DI GIOVANNI BOGANI

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Raccontino di notte. Scritto un anno fa.
8. Barbra Streisand
Mi sveglio, prima che suoni la sveglia del cellulare. Sono le undici. Torno a studiare Tim Robbins. Leggo del suo progetto nelle carceri. Leggo che sono sedici anni che non dirige un film. E che hanno cancellato la serie televisiva della Hbo in cui interpretava il Segretario di Stato americano. Leggo altre cose, mentre mi ingozzo di caffè per non essere rincoglionito.
Via, scooter. È una mattina fredda ma bella. Metto solo una camicia bianca e una giacca nera, per essere elegante, non si sa mai. E un giaccone marrone. Corri. Corri bog. Via, via nel traffico, su per il viale degli alberi, fino all’albergo elegantissimo, imponente.
Arrivo. Parcheggio fuori o dentro? Dentro, non perdiamo tempo. Vai. Nel ghiaino. Di fronte all’entrata monumentale.
Alla reception una ragazza. Carina. Un naso un po’ grosso. Una Barbra Streisand giovane. Gentile. La divisa impeccabile. “Cercavo il signor Tim Robbins…”. “Certo”, mi dice.
“Certo”. Come se sapesse già tutto alla perfezione. Ah, sono stati informati. “Si accomodi”. Mi accompagna in un salone dove troverebbero posto tre appartamenti. Mi metto a sedere. Preparo la telecamera. Non si sa mai. Se accettasse di fare un’intervista video, sarebbe più bello. Poi preparo il computer. Ultimo il quaderno. A mali estremi.
Torna Barbra Streisand. “Mi dispiace ma il signor Robbins non ha nessun appuntamento: così mi dice”. E aggiunge: “Come si chiama?”.
Ma come. Me lo hai scritto ieri, che l’appuntamento era alle 12.30. E per un raro esercizio di congiunzioni astrali, sono qui in anticipo, cosa che non mi accadeva dal 1975. E mi sono vestito bene, e ho un freddo boia. E ho studiato tutta la notte.
Ma mentre dico tutto questo, sotto sotto mi sento, impercettibilmente, un millantatore. Mi sembra di avere ingannato, mi sembra che non era vero niente.
9. Musica per hotel
Ma la sua assistente mi aveva dato questo appuntamento, qui, a quest’ora. Mica ci sono venuto di mia volontà qui in questo albergo. Che ne sapevo che fosse qui?
Aspetto nel salone immenso. Una grande finestra dà verso il giardino e la piscina. Dentro ci sono due pianoforti. Mi avvicino a uno. Vorrei suonare, così me ne frego di tutto e faccio “La leva calcistica del ‘68” in onore a De Gregori, e poi me ne vado.
Ma risuona la musichetta da lobby che c’è in tutti gli alberghi del mondo, chi le suona quelle musiche? Quanto li pagano per trasformare in poltiglia i Beatles, il jazz, Duke Ellington, Ryuichi Sakamoto, Puccini, tutto triturato in un tritatutto Moulinex che smussa, uniforma, appiattisce, appiana, amalgama, ammorbidisce, anestetizza, assorbe, appallottola? Con quei fiati finti, da sintetizzatore, quelle trombe mai nervose, mai vive, quelle batterie discrete, sonnacchiose. Che delle volte non sai se c’è musica o non c’è, in quel luogo. A che cosa serve? A farti capire che sei in un albergo, e non a casa tua?
Aspetto.
Dico a Barbra Streisand che mi guarda con sospetto “mi ha dato un appuntamento per quest’ora la sua assistente”. Che comunque, qui non c’è e non può sostenere quello che dico.
E magari non è una assistente. Era solo una che lavora al premio che gli hanno consegnato ieri. Il suo lavoro oggi è quasi terminato, e io sono solo un disturbo nell’ingranaggio che porta l’attore dall’albergo all’aereo che prenderà questa sera.
L’assistente non c’è. E Barbra Streisand – ma in realtà somiglia di più a Manolo Gabbbiadini – può pensare che mi sono inventato tutto. Per fare un selfie con Tim Robbins. Avrà capito: sono un fan povero che cerca di importunare i vip. Chiama il direttore. Mi fa accompagnare alla porta.
10. Gabbiadini
L’assistente finalmente mi risponde. Dice “ieri Tim ha cambiato idea, vuole fare l’intervista al telefono”. Ok. Sono in albergo dove sta lui, ma gli telefonerò. Va bene. Anche se ho paura di non capire una parola di quello che mi dirà in inglese. Al telefono l’inglese di un americano è una brutta bestia.
Manuela Gabbiadini mi dice “la faccio chiamare con un Tacs dell’hotel”. Non capisco cosa sia un Tacs, comunque le dico che ho il mio telefono. Posso chiamare dal mio. Basta che mi passino la camera. Provo, ma il mio telefono dentro l’hotel a mille stelle non prende. Le chiedo “ma qui c’è campo?”. “Non tanto”, mi dice. E sottintende che se avessi un telefono migliore forse sì, ci sarebbe campo. Dentro di me penso “chiamo Tim con un Vodafone, per forza non risponde”, ma non riesco neanche a sorridere.
“Forse vicino alla finestra”, dice Gabbiadini.
Sì, ma io devo scrivere, gli faccio un’intervista in piedi alla finestra? Nel parcheggio, seduto sulla ghiaia, con le auto che mi vengono e mi schiacciano?
Chiama lei. “Non risponde”, dice. Come, non risponde? Se un minuto fa ha risposto! Sta facendo la doccia? È uscito? No, perché per uscire deve passare di qui, uscire da questo ascensore. Ma magari è sgattaiolato via dalla scala antincendio per non incontrarmi. O è uscito dalla scala di servizio, confondendosi col personale.
Le mostro un messaggio della fantomatica assistente. Che mi scrive “chiami tra dieci minuti, lui aspetta”. Ed è di venti minuti fa, ormai. Quindi dovevo chiamare dieci minuti fa. Lo mostro a Manola Gabbiadini. Lei probabilmente capisce “tra dieci minuti” e senza dirmi nulla sparisce. E non riappare.
Forse è andata a chiamare la polizia. Così i pochi minuti che avevo per l’intervista se ne stanno andando stuprati da un contrattempo che si complica sempre più. E se non ho l’intervista, dopo mi tocca comprare solo lettiere per gatto.
11. Maurizio Mattioli
Manuela Gabbiadini è sparita. Mentre è adesso che dovrei chiamare, o meglio dieci minuti fa, che sono già diventati undici o dodici, e  diventeranno tredici.
Nella hall c’è solo un cinquantenne in livrea, leggermente sovrappeso. Gli rispiego il problema e lui, già allertato, mi ribatte “il signor Robbins dice che non ha nessun appuntamento”, con tono definitivo. Gli rispiego, mi ascolta con molto scetticismo e alla fine, contrariato, chiama. “Mr. Robbins? Qui c’è qualcuno che dice di avere un appuntamento con lei”, dice in un buon inglese. Ma la faccia è quella di Maurizio Mattioli. Il comico.
Mi sento sospeso fra l’ostilità del personale e l’assenza di Robbins. Poi Mattioli dice “ah, yes” e mi passa il telefono, con lieve disgusto. Mr. Robbins c’è. Ma Mattioli sembra convinto che io debba fare l’intervista lì, in piedi come un fenicottero rosa. E tenermi tutto a mente.
Gli chiedo quello che dieci minuti fa mi hanno offerto, un Tacs, un telefono, per chiamarlo da lì. Ma stavolta Mattioli sembra sconcertato dalla mia richiesta. Poi va a cercarlo, e infine lo trova.
Me lo consegna. Rivado dove avevo lasciato la telecamera inutile e il computer. E Mr. Robbins risponde, e mi parla di politica, di teatro nel carcere, di Hollywood e di come a lui non piaccia quel mondo, di Arlecchino e della commedia dell’Arte. Dei giovani che finalmente non si fidano dei media, del telegiornali che vogliono vender loro la guerra, e si informano da soli, su Internet, dove si organizzano e mettono in piedi le loro proteste, simultaneamente in tutto il mondo, come quando si opposero, invano, alla guerra in Iraq. Mi parla della Corte suprema che ha approvato i matrimoni gay, e io mi sorprendo a capire il suo inglese, e sono quasi felice. Sì, forse verrà fuori una bella intervista.
In fondo è stato facile, no?
12. Arigatò
Lo saluto dopo mezz’ora di chiacchiere. Esco, non ci sono alla porta né Maurizio Mattioli né Barbra Streisand. Vado a recuperare il mio vecchio scooter. Accanto c’è una Mercedes color argento, con l’autista che aspetta, annoiato. Tra poco guiderà soffice e veloce per qualche ricconee, o forse proprio per Tim. Affonderà come un coltello nel burro dentro il traffico, fino ad arrivare a un ristorante o un aeroporto.
Ma io sono più fortunato, perché ho Firenze sotto i piedi, e questa è una giornata di sole.
Salgo su fino a San Miniato al monte, e mi metto su una panchina come un turista. Davanti a me c’è una coppia, lei con una gonna leggera, bianca, e i sandalini flip flap, le gambe nude. Incredibile come gli stranieri pensino di essere al sud, quando vengono in Italia, anche a novembre.
Davanti, giù, si vede tutta la città, con la Cupola di Brunelleschi nel
mezzo. E penso ai poveracci che hanno visto quel film, “Uffizi in 3D”, e dopo quell’orgia di musica minacciosa e gonfia e di movimenti di macchina dentro corridoi e gallerie, dopo quei quadri trasformati in cartoni animati in 3D, ancora non hanno un’idea di che cosa sia veramente Firenze.
Vicino a me, due giapponesi si fanno scattare le foto da un altro che non vedo. Loro due, giovani, sposini probabilmente, stanno attentissimi a mettersi dove dice il fotografo. Un viaggio di nozze a Firenze, direttamente da Kyoto o da Tokyo. Auguri, ragazzi. Godetevi questa città, e questo sole. E questa vita, che è sempre così sorprendente, e ti regala attimi che non sai immaginare.

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