief, Associazione sindacale professionale, dichiara che manca un insegnante di sostegno su tre, che le ore sono ridotte a undici settimanali di contro le ventidue (nella scuola primaria), a nove ore a settimana nella scuola secondaria (anziché diciotto). L’azione giudiziaria rimane, pertanto, l’unica via per restituire alle famiglie i propri diritti e numerose sentenze favorevoli già emesse dai giudici, lo confermano. Accade anche, come dichiarano i sindacati, che sia assegnato un insegnante senza titolo specialistico nel delicato settore, solo per evitare un trasferimento. Si finisce di mettere questi figli “speciali” in mano a docenti privi di base pedagogica, psicologica e comportamentale. Nel 1800, Jean Marc Gaspard Itard (1775 – 1838) è stato un medico, pedagogista ed educatore francese è da molti considerato il padre-fondatore della pedagogia speciale. Specializzato nel lavoro con i ragazzi sordomuti, con la scoperta del “ragazzo selvaggio dell’Aveyron” sperimenta la prima grande esperienza educativa con un bambino disabile con “bisogni speciali”; si oppone al parere di Philippe Pinel (il fondatore della psichiatria moderna) affermando la sua educabilità. Itard credeva come Helvétius, il filosofo materialista, al condizionamento dell’educazione nel modificare e trasformare la persona umana. Si giunge alla fine degli anni ’60, l’inserimento del bambino e del giovane disabile è stato caratterizzato, da un approccio in prevalenza medico, con una situazione di separazione o meglio di emarginazione dalla famiglia e dalla società. L’art. 28 della legge 118/71 apre le porte ai disabili della scuola per “tutti”: “L’istruzione dell’obbligo deve avvenire nelle classi normali della Scuola Pubblica, salvo i casi in cui i soggetti siano affetti da gravi deficienze intellettive o da menomazioni fisiche di tale gravità da impedire o rendere molto difficoltoso l’apprendimento o l’inserimento nelle predette classi.” Solo con la legge 517/77, è reso effettivo il principio dell’integrazione scolastica dei bambini disabili attraverso l’eliminazione delle classi “differenziali” e di “aggiornamento”, che erano state istituite da una legge del 1962. Con questa legge s’istituisce formalmente la “classe aperta” al fine di integrare nel complesso scolastico e societario l’alunno in difficoltà, coniugando elementi di efficienza e competitività a obiettivi culturali e educativi. Il diritto allo studio è un diritto costituzionalmente garantito: la scuola è aperta a tutti e tutti i cittadini hanno pari dignità sociale. Sarà inoltre possibile per questi alunni, realizzare e programmare non solo il progetto educativo ma ancor di più il progetto di vita. Oltre al sostegno, la disabilità dovrebbe essere al centro anche di progetti di educazione per tutti gli altri alunni della classe. Molte volte sono iniziative sporadiche o spontaneistiche che non producono, nel lungo termine, gli impatti desiderati. A mio avviso, simili operazioni assumono la valenza di un’infarinatura, di una testimonianza, ma pur sempre un’occasione utile per “gettare il sasso”. Un sasso importante, ma non sufficiente per costruire una cultura che includa concetti e nozioni, pensieri capaci di trasformarsi in concrete azioni quotidiane in cui emerga che l’altro (il disabile) non è oggetto di scherno, né di attenzioni specifiche, ma soggetto pieno, nelle relazioni, nell’apprendimento, nello stare in classe tanto quanto in società. Che cosa significa nella cultura “disabilità”? La disabilità è la condizione di chi, in seguito a una o più menomazioni, ha una ridotta capacità d’interazione con l’ambiente sociale rispetto a ciò che è considerata la norma, pertanto è meno autonomo nello svolgere le attività quotidiane e spesso in condizioni di svantaggio nel partecipare alla vita sociale. Disabile è semplicemente sinonimo del vecchio e stigmatizzante handicappato (altro termine da bandire) “ma un po’ più gentile” come direbbe la maggior parte delle persone, anche se sarebbe meglio fare ammenda che ciò che si sarebbe voluto in realtà non è accaduto. Errare è umano, perseverare, in questo caso, significa continuare a stigmatizzare, gentilmente, le persone con disabilità, oppure a essere, in buona fede, ipocriti. La difficoltà che abbiamo a chiamare la disabilità e le persone che hanno una di-sabilità, è semplicemente lo specchio delle difficoltà che abbiamo a rapportarci con una condizione problematica, ma completamente umana, parte da sempre delle nostre società. Ecco che allora, a toglierci questo imbarazzo, da qualche tempo è stato introdotto “diversamente abile”. Somiglia quasi alla creatura sfuggita al suo inventore e diventata un mostro, un essere non normale. Che cosa è normale? Niente. Chi è normale? Nessuno. Quando si è feriti dalla diversità, la prima reazione non è di accettarla ma di negarla, si comincia a negare la normalità. I disabili sono definiti “I normali tra virgolette “o i “cosiddetti normali”. Come un virus si rafforza il concetto, reso invulnerabile dalle cure per sopprimerlo. Se riflettiamo bene sul significato di abile, ci chiediamo cos’è la diversa abilità. Abile è un aggettivo che qualifica sempre azioni specifiche e competenze della persona, da solo non ha significato, si è sempre abili in qualcosa, naturalmente non in tutto. Quindi, diversamente abile è un’espressione linguistica vaga e imprecisa. Così si presume l’abilità di quella persona espressa per differenza, da quella standard, alla persona in sé. Disabilità è invece una condizione sociale, è il risultato dell’interazione tra persone con menomazioni e barriere comportamentali e ambientali, che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri. I disabili, di qualsiasi età e ragione sociale, hanno tutte in comune un requisito che è inscritto nella vita di tutti i giorni, cioè il disabile è inferiore. Sono dinamiche difficili da individuare ed estirpare tanto sono storicamente radicate e tanto fanno parte delle nostre società. Dovremmo guardare le persone con disabilità in modo positivo, rispettandoli, così come fanno i bambini. I bambini inizialmente si allontanano ma la loro innocenza li porta a ritornare dall’amico speciale. I bambini vedono il mondo senza pregiudizi e senza alzare barriere. Siamo molte volte noi adulti che non sappiamo come rispondere, imbarazzati, temiamo che i bambini possano essere danneggiati, turbati, spaventati da un incontro imprevisto e magari anche un po’ fuori dagli schemi. I bambini sono in grado di comprendere e adattarsi alla diversità e accettano, senza timori, hanno anzi l’occasione, come dichiarato da psicologi e pedagogisti, per diventare socialmente più intelligenti. La disabilità, non è la sfortuna che Madre Natura, nel ruolo di madre ingrata, per oscure ragioni, dispensa a singoli, la disabilità non è una combinazione eccezionale e circoscritta, ma la cifra esatta della nostra condizione umana. La disabilità abita da sempre l’esistenza umana, la determina, la funzionalizza, le conferisce un senso di limitazione, di fragilità, di aderenza al pianeta che calpestiamo che rende tutti noi davvero umani. Non è facile né evidente cogliere questo concetto. Certo, è sicuramente più facile vedere il valore della vita nella sua efficienza, nel pieno esercizio di alcune capacità e qualità. Quando gli occhi sono aperti, il risultato è la vista. Quando la mente è aperta, il risultato è la sapienza. Quando è aperto lo spirito, il risultato è l’Amore.