DI ANDREA PROVVISIONATO
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BRUXELLES, “Abbiamo raggiunto un accordo. La firma per il trattato di libero scambio commerciale tra Unione Europea e Canada ci sarà”. Quando di fronte ai giornalisti di tutto il mondo, il Primo ministro belga Charles Michell ha pronunciato queste parole, nonostante i suoi sforzi, dal tono della voce e dalla sua espressione non traspariva alcuna soddisfazione. Il viso pallido e scavato, le profonde occhiaie, il vestito sgualcito, raccontavano molto bene cosa dovevano essere state le ultime 24 ore del Premier belga.
Tutto ha avuto inizio alla vigilia della firma di quel trattato che per l’Europa rappresenta il riscatto dalla Brexit. Dopo il fallimento dell’accordo commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti (TTIP) e dopo che la Gran Bretagna ha deciso di dire addio al Vecchio Continente, il famoso Accordo Economico e Commerciale Globale (CETA), cioè l’accordo di libero scambio tra Europa e Canada, era diventato una sorta di ossessione per la Commissione europea. Bisognava arrivare a quell’accordo a tutti i costi. Non solo per motivazioni economiche e finanziarie, ma soprattutto d’immagine. Bisognava dimostrare al mondo intero che l’Europa c’è. È unita e competitiva.
E invece, quando tutto era pronto. Quando il primo ministro canadese, Justin Trudeau, aveva già prenotato una stanza in uno dei migliori alberghi di Bruxelles. Quando la sala conferenze del Parlamento europeo era già agghindata e le penne con rifiniture in oro già pronte sul tavolo accanto ai documenti ufficiali da firmare, i mali endemici dell’Europa: il potere di veto dei singoli stati e l’assenza totale di un potere politico esecutivo, hanno rischiato di mandare tutto all’aria per l’ennesima volta.
Ad appena 24 ore dalla firma del trattato infatti la piccola, insignificante e fastidiosa Vallonia si è messa di traverso. Il parlamento francofono dello stato che fa parte della federazione belga a sorpresa decreta uno stop alle trattative perché “su alcune questioni non ci vede chiaro”. E quindi non è disposto a dare il suo assenso.
L’imbarazzo è palpabile. Qualcuno nelle stanze della Commissione vorrebbe dire: “Chi se ne frega della Vallonia, andiamo avanti”. Ma non è possibile. Perché senza l’assenso della Vallonia anche il parlamento federale belga è paralizzato. E senza l’assenso di tutta l’Unione, quindi anche del Belgio, l’accordo con il Canada “nun sa da fare”.
A quel punto il telefono nell’ufficio del primo ministro belga deve essere diventato rovente. Banchieri, finanzieri, industriali, giornalisti, funzionari della Commissione, Primi ministri di mezza Europa, tutti devono aver chiamato il povero Michell. E tutti con la stessa domanda: “Cosa diavolo stava succedendo”? La risposta era tanto banale quanto imbarazzante: una semplice battaglia politica interna. Il parlamento vallone è a maggioranza socialista e retto da un presidente socialista, il giovane e rampante Paul Magnette che punta a vincere le prossime elezioni. Michell è un uomo della destra, in grave difficoltà politica, fiaccato da un anno di scioperi quasi ininterrotti. Oltre a scontare il peccato originale imperdonabile agli occhi dei valloni: quello di essere un fiammingo.
Quando ancora prima che il parlamento federale belga avesse dato il via libera al trattato euro-canadese, Michell ha fatto l’errore di pronunciarsi a favore, per il giovane Magnette è stata manna dal cielo. Forte del consenso del 70% dei suoi elettori ha chiesto un voto sul CETA al parlamento vallone che si è pronunciato in modo negativo e in questo modo ha bloccato l’iter di assenso da parte del parlamento federale. Una mossa durata giusto l’arco di una giornata. Giusto il tempo di mettere Michell nei guai e in grave imbarazzo di fronte al mondo intero. Dopodiché lo stesso Magnette ha annunciato che “grazie alle nostre trattative si è giunti a un miglioramento delle condizioni nel trattato e quindi il parlamento vallone è pronto a dare il suo voto favorevole”.
Insomma una pantomima. Una schermaglia tutta interna a un piccolo regno al centro dell’Europa che però ha rischiato di far tremare per l’ennesima volta in pochi mesi un intero continente. L’ennesima lezione, se ancora ce ne fosse bisogno, che l’Europa così com’è oggi è un gigante dai piedi d’argilla. Insignificante sul piano internazionale e facile preda dei capricci del politico rampante del momento. A volte questa debolezzag si traduce in catastrofi politiche come la Brexit, altre volte in figure barbine come in questa occasione. Ma ogni volta è un mattone che cade da quella casa comune immaginata a Ventotene.