DI SALVATORE OCCHIUTO

SALVATORE OCCHIUTO

“Vorrei che i giovani si interessino unicamente alla mia storia perchè pensando a ciò che è accaduto e che potrebbe succedere di nuovo, sappiano opporsi a violenze fisiche e morali”. Queste le testuali parole che Giorgio Perlasca pronunciò nella puntata di Mixer del gennaio 1991. Parole che oggi sono di stretta attualità. Nella medesima nazione dove il nostro eroe contribuì a salvare migliaia di ebrei dalla deportazione e dallo steminio, le rimembranze del passato tornano purtroppo alla ribalta. Ancora una volta nell’indifferenza e nell’ignoranza generale. Le atrocità, i massacri, il ricorso alla pulizia etnica, i crimini contro l’umanità non hanno insegnato nulla alle generazioni future. Dopo la Shoah, il Biafra, il Libano, la Bosnia, il Ruanda, il Kosovo, il Darfur, una sequela storica interminabile che cambia esclusivamente negli strumenti grazie all’innovazione tecnologica. L’Ungheria ha rinverdito la scorsa estate il peggiore repertorio storico del ventesimo secolo dal muro in costruzione alla frontiera, erede della famigerata cortina di ferro, ai treni sigillati sulla falsariga del film Cassandra Crossing, tristi eredi dei vagoni piombati degli anni quaranta. Gli immigrati provenienti dalla Grecia, sfuggiti alla guerra civile siriana, alla ferocia dell’Isis nel nord dell’Iraq, alle carestie del Corno d’Africa furono ignobilmente ammassati nelle moderne carrozze passeggeri dagli scomparti ai corridoi, in maniera da evitare il contatto con la popolazione magiara. Questa la risposta di Viktor Orban alla questione immigrazione che da mesi attanaglia il continente europeo. Un atto disumano e criminale che ha violato qualsiasi convenzione e accordo internazionale nello sconcertante e colpevole silenzio dell’Europa. Un Europa che ha preferito chiudere gli occhi e concentrarsi nel dissanguare un popolo fiero e costretto ai margini della povertà, la Grecia, culla della democrazia. Una realtà tuttavia quotidiana nell’Europa che ha ripudiato agli ideali dei padri fondatori. Lo spirito di Ventotene ha ceduto il passo ai parametri di Maastricht e alla stabilizzazione della moneta. Adesso l’Ungheria ha indetto un referendum allo scopo di demandare alla volontà popolare la ratifica delle eventuali quote di migranti da accettare sul territorio nazionale. Paradossalmente un paese che ha sofferto la terribile dittatura comunista, dovrebbe comprendere più di altri il valore della libertà. L’Europa dei popoli non sembra volere condividere un cammino di fratellanza, solidarietà, prospettive con il mondo esterno. L’Ungheria ha sempre avuto nei secoli passati una configurazione monocratica a prescindere dalla connotazione ideologica-istituzionale temporale. Parafrasando al contrario la celebre frase del Sen. William Fulbright su Cuba, Budapest è diventata, non una spina nel fianco, bensì una spada nel cuore della famiglia europea. Gli strali di Bruxelles si scatenarono per molto meno nella primavera 2000 contro l’Austria del governo di centro-destra tra i popolari del Cancelliere Schussel e la destra euroscettica di Haider. Allarmismo ingiustificato visto che tale esecutivo ha attuato una politica di riforme economiche e sociali aderenti alle direttive comunitarie. Un totale immobilismo si riscontra nei confronti dell’involuzione autoritaria pianificata dal Primo Ministro ungherese Viktor Orban. Una strana metamorfosi la sua. Nel primo mandato (1998-2002) si rivelò un illuminato liberale continuatore dell’azione politica di Jozsef Antall, primo capo del governo democraticamente eletto (1990-1994). Ritornato al potere nel giugno 2010 e riconfermato nell’aprile 2014, ha impresso una svolta nazionalista che ha riportato alle latitudini danubiane il repertorio storico-istituzionale degli anni trenta contrassegnato dalla diarchia tra il Reggente Ammiraglio Horthy e il Premier Gombos. Non siamo certamente agli epigoni neofascisti del regime di Szalassy che decretò la deportazione degli ebrei magiari in totale connivenza con i nazisti, come descritto nella fiction televisiva su Perlasca. Reminescenze pericolose coagulatesi nel partito di estrema destra Jobbik. La stretta contro l’immigrazione, la costruzione del muro, le discriminazioni rivolte agli zingari, le limitazioni alla libertà di stampa, l’espropriazione delle prerogative della banca centrale, sono innegabili segnali di un cambiamento della legislazione in senso restrittivo. La nuova costituzione promulgata nell’aprile 2011, proprio nel corso del semestre di presidenza ungherese del consiglio europeo, ha sancito l’inversione di tendenza. Orban ha trasformato in micidiale assunto dialettico la cosiddetta questione della cessione, in realtà trasferimento, della sovranità nazionale alle istituzioni comunitarie. Domani vedremo il responso delle urne.