DI SALVATORE OCCHIUTO

SALVATORE OCCHIUTO

“Hanno perso paesi interi”. Così mi disse un diplomatico americano nel 1997 riguardo agli archivi segreti della Cia. Una frase profetica che sembra adesso focalizzare perfettamente il quadro generale. Come avvenuto con il Vietnam del Sud e l’Iran dello Scià, gli Usa rischiano di perdere un’altra nazione strategica, la Turchia. La deriva autoritaria di Erdogan è sfociata nel dopo golpe in una crociata oscurantista di proporzioni gigantesche. Peggio delle purghe staliniane o della rivoluzione culturale cinese consegnate al totale oblio per l’assenza degli odierni mezzi tecnologici. La sospensione della convenzione europea dei diritti dell’uomo, la paventata reintroduzione della pena di morte, la violazione sistematica dell’immunità parlamentare, la limitazione della libertà di stampa sono i sintomi inequivocabili della creazione di un organigramma totalitario imperniato sul culto della personalità che abiura ogni elementare principio dello stato di diritto. Un’escalation repressiva che ha registrato negli ultimi giorni l’arresto del direttore e di 11 giornalisti dello storico quotidiano “Cuhmriyet” e dei deputati dell’ Hdp, partito curdo. Persino in manette il leader Hdp Selahattin Demirtas che aveva condannato il colpo di stato del 15 luglio scorso. Una dittatura feroce e oppressiva. L’unica opzione che può assicurare il potere ad un’autorità senza autorevolezza. Una nuova Corea del Nord stavolta ai confini dell’Europa. Con tutte le gravi implicazioni del caso. La minaccia nucleare considerando le bombe atomiche statunitensi custodite sul territorio turco. Infatti assieme a Belgio, Germania, Italia, Olanda, Ankara è uno dei governi che ha accettato tale dislocazione. L’interruzione dei nevralgici rifornimenti di energia mediante il gasdotto Blue Stream inaugurato nel novembre 2005. Un’opera realizzata anche con il concorso italiano della Saipem. La questione dell’immigrazione con la Turchia investita da Bruxelles al ruolo di custode delle frontiere europee dietro la generosa elargizione di circa 6 miliardi di euro. Lo scenario più terrificante sarebbe la disintegrazione del fianco meridionale della Nato con la base di Incirlik, un hub logistico che costituisce un crocevia indifferibile nella lotta all’Isis e nel contenimento della bolla siriana. Pertanto l’orgia vendicativa che ha decimato l’apparato statale conferma che Erdogan non ha il controllo del paese. Gli arresti e le destituzioni nelle forze armate, 183 tra generali e ammiragli, nei quadri dirigenziali dei servizi di sicurezza e della polizia, della magistratura, tanti procuratori e persino quattro giudici della Corte Costituzionale, dei prefetti, dei rettori delle università pubbliche e private, degli insegnanti, dei funzionari dei ministeri, del personale della televisione di stato e delle federazioni sportive rappresentano in maniera inequivocabile la proiezione verso l’instaurazione del regime del partito unico che l’Akp ha sempre sognato di realizzare. Uno spettacolo inquietante e raccapricciante a cui le nazioni occidentali assistono impotenti. Perchè la realpolitik sostiene la falsa tesi del dittatore stabilizzatore. Un concetto più volte utilizzato nella storia da Hitler, a Tito, a Franco, a Suharto, a Marcos, a Somoza, a Pinochet, a Noriega, a Saddam Hussein, a Gheddafi, ad Assad. Nel ventunesimo secolo tuttavia tale assunto appare fuorviante e retrivo, soprattutto se applicato a seconda delle alleanze del momento. A prescindere dall’evoluzione interna, la Turchia di Erdogan non può rimanere nella Nato che è stata fondata nel lontano 1949 per difendere la democrazia e la libertà. Aspettando il nuovo inquilino della Casa Bianca, gli Usa sono ad uno storico bivio: accettare le devianze autoritarie di partner fondamentali o escludere, come enunciato dalla dottrina Carter del 1977, tutti gli interlocutori che mostravano distorsioni nel processo democratico.