DI ANNA RITA NOCITI

Anna Rita Nociti

Per Karl Marx (1818 – 1883), la crisi economica nella società moderna è determinata dalla contraddizione, che ciclicamente si ripete, tra lo sviluppo delle forze produttive sociali del lavoro e i rapporti di produzione a essa sottostanti. Il rapporto tra la macchina e l’uomo, tra lavoro morto e lavoro vivo, permette di produrre sempre di più a parità di tempo e con meno dispendio di forza lavoro impiegata. Tuttavia, la ricchezza prodotta non trova sempre sul mercato la domanda sufficiente e in grado di ripagare i costi di produzione. Se la produttività aumenta, si liberano lavoratori, si creano i cosiddetti esuberi, insomma i disoccupati inoltre, il datore di lavoro, tende ad abbassare i salari in un mercato del lavoro a lui più favorevole. Si viene a creare così da una parte una sovrapproduzione e dall’altra un sottoconsumo, poiché la domanda di beni diminuisce e le merci permangono nei magazzini. Scriveva ancora Marx: “L’accumulazione di ricchezza all’uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione mentale al polo opposto”. Ai giorni nostri e persiste dai tempi di Marx, la contraddizione intrinseca al funzionamento del capitalismo: la merce. La merce non è solo una cosa utile, ma ha il suo valore, la merce come scambio anzi prodotta per lo scambio. Quindi, intesa come valore d’uso e valore di scambio, soprattutto con il denaro. Certo, tutto procede bene se il flusso è ordinato, senza interruzioni, ma, la possibilità dell’interruzione è da valutare come intrinseca. Quando l’oggetto di scambio è solo il denaro da una parte e dall’altra l’agente economico non è in grado o non disposto a realizzare l’equivalenza, ecco la crisi. Nei periodi di crisi, il denaro si trasforma in vero e proprio tesoro, cioè è richiesto di per sé, poiché denaro contante, merce assoluta, cioè l’unica merce capace di rappresentare e conservare in sé la possibilità, in futuro, di retro trasformarsi in valore d’uso. Tutti vendono, nessuno compra. Tutti hanno bisogno di denaro per pagare debiti pregressi, ma il denaro in circolazione non c’è o non è sufficiente a soddisfare le esigenze del commercio e dell’imprenditoria. Gramsci cita: “ Crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere”. Sono circa 4.000.000 gli italiani che conoscono la fame, 1570.000 le famiglie in condizioni di povertà assoluta, 600.000 gli anziani in stato di estremo bisogno e più di 50.000 le persone che vivono per strada. Com’è possibile essere poveri? La povertà è una possibilità, non una necessità, per quanto si tratti di una possibilità così pervasiva da apparire come l’unica data, dunque come una necessità, è una realtà denudata, lungi dall’essere la base di ogni certezza. La povertà, è un fatto contro natura, e se la natura prevede la povertà, rivendica il negativo della vita dell’uomo e non come i sofisti che definiscono la povertà come un’interpretazione. La povertà è relativa, svilente, assoluta, endemica e anche sfuocata. Secondo voi è possibile che la povertà sofferta da un abitante di un dimenticato villaggio dell’Africa sia simile alla povertà sofferta da un lavoratore a basso reddito, working-poor, come li definiscono in Inghilterra, nell’era post-industriale? Così anche i poveri emigranti d’inizio secolo fossero in una condizione d’indigenza così lo sono nello stesso stato di deprivazione del tutto equiparabile all’odierna condizione di milioni d’immigrati dell’Europa? La risposta, secondo me, è affermativa. La povertà poi, come scritto in precedenza, è un’entità sfuocata che si realizza in diverse gradazioni e sfumature, nel senso dell’auto-analisi di quanto reddito sarebbe necessario per “vivere una vita migliore”. La crisi economica che l’Italia sta vivendo, la recessione, la disoccupazione, la perdita del potere d’acquisto delle famiglie entra ormai nelle case di tutti gli italiani incessantemente, attraverso la televisione, Internet, discorsi in casa. La crisi si è abbattuta sugli italiani, trainata dalla tempesta che ha travolto le borse e, quindi, il sistema bancario e l’economia. Gli italiani hanno reagito modificando i comportamenti di consumo e gli stili di vita. Quasi metà di essi ha rinviato le spese più impegnative per la famiglia: casa, auto, elettrodomestici, arredamento. La stessa quota di persone dichiara che non solo ha ridotto la spesa per l’abbigliamento ma, anche quella alimentare. L’impatto della crisi è rilevante, lo vivono anche i bambini su dati riferiti da Telefono Azzurro ed Eurispes, poiché quattro famiglie su dieci hanno un minore o più di uno in casa. Un tempo si sarebbe detto “povero vecchio!”, ormai bisognerebbe dire “povero giovane”. Gli adolescenti poi hanno una maggiore capacità di percepire la crisi e sviluppano insicurezze sempre più preoccupanti con una notevole fragilità psico-emozionale. Inoltre la stabilità che aveva la famiglia una volta ora non è più così, è cambiata radicalmente. Non hanno figure di riferimento salde all’interno di quella che è la prima società che tutti noi ci troviamo ad affrontare, dunque la cercano all’esterno e di conseguenza si estraniano dalla famiglia, facendole perdere ancora di più il suo valore. Inoltre in Italia, sembra paradossale ma, il progressivo invecchiamento della popolazione e l’aumento della scolarità hanno reso la forza lavoro giovanile, una risorsa rara ma inutilizzata. I giovani non hanno attese di un felice inserimento e tanto meno redditizio rispetto alla generazione dei loro genitori. Gli anziani, In Italia sono i poveri senza voce, vivono un profondo senso di vergogna, non c’è più la dignità del povero che esisteva in Italia fino al dopoguerra. Si rendono invisibili a certi tipi di aiuti e servizi sociali, come quello della distruzione del cibo appunto, perché si vergognano della loro situazione. L’anziano si vergogna nel dover accettare il sacchetto con gli alimenti per la giornata, non rappresenta un diritto ma un dono. Un dono insidioso perché ricevere è anche donare ma lui non può ricambiare perché povero. Accanto al sentimento di vergogna si associa quindi il senso di colpa. L’impoverimento delle fasce anziane purtroppo è destinato a durare e peggiorare per i futuri pensionati, se mai avranno la pensione. La povertà e la fragilità come status sociale. E’ un sistema perverso: ci sono persone che non hanno lavoro, sono in cassa integrazione o sono stati licenziati e altre che hanno un lavoro, ma non arrivano alla fine del mese. A livello psicologico poi c’è una chiusura verso la vita sociale, si diradano le uscite, si diradano i contatti. Le persone che dovrebbero consumare sono esse stesse consumate. Ecco la depressione, l’ansia, il sentirsi inadeguato e “piccolo”. Non si accettano gli sguardi compassionevoli perché sono come accettare il proprio declassamento. La crisi, la disperazione ha purtroppo fatto dilagare il “coraggio” della disperazione, di togliersi la vita. Sì, ci sono anche loro, gli altri. Ho visto un uomo disperato, un imprenditore, fissare la corda, salire sulla seggiola e mettersela al collo. Abbandonarsi alla morte perché disperato. Questa è la realtà della crisi, della povertà, della solitudine. L’allarme economico è diventato un allarme sociale, umano. A questa povertà nostrana si aggiunge quella dei poveri disperati venuti da fuori: gli immigrati. Cita Erri de Luca, la poesia ai migranti: “Mare nostro che non sei nei cieli… ti abbiamo seminato di annegati più di qualunque età delle tempeste…custodisci le vite, le visite cadute come foglie sul viale…” Da Paesi lontani si muovono verso la civiltà occidentale ridotta a brandelli, l’Europa è un crocevia sgangherato. Che cosa rimane impresso nella nostra mente a vederli: la magrezza dei loro corpi, stremati e impauriti e l’assenza del bagaglio. Il loro bagaglio lo portano dentro il loro cuore. Un bagaglio che racchiude la speranza ma anche il dolore per qualcuno perso durante il tragitto in quel mare profondo e scuro. Molti di questi viaggiatori portano addosso un libro sacro, chi il Corano in arabo o la Bibbia, hanno dato precedenza perfino al cibo. Provo ammirazione. Alcuni li chiamano risorse ma, spesso la risorsa fa coppia con il vocabolo sfruttamento. Sono vite disposte a qualunque sacrificio per un breve soggiorno. In questo disagio economico cresce l’utopia del Lost Cost che ci rende tutti più poveri. Non è solo un fenomeno imponente nel settore economico ma, è la parte più nitida di un grande cambiamento nel mondo occidentale. Il web diffonde questo tipo di commercio facendo leva sul pezzo ma danneggia le nostre fondamenta socio-economiche. Con l’illusione di rendere accessibile tutto a tutti, produce povertà e non sviluppo. Il low cost non è una cosa intelligente ma è una cosa furba. Perché? Se il nostro benessere, per quanto frugale, debba esserci garantito, dobbiamo anche credere che i prezzi così bassi siano collegati a
retribuzioni minime e perdite di lavoro, quindi variabili non indipendenti dal contesto economico. La crisi e le sue conseguenze appena descritte, lasciano aperta una possibilità inquietante: Marx avrebbe diagnosticato non solo le imperfezioni del capitalismo ma anche le conclusioni. Bisogna trovare il modo di concedere più opportunità a tutti e il diritto a vivere degnamente, senza vergogna e senza disperazione, altrimenti Marx si prenderebbe la sua rivincita.