DI ANNA RITA NOCITI

Anna Rita Nociti

“Ti voglio bene, per questo canto e canto Te…”. Una canzone meravigliosa, struggente quella che ha accompagnato il ricordo di Morgan durante il programma di Maurizio Costanzo “L’intervista”. Si presenta in giacca e cravatta con note cromatiche in netto contrasto fra loro, non c’è traccia di trucco: si presenta la persona, non il personaggio. Front-man dei BluVertigo, giudice caustico di X-Factor, poeta e cantautore colto. Non parlo del dramma di Morgan, ma della persona, Marco Castoldi, come figlio. Il padre Mario, si è suicidato quando lui era un adolescente di appena sedici anni. Lo sguardo di quell’adolescente, ora uomo di quarantatré anni, si commuove, si lascia trasportare ai ricordi. La sua vita cambia in un giorno di pioggia, 11 ottobre 1988. Un foto¬gramma che segna il primo e il dopo, un’immagine inedita, impressa per sempre. La mattina prima di andare a scuola nota una cosa insolita, il padre, fermo alla finestra, saluta lui e la sorella, cosa mai fatta prima. Un saluto fatto di atti, di gesti, poi il suicidio. Ricorda ancora che la sera prima gli aveva donato un barattolino, quello dove si contenevano le pellicole fotografiche, era un amatore di fotografia suo padre. All’interno centomila lire, arrotolate, come simbolo e queste parole: ” Così non potrai mai dire che non ti ho restituito quello che mi hai dato”. Gesti, messaggi che non avrebbero mai fatto immaginare il gesto estremo di suo padre. Per Marco-Morgan scatta una filosofia di vita: bisogna prendere il positivo di ciò che viene dalle cose peggiori. Si pone la domanda, cosa scatta in un uomo, in un genitore che sembra vivere la sua famiglia? Non si confida, non condivide il suo problema, economico o inconscio che sia. Un padre che non è morto di morte naturale, è morto di suicidio, è morto di suo volere e ti chiedi perché. Un tatuaggio sul braccio, un punto interrogativo, questo ha Morgan per ricordare. L’unica risposta è che stava male, era depresso. Si era tenuto tutto dentro colpa forse, di una sorta di educazione molto legata alla forma che non fa ragionare, non gli ha dato la forza di condividere. Nei momenti cupi era però diventato violento, il padre. Marco lo saluta all’obitorio, vede un corpo privo di anima, si sente anche diverso dai suoi compagni, come se avesse un marchio, quello di Demian, direbbe Herman Hesse, da cui poi crescendo ne trae qualcosa di positivo. Ecco la filosofia di Morgan. E’ diventato contradditorio, vulcanico, istrionico: Ama la vita. Questa è la sua forza, elaborata dopo un gesto estremo del genitore. Dopo la morte suicida dell’uomo, il clima in casa si alleggerisce grazie a sua madre, con la quale vive un rapporto dinamico, ha un grande ascendente nella sua vita, seppur i due abbiano un rapporto altalenante. I genitori hanno ruoli paritetici nella vita di un figlio. L’abbraccio della madre che ognuno di noi come figli lo considera un ritorno a casa, l’affetto, sentirsi dentro a, protetti, quello del padre invece, che ti butta nel mondo, come Ettore porta a combattere la vita, insegna le cose, anche le cazzate, come dice Morgan. La depressione è un disturbo dell’umore purtroppo molto diffuso. Tutti quanti abbiamo l’esperienza di una giornata buia, ci sentiamo giù di corda, siamo tristi ma il vero problema è quando si prolunga nel tempo. La persona colpita non riesce a provare interesse e piacere nell’attività, ha solo voglia di silenzio, di solitudine come una sorta di rifugio che non permette agli altri di entrare. Ha un dolore: il dolore del vivere. Sottile è la linea della depressione per la perdita di qualcuno o qualcosa, e la melanconia, dove la scomparsa è portata direttamente sull’Io stesso in un processo d’identificazione tra istanza psichica e realtà smarrita. Si mostra con attacchi verso se stessi, mancanza di autostima, sensi di colpa, un senso diffuso di dolore, anche fisico perché somatizzato. La depressione dei giorni nostri è la conseguenza di uno svuotamento e annullamento secondo me, di valori cui la maggior parte non da più importanza. Nella vita di tutti i giorni ci poniamo tante domande, sui nostri scopi, sui nostri doveri, sui perché dei nostri eventi ma, non sappiamo dare una risposta sicura, certa, solida. Crescono così le ansie che se aumentano portano a uno stato di perenne agitazione conscia e inconscia. L’inquietudine del dubbio porta troppe volte al vuoto interiore e all’incapacità di reagire. Quello che manca al nostro tempo è una cultura della speranza. Un suicidio porta con sé un non detto, un segreto, una sofferenza che rimane in eredità ai cari che restano, ai survivors, così denominati dagli studiosi di Suicidologia della Scuola Americana. I survivors sono persone, in particolare i figli, che si sentono colpevoli, per non essere stati presenti in quel momento, per non aver capito, per non aver impedito, per non aver visto. Il suicida ha l’angoscia nel cuore, le tenebre della mente, la solitudine cosmica, la cosa che sgretola ogni guizzo di vita, odia la vita, odia gli altri, odia se stesso. La persona non si ama, la guerra contro se stesso non è sola nel suo mondo interiore, ma anche in quello relazionale, in un certo senso vuole punire la famiglia anche se involontariamente. Non si vive di solo pane o benessere economico, ma si vive di valori e progetti. Il suicida compie il suo progetto, il gesto estremo per affermare la propria individualità. E’ il coraggio dell’uomo moderno perché mentre un tempo, il coraggio di un uomo era andare in battaglia, combattere e perire come eroe, oggi c’è l’uomo coraggioso che vince la sua battaglia uccidendosi. E’ cambiata la filosofia del coraggio, è un nuovo gesto di libertà a decidere sulla sua vita e sulla sua morte. Una ribellione alla società, capace solo di manipolare gli individui e non dare certezze. La crisi economica finanziaria incide molto sugli esseri più deboli. Si perde la capacità di prevedere: io faccio una scelta e ne prevedo le conseguenze. Con la crisi non è più così. Il nostro cervello è fatto per prevedere e nel momento in cui non riesce più a farlo, compare il vuoto, il buio del domani. Avviene una rottura che nella fisica quantistica è definita de-coerenza del pensiero come fenomeno biochimico e biofisico. “Basta un niente” come spesso sentiamo dire e tutto crolla intorno al soggetto e lo porta a compiere il gesto suicidario. Dal soggetto l’impulso suicida non è concepito come una mossa contro la vita, ma un andare incontro al bisogno di una vita più piena. Secondo me il suicidio più di essere spiegato, analizzato e curato con le dovute terapie e sedute, attende di essere compreso. Dante Alighieri cita: ” Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”.