DI ANNA RITA NOCITI

Anna Rita Nociti

Era una sera di novembre di qualche anno fa. Ero vestita di bianco e i lunghi capelli biondi scendevano sulle spalle, ero emozionata a teatro, quella sera. Il foyer, caratterizzato dagli elementi architettonici a vista e dalla predominanza del colore rosso, ospitava noi spettatori prima dello spettacolo di Franca Rame. Improvvisamente si apre una porta, ero lì di fronte e vedo un uomo alto che mi guardava, mi sorrideva. Un uomo grande, un grande Uomo, era Dario Fo. Continuava a sorridermi, si avvicinava a me come se vedesse una vecchia amica. La mia sorpresa fu ancora più bella: mi abbracciò con affetto quasi sollevandomi da terra, dandomi un bacio sulla guancia. Disse ad alta voce: << Son felice stasera, c’è la mia amica da Bologna e ho desiderato tanto rivederla>>. Non avevo mai avuto l’onore di conoscerlo prima di quella sera (un nostro segreto) ma ho recitato con Lui, fingendo una vecchia amicizia non coltivata per motivi di tempo ma che si porta nel cuore nonostante tutto. Mi prese sotto braccio e continuammo a vagare nella hall tra gli sguardi misti a gioia e invidia, degli altri ospiti. Mi salutò per raggiungere la sua Franca con la promessa di rivederci subito dopo. Quel giorno era il mio compleanno. Dario, il nostro Maestro, mi fece un regalo, una sua opera: I Minotauri con dedica “Un meraviglioso compleanno per una splendida ragazza”. Questo era Dario Fo. Un grande uomo, intelligente, anticonformista, anticlericalista, ateo, di una semplicità disarmante degna solo delle persone come lui. Era dotato di una grande capacità di critica rivolta, attraverso l’arma della satira, alle istituzioni politiche, ecclesiastiche, sociali e alla morale comune. Era un artista “scomodo” per la sua costante opposizione a ogni forma di potere costituito. Dario Fo era nato novant’anni fa a Sangiano, un luogo minuscolo o come lo definiva lui, il Paese delle Meraviglie, il 24 marzo 1926 da una famiglia modesta ma intellettualmente vivace, nella quale ha potuto ascoltare sin da bambino, le favole e piccole storie locali raccontate dal nonno e dai viaggiatori che passavano da lì. La sua attenzione e curiosità di fanciullo, ha ispirato l’artista nel corso degli anni. Oggi, con la sua morte il nostro Paese e il mondo intero piangono un artista poliedrico, un giullare come amava definirsi. Un uomo che per tutta la vita si è battuto contro la dichiarazione secondo cui “la cultura dominante è quella della classe dominante”. Ha lavorato affinché le classi sociali, costrette a vivere nell’ignoranza, prendessero coscienza del fatto che il popolo è il vero depositario delle radici della cultura propria. Nel 1997 gli è stato conferito il Premio Nobel per la Letteratura, una delle cinque categorie previste originalmente nel testamento di Alfred Nobel nel 1895, attribuito per destinazione testamentaria all’autore nel campo della letteratura mondiale che si sia distinto, a livello mondiale, per le sue opere in una direzione ideale. Premio a Dario Fo, perché seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi. Era un intellettuale distinto dagli altri, lo definirei un intellettuale popolare proveniente da una cultura, né accademica né esclusiva ma popolare, per poi essere trasmessa al popolo, appunto. Studiava i suoi personaggi, li vedeva accanto a sé, i loro volti, le scene, li raffigurava sulla tela. Poi li portava sul palco e trascinava i suoi spettatori in una sorta di magia avvolgente nella sua satira. Diceva che la satira è uno spirito libero perché conseguenza di dolore, di pressioni, di prevaricazione. Il teatro non deve conoscere regole altrimenti non sarebbe liberatorio ma, non per questo allo sbando. Il teatro deve far riflettere, piangendo e ridendo. Dario Fo utilizzava il grammelot, voce forse presa in prestito dal francese (grommoler – borbottare), ma d’origine imitativa e forse derivata dal veneziano. Pare che quest’artificio recitativo fosse utilizzato dai giullari, attori itineranti della commedia dell’arte, usando intrecci di dialetti, lingue e parole inventate, aiutandosi con la mimica e la gestualità in modo da comunicare con la platea degli spettatori a prescindere dalla lingua parlata. Una recitazione fortemente espressiva, iperbolica la definirei, così solo il Maestro sapeva fare regalandoci emozioni e suggestioni. Parlava di politica definendola un teatro. La politica diceva, si dovrebbe prendere carico di cambiare la società, di arricchirla di elementi fondamentali quali il rispetto, la libertà, i diritti umani con la speranza di cambiare il mondo. La politica, continua, sta distruggendo questo valore. Conosciamo anche l’uomo Dario, innamoratissimo della sua Franca, compagna di vita e di teatro. Lei era figlia di teatranti girovaghi, lui era solo uno spilungone tutto orecchie, intimidito dalla sua bellezza: meravigliosa, bionda, alta e spiritosa. Lei un giorno lo prese dalle spalle, lo mise contro un muro e lo baciò. Non si separarono più, sposandosi nel 1954 e con la nascita di un figlio Jacopo, un anno dopo, furono felicemente compagni di vita per quasi sessant’anni. Il segreto del loro amore è stato il rispetto, la discussione, il non dare tutto per scontato, di non permettere che la vita insieme diventasse una routine. Ridere insieme, essere spiritosi. Regole che purtroppo in una coppia non esistono più perché tutto è superficiale, senza responsabilità, rispetto, senza più dialogo. Con Franca diceva, abbiamo vissuto tre volte più degli altri. Lui, genio eccelso e inqueto diventava mansueto di fronte alla sua donna forte. Commovente il saluto di Fo alla moglie ai funerali, un lungo “ciao” urlato al cielo. Ha continuato a sentirla vicino, a sognarla, ad avere la voglia di telefonarle. Penso che la loro sia stata, una delle storie d’amore più belle del Novecento, irripetibile e assoluta fino all’ultimo. Se qualcuno di noi crede nella vita dopo la morte, può ripetere che almeno adesso saranno di nuovo insieme. Penso che Dario Fo abbia insegnato a tutti noi tantissimo, non solo la cultura teatrale ma la vita. La vita, amando la semplicità cui troppe volte non diamo peso come ridere, perché un popolo che non sa più ridere diventa pericoloso e amare, amare con il cuore. Pochi giorni prima di morire Dario Fo aveva cantato per ore, incomprensibile dicono i medici, vista la situazione di salute e in particolar modo la patologia polmonare. Ricordiamolo così, anziano ma non vecchio come amava definirsi, perché i vecchi ridono poco, sono nostalgici e di destra. Lassù Dario, a destra mai.