DI ANNA RITI NOCITI

Anna Rita Nociti

La storia è accaduta pochi giorni fa in una città dell’Est della Germania, Schmölln, undici mila abitanti nel Land della Turingia. E’ una storia triste: un profugo somalo, poco più che adolescente, con disturbi mentali, si è seduto sul davanzale della finestra dell’appartamento al quinto piano dell’edificio dove viveva con altri minori non accompagnati, con l’intenzione di porre fine alla sua vita. La polizia locale è intervenuta cercando di dissuaderlo ma, oltre la tristezza di questa intenzione così coraggiosa, la follia di alcuni abitanti che avrebbero incitato il povero ragazzo a gettarsi giù, da un’altezza di 15 metri. Altri avrebbero scattato anche delle foto dai loro balconi, un souvenir dell’orrore, altri ancora filmavano tutto con il telefonino. Il povero ragazzo sentendosi un protagonista, forse l’unico momento in cui qualcuno gli abbia dato importanza, quasi drogato da questa euforia, ha ceduto all’incitamento lanciandosi nel vuoto e morendo poco dopo in ospedale. Chissà se ci sono stati anche applausi, vista la follia degenerata tra la gente. Questa è la tragica realtà interpretata dai più come una scena di un film, surreale, fantastica. Essere protagonisti e registi di una scena di morte dove la vita non ha valore, ancora di più se quella di un profugo. Era arrivato in Germania nel mese di marzo dopo aver attraversato il Sudan, il Sahara e il Mediterraneo, solo, senza nessuno che lo potesse sostenere nella miseria, comune ai suoi compagni, non solo quella materiale ma dell’anima. Era traumatizzato dalla sua esperienza e ciò ha contribuito a renderlo più vulnerabile e, essendo un migrante, isolato dai suoi simili che si sentono superiori, certo superiori nella follia omicida. Mi verrebbe da pensare all’intreccio di una novella di Pirandello più che a un fatto accaduto dove si mette in risalto la pena di vivere dell’adolescente e la follia della gente che istiga al suicidio il giovane mettendo secondo me in evidenza, la loro vita monotona e la loro insoddisfazione celata e lo fa con amaro umorismo con il loro vocalizzo nel pronunciare le parole “Dai salta, salta”. La follia che unisce gli abitanti della cittadina e che fa paura, è la loro indifferenza al fatto tragico e nello stesso tempo l’eccessiva importanza allo stesso. Come se uscissero da se stessi per vedersi al di fuori, registi in contrasto alla realtà vera e la scena falsa costruita nella loro mente. Viviamo nell’epoca dell’alienazione dell’uomo moderno, un distacco totale dal senso umanitario. La vita non ha il valore che le spetterebbe e l’uomo vive a mio avviso, di un pessimismo assoluto e nascosto, nella mancanza di basi concrete in un mondo pieno d’interessi.
Ciò che è accaduto non si limita alla Germania o all’Europa ma riguarda l’uomo e ci pone a una riflessione profonda. Oggi si vive immersi nel nulla, una costante del nostro tempo perché nel nulla sembra destinato a finire ogni istante. L’istante non è considerato un passo verso il futuro, ma è uno spazio disperato di un cuore che non sopporta il vuoto perché la società di oggi ha smarrito l’importanza della persona, della sua presenza, riducendola a niente. La vita umana è una cosa, ha assunto un valore materiale. Viviamo nella globalizzazione del nulla perché iniziata negli anni novanta del secolo scorso, retta dal supporto della rete sempre più diffusa, ha generato il mostro dell’indifferenza. L’uomo di oggi non ha della vita un’idea, bensì un sentimento mutabile e vario, secondo il tempo e il caso. La storia drammatica di questo ragazzo, non mette in risalto solo il suicidio, sublime coraggio dei vinti ma l’indifferenza degli altri, il razzismo, essendo la vittima, un profugo, la xenofobia. La Germania sempre più xenofoba, in generale nel 2016 sono aumentati gli attentati di matrice avversiva contro i centri di accoglienza da parte dei tedeschi. Purtroppo quello di Schmölln non è il primo caso d’intolleranza negli ultimi mesi. In Sassonia, si sono registrati vergognosi episodi di disumanità come ad esempio l’assedio al bus di migranti a Clausnitz, l’esultanza di un gruppo di cittadini di Bautzen al rogo di un hotel destinato a diventare centro di accoglienza, gli applausi dopo le percosse a quattro migranti a Francoforte sull’Oder. Il razzismo, la xenofobia, il diverso sconcerta, preoccupa, lo straniero crea tensione emotiva. E’ l’interpretazione della differenza tra gli esseri umani che è sbagliata, in gran parte dipendente da un contesto sociale e culturale. Il razzismo nasce quando la differenza è utilizzata a favore dell’uno e a danno dell’altro, producendo ineguaglianza e subordinazione. Albert Memmi cita: “Il razzismo è la valorizzazione, generalizzata e definitiva, di differenze, reali o immaginarie, a vantaggio dell’accusatore e ai danni della vittima, al fine di giustificare un’aggressione o un privilegio”. La differenza è quindi usata al fine di sottomettere l’altro, il razzismo diventa aggressione quasi giustificata essendo il diverso inferiore. E’ preoccupante il clima di crescente assuefazione e normalizzazione in cui si svolgono gli episodi drammatici, le violenze. Ecco l’indifferenza, prima citata, lo stato affettivo neutro, un sentimento che emargina la persona in questione. E’ l’atteggiamento tra i più dolorosi e aggressivi che si possano assumere e riscontrare. L’atarassia di quella gente che ha istigato al suicidio il ragazzo, la schizofrenia di quella folla incitante, l’apatia degli esseri umani.