DI LUCA SOLDI

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Sono passati davvero tanti anni da quel tempo che vide l’assassinio, per mano mafiosa, di un giovane cronista, dell’animatore di circoli culturali, di un politico senza compromessi, del fondatore di Radio Aut.
Di un ragazzo, come tanti che in quegli anni, impegnato in prima persona e che credeva nella costruzione di una società migliore.
Quel giovane portava un nome rimasto impresso nella storia del contrasto alle mafie ed alle ingiustizie: Peppino Impastato.
Un ragazzo, di Cinisi, a due passi da Palermo che ebbe la colpa di nascere in una realtà ancora più difficile come quella, in quegli anni, siciliana.
In un mondo tutto pervaso dalla mafia e dalle connessioni fra politica ed affari. Il solito mondo di oggi, in fondo. Un mondo senza alcun riguardo per quelli che mostrano che hanno più “fragilità”. Dove l’esempio è dato dal primo, dal vincente, dal capo, dal comandante supremo e del conformismo che circonda queste figure.
Per questo l’esempio e la coerenza di Peppino sono ancora oggi un modello.
Quel giovane siciliano ebbe l’ardire di contestare il potere, i vincenti, in quei difficili anni rimane ancora un faro che illumina ancora l’oggi. Fu portabandiera di valori e principi, in una realtà chiusa e ristretta pur essendo oltretutto, familiare, figlio, di un capo mafioso.
In una sofferenza doppia, devastante che lo colpiva come figlio e come giovane politicamente impegnato, nel vero senso della parola.
Così, tanto da far dire che quello che fu ucciso a Cinisi, in Sicilia, in quel modo così crudele e vigliacco, fu un vero martire per la giustizia.
Un amante ed un precursore di quella ricerca e di quella conservazione della “bellezza” di cui tanti oggi cercano di seguire lo spirito. Fra le sue battaglie piace ricordarne una su tutte, quella contro la pista dell’aeroporto di Punta Raisi, vero scempio per quella terra e per il mondo che vi gravitava intorno. Ma Peppino fu anche una persona consapevole che le battaglie, nel nome della civiltà, non possono essere combattute e vinte, senza la costruzione di una “casa” , di un luogo comune che metta in relazione persone che abbiamo valori e obbiettivi comuni.
L’impegno disinteressato nella politica fu così per lui vera ragione di vita. L’occuparsi degli altri, della sua terra, delle ingiustizie e dei soprusi generati sulle spalle degli ultimi.
Una lotta, dunque che lo portava a combattere ciò che veniva mascherato dal mito del progresso ad ogni costo. Un progresso fatto sulle spalle di un territorio bellissimo ed altrettanto rassegnato.
Da qui appunto quel continuo lavorio per far nascere circoli, radio, notiziari. Provocando, suscitando curiosità e coscienza civile.
Con un fondo di ironia e satira che feriva mafiosi e politicanti corrotti più di tante inchieste giornalistiche o di qualche operazione di polizia.
La mafia ed i suoi complici, anche dentro le istituzioni, decisero di togliere di circolazione questo elemento che creava disturbo e sopratutto con la sua satira, minava alla radice il clima di paura e la credibilità di quel mondo.
Lo uccisero in un agguato in un casale in quelle campagne e poi per screditarne anche la memoria, portare il corpo sui binari della vicina ferrovia ed infine lo fecero saltare con dell’esplosivo.
Lo fecero con l’intento di accreditare al Paese la morte di un pericoloso estremista di sinistra ucciso durante l’esecuzione di un attentato terroristico.
Ma la tesi, malgrado anche certa stampa ne avesse dato credito, fu ben presto smontata dagli amici, dai compagni di Partito e dalla sua famiglia, la mamma Felicia ed il fratello.
La storia di Peppino, rimane certamente un mito per molti ed ancora oggi darne forza, esaltarle il valore, in tempi tristi come i nostri, vuol contribuire a maturare la consapevolezza che le strade da seguire non sono, non possono essere, quelle della rassegnazione o del chinarsi ad un conformismo di comodo.
Vuol dire ritrovare, noi stessi, in valori che molti danno come andati irrimediabilmente persi.