DI LUCA BILLI
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Io nel 1989 avevo diciannove anni e cominciavo a fare politica, naturalmente nel Pci. Ho partecipato con passione a quella lunga discussione, articolata in due congressi; ho visto lo smarrimento di molti compagni, come mio padre, di fronte alla decisione di cambiare il nome. Ho conosciuto tanti che non hanno più partecipato, che se ne sono andati e che non siamo più stati capaci di coinvolgere. Ma ho visto anche dell’entusiasmo.
Anche perché erano giorni entusiasmanti: il 9 novembre era caduto il Muro di Berlino, i regimi dell’Europa comunista si stavano dissolvendo. Quelli che hanno la mia età, grazie soprattutto alla televisione, hanno avuto l’opportunità di vedere questi avvenimenti mentre si svolgevano. Quel 9 novembre sentivamo, anche se in maniera confusa, che il mondo sarebbe stato migliore di quello in cui avevamo vissuto fino ad allora, perché quel muro non ci sarebbe più stato e soprattutto perché in Europa non ci sarebbero stati più quei regimi che, pur chiamandosi socialisti, tradivano gli ideali in cui credevamo – e in cui personalemente credo ancora.
La Bolognina è stata per me il segnale che anche noi partecipavamo a questi straordinari cambiamenti, che non rimanevamo indietro, ma – in qualche modo – facevamo la storia. Anche a Granarolo.
So bene che molti miei compagni pensano che quell’episodio sia l’inizio della deriva che ci ha portato, passo dopo passo, a uccidere il maggior partito di centrosinistra in Italia e a far nascere, sulle ceneri di quella troppo breve esperienza politica, un partito di centro moderato e sostanzialmente estraneo alla storia della sinistra italiana, come è l’attuale Pd. Io continuo ostinatamente ad essere convinto che nella decisione, lunga e sofferta, che portò la maggioranza delle iscritte e degli iscritti del Pci a far nascere la Cosa, che poi avremmo chiamato Pds, non ci sia in nuce il germe che ha portato al Pd e a Renzi. E quindi difendo quella scelta, difendo Occhetto e noi che lo abbiamo sostenuto.
Ricordo le discussioni in sezione e gli interventi dei “vecchi” che sostenevano che era giusto far nascere un nuovo partito, anche con un nome diverso, con convinzione e non per pigra adesione al funzionario di turno venuto dalla città che illustrava la mozione del segretario – come troppo sbrigativamente dissero quelli che non ci conoscevano e non ci amavano. Peraltro negli anni successivi ho avuto la fortuna di fare, per più di cinque anni, il “funzionario che veniva dalla città” e vi assicuro che non era mai semplice convincere quei compagni, perché erano persone abituate a ragionare e che di politica ne capivano. Parecchio.
Il Pds non fu soltanto – come qualcuno adesso dice – la risposta tattica di un gruppo dirigente che vedeva attorno a sé crollare non solo il comunismo internazionale, ma anche il quadro politico italiano. In quegli anni – bisogna sempre ricordarlo – sparirono la Dc e il Psi, travolti, oltre che dalle loro colpe, dalla storia che andava in tutt’altra direzione. Magari una parte di quel gruppo dirigente intese la svolta come questa sorta di ripiegamento tattico, ma in tanti pensavamo a qualcosa di radicalmente diverso, di più e di meglio.
Allora volevamo davvero fare un partito diverso, perché – dobbiamo per onestà ricordare anche questo ai nostalgici del Pci – quel partito era sentito da molti come una casa troppo chiusa, un luogo incapace di aprirsi. Volevamo essere un partito saldamente inserito nell’Internazionale socialista e anche – non ma anche, come hanno detto quelli venuti dopo – aperto a movimenti nuovi, penso ad esempio all’esperienza dell’ambientalismo, che in Italia è stata così sfortunata. A me allora sembrava possibile e sembrava possibile a molti altri che ci hanno creduto. Eravamo tutti degli illusi? Forse, però eravamo in tanti.
Io mi considero – anche se meno di altri, perché avevo un ruolo molto più secondario rispetto ad altri – responsabile degli errori che abbiamo fatto dopo la Bolognina, responsabile della progressiva perdita di identità che ci ha portati a rinunciare ad essere un partito socialdemocratico, appena pochi anni dopo che lo eravamo diventati formalmente, anche se lo eravamo già, specialmente in Emilia-Romagna, da molti anni.
Però è ingiusto dire che l’errore fu quella svolta. Dopo la Bolognina potevamo essere qualcosa che non siamo riusciti a diventare, anche perché ad esempio non abbiamo riflettuto a sufficienza sul tema della forma partito, un argomento allora spesso evocato, ma sui cui non lavorammo, tanto che, quando il modello di partito che eravamo si è rilevato del tutto inadeguato, non c’era altro modello con cui sostituirlo, lasciando campo libero all’ideologia delle primarie e al plebiscitarismo del leader, attraverso cui è potuto emergere un figuro come Renzi.
Soprattutto negli anni dopo la svolta non abbiamo più riflettuto su cosa voleva dire essere di sinistra e abbiamo immaginato che l’andare al governo – come abbiamo fatto, seppur in maniera indiretta e a volte rocambolesca – bastasse da solo a costruire un’identità. Personalmente – ma forse siamo ancora troppo vicini per vedere le cose in una giusta prospettiva – credo che il governo D’Alema abbia rappresentato il punto di non ritorno, l’inizio del declino che ci ha portati alla morte e a Renzi. Anche perché in quegli anni fu molto forte la teoria della “terza via” che ha indebolito – fino allo sfinimento – tutta la sinistra europea, non solo quella italiana. Non è dal governo che si costruisce un partito, tanto è vero che il Pci era stato costruito proprio perché al governo non c’era mai andato e anzi non superò mai del tutto il trauma – forse inevitabile – della solidarietà nazionale.
Ci sono stati errori di singoli – spesso gravi – per ambizione personale e ci sono stati errori collettivi, altrettanto gravi, ma almeno in buona fede. Però non era inevitabile morire. Se è successo è perché ce la siamo cercata, perché abbiamo fatto degli errori, ma non perché è nato il Pds.
La storia ha delle sue regole precise e non permette di tornare indietro. Non possiamo tornare a prima della svolta, come vorrebbero alcuni né allo spirito originario del Pds, come magari vorrei io. A questo punto, bisogna cominciare una strada nuova, radicalmente nuova. Disse Occhetto in quel brevissimo discorso del 12 novembre: “E’ necessario non continuare su vecchie strade ma inventarne di nuove per unificare le forze di progresso. Dal momento che la fantasia politica di questo fine ’89 sta galoppando, nei fatti è necessario andare avanti con lo stesso coraggio che allora fu dimostrato con la Resistenza.”
I punti cardinali li abbiamo, li abbiamo sempre avuti: la Resistenza e la Costituzione. Anche l’idea di costruire una società socialista è sempre lì, l’ambizione collettiva di realizzare una società dove ci sia un’uguaglianza sostanziale, non sottoposta ai vincoli del mercato, in cui sia al centro la persona, il suo diritto a un lavoro equamente retribuito; poi occorre declinarne gli obiettivi in funzione dei tempi nuovi, ma troveremo il modo, se terremo fermi i valori. Adesso però manca il coraggio. Quando lo troveremo – forse lo troveranno, perché non so se alla mia generazione sarà concessa una nuova possibilità, visti i danni che abbiamo combinato – allora ci sarà la svolta.

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