DI ANNA RITA NOCITI

Anna Rita Nociti

Avrei voluto scrivere una storia di un bambino felice, immaginarlo con il suo sorriso a raccontare a tutti noi una bella storia. Avrei voluto parlare di te, Alessandro, dei tuoi undici anni, della spensieratezza che di solito appartiene ai bambini della tua età, ma la realtà è diversa, è crudele. Lunedì scorso, 3 ottobre il piccolo Alessandro è stato trovato morto nel canale d’irrigazione di Via di Campo Salino, all’ombra del castello di Maccarese, nel comune di Fiumicino. Una vicenda che ha dei lati ancora oscuri, su cui le testimonianze aumentano e nella quale c’è uno spazio temporale di un’ora da colmare. Duecentoventi sono i passi che dividono la casa dei nonni da quel maledetto canale. Le ipotesi al vaglio sono due, ritenute attendibili, secondo gli inquirenti. Un testimone ha raccontato agli agenti del Commissariato di Fiumicino, di ricordare di aver visto il piccolo Alessandro attraversare e avviarsi verso il canale in compagnia di una persona adulta. Un altro invece, di averlo visto camminare da solo. Due testimonianze opposte, due scenari completamente differenti ma, la verità forse non la sapremo mai. Nella prima si potrebbe ipotizzare l’omicidio o l’omissione di soccorso, nel secondo l’incidente o ancor peggio un suicidio. Il piccolo sembra abbia deciso di buttarsi nel canale dopo aver vagato da solo cercando una pace che non ha mai trovato, in fondo all’abisso del suo male. Nessuna ipotesi è scartata. Solo una storia tristissima. L’ipotesi del suicidio nasce da una dichiarazione fatta dal bambino circa sei mesi fa, davanti alle insegnanti di sostegno. Scoppiando in un pianto disperato avrebbe detto: << Mi sono stufato di questa vita, ora mi ammazzo. A casa mi picchiano, i miei si drogano. A scuola non ci voglio venire, tutti mi guardano e mi prendono in giro…>>. Mentre parlava, si strappava le unghie, si mordeva le labbra, si è anche dato da solo un ceffone in testa. Emergono quindi un disagio familiare, autolesionismo, scatti d’ira. Sono tanti, troppi a mio parere, gli allarmi rimasti inascoltati, in questa storia. In una relazione della dirigente scolastica, risalente al febbraio dello scorso anno, si parla di assenze continue e ripetute in classe e ancora, di dipendenza mentale indotta da tv, cellulare e tablet. Di emarginazione, isolamento e continui conflitti con gli insegnanti. Il piccolo Alessandro definito come un “bambino difficile” che non giocava mai a pallone con i coetanei, ma solitario, viveva in un suo mondo. Gli psicologi hanno parlato di ritardo cognitivo, di autismo. Si sarebbe dovuto sottoporre nei prossimi mesi a dei test di valutazione per la sindrome autistica.
Comunque quello che rimane, a mio parere, che forse non si è fatto abbastanza non solo per l’ipotesi di suicidio ma anche, per quanto riguarda il canale maledetto, di porre margini di sicurezza. Evitare di cadere in acqua e perdere la vita, cosa già avvenuta tempo prima, a un uomo che era andato a salvare il suo cane, scivolato a sua volta. Da qualsiasi prospettiva sia vista la tristissima vicenda possiamo solo pensare di aver fallito comunque. Sia nei confronti di un bambino che chiedeva aiuto sia come deficit strutturale dei margini. Ciò che traspare da questa vicenda è la solitudine di un bambino. E’ un fenomeno purtroppo comune alla maggior parte della popolazione, ma che ci si augurasse non toccasse ancora in modo evidente il mondo infantile. I bambini sono soli o sono lasciati soli. Sono situazioni a causa di grave disagio. Dietro la solitudine infantile c’è la paura di non essere amati, di non sapersela cavare. L’importante è aiutare i bambini a dire quello che provano. Rassicurarli. Fargli anche capire che, a volte, stare da soli è bello e necessario per sentirsi liberi o di pensare. Scrivendo di solitudine dell’infanzia e dell’adolescenza però, non bisogna avviare processi verso famiglia, scuola o società. Certo non possiamo negare che la solitudine di oggi, dove sono comprese fasce di età in pre-adolescenza, tende a diventare sempre più patologica. Una tendenza che trova conferma nell’aumento dei casi di aggressività e di suicidio in età sempre più precoce e nell’aumento dei casi di depressione dell’infanzia. Uno dei luoghi comuni vuole l’infanzia come l’età della felicità e della spensieratezza, senza fatiche e sofferenze, ma non è più così. I bambini di oggi incontrano presto frustrazioni che non sanno gestire derivanti dalla nascita di un fratellino o peggio alla separazione dei genitori che troppe volte li usano come armi per colpire l’ex. Ci sono anche situazioni più quotidiane che possono rendere i bambini più vulnerabili, esporli alla sofferenza, come le difficoltà di ambientamento all’asilo o a scuola, i problemi con i compagni, un cambio di casa o città. Il punto è capire quanto il bambino sta soffrendo e intervenire tempestivamente, captando segnali, frasi, avere nozioni di comunicazione non verbale (C.N.V.) capaci di cogliere e analizzare, nozioni fondamentali per chi opera nel settore di tutela minorile.
Il piccolo Alessandro soffriva di questa situazione prolungata di solitudine con tutti i sintomi legati a essa: irritabilità, difficoltà nei rapporti con i coetanei, disinteresse per le attività scolastiche, e sintomi più nascosti come l’insicurezza, atteggiamenti di chiusura e isolamento. Il piccolo era stanco della pesantezza del clima familiare e delle violenze domestiche di cui parlava. Di certo c’è che il bambino aveva chiesto più volte aiuto, fino al terribile gesto di disperazione. Un bambino solo è un bambino tradito nei suoi bisogni di sicurezza, di appartenenza e di autorealizzazione, costretto dall’assenza dei genitori, a un rapporto illusorio con la realtà.  Noi adulti, genitori, insegnanti, assistenti sociali e psicologi, non solo dobbiamo insegnare ai bambini, ma imparare dai bambini. Perché ci sono cose che noi possiamo fare per i bambini, ma ci sono cose che i bambini possono fare per noi. Stare in ascolto delle domande del bambino è far entrare aria fresca nelle stanze chiuse delle nostre risposte senza domande. E’ scoprire la prossimità primitiva di emozione e pensiero. Stare in ascolto del bambino è fare filosofia. Tchaikovsky scriveva: “I fiori, la musica e i bambini sono i gioielli della vita”, riflettiamo.