DI CINZIA MARONGIU
CINZIA MARONGIU
“La canzone di cui mi sono innamorato per sempre è “Famous Blue Raincoat”. Non ho mai sognato di diventare un cantante, ma tante volte ho sognato di essere un personaggio di una canzone. E in particolare mi sono immedesimato in quell’uomo che gira alla quattro del mattino per Clinton Street che riecheggia di musica. Lui che passa la notte a scrivere una lettera all’uomo con cui la sua donna lo ha tradito. Lo chiama my killer, my friend, mio assassino, mio amico. Per me è il più grande triangolo della letteratura. Dopo o forse insieme a “Jules e Jim” c’è “Famous Blue Raincoat”. E proprio a quell’impermeabile blu Massimo Cotto, scrittore, giornalista, conduttore radiofonico oltre che assessore alla cultura del Comune di Asti, ha dedicato il titolo del libro uscito qualche mese fa, “I famosi impermeabili blu – Leonard Cohen Storie Testimonianze e interviste” (Volo Libero Edizioni). Più che un libro, “il” libro sul poeta e cantautore canadese morto a 82 anni, denso di testimonianze e storie sul leggendario autore di “Suzanne” oltre che delle nove interviste che lo stesso Massimo Cotto gli ha fatto nel corso degli anni, dalla prima nel 1984 all’ultima del 2001.
Massimo, che cosa ci ha lasciato Leonard Cohen?
“La certezza che si può scavare nelle parole e riempirle di ogni possibile significato fino a farle esplodere in una poesia. Cohen non è mai stato un artista logorroico, non è Dylan, non ha mai avuto il flusso joyciano della coscienza. Ha lavorato su poche parole e mi ha reso convinto che la commozione sgorga sempre dalla sobrietà del linguaggio. Ci ha lasciato due romanzi bellissimi, soprattutto il primo. E soprattutto ci ha lasciato la sensazione vera che poesia e musica se non sono proprio la stessa cosa abbiano dei punti di contatto fortissimi. E poi non dimentichiamo che è il protagonista di una storia folle. Tutti pensano che sia sempre stato un asceta, un uomo votato alla ricerca spirituale e invece nella sua vita ne ha combinate un bel po’. Cohen ha inseguito sempre la stessa ossessione, quella del rapporto con la donna e con la bellezza. Le sue parole seguono un percorso tortuoso e inimitabile e credo che più di chiunque sia riuscito a unire poesia, musica, letteratura e derivazione biblica. Nei suoi testi c’è questa corrispondenza non soltanto a livello di citazioni, penso alla storia di Isacco o di Rebecca ma anche nella tipologia del linguaggio usato da Cohen, ricco di allegorie e di illuminazioni improvvise. Insomma, non tanto la trama quanto il modo in cui le sue canzoni vengono depositate in un luogo senza tempo, come passi biblici”.
Nel corso degli anni hai intervistato più volte Cohen. Mi racconti com’è stato incontrarlo?
“Quando ho saputo della sua morte ho postato sui social una foto che gli ho scattato all’hotel Baglioni di Venezia poco prima che suonasse. La sua grandezza era il carisma che è come il coraggio: se non ci nasci, non te lo puoi dare. Parlare con lui era emozionante perché sceglieva sempre con accuratezza ogni singola parola che ti diceva. Mi è capitato di intervistare tantissimi artisti, anche molto importanti e che dicessero cose altrettanto importanti. Ma parlavano comunque sempre come si fa in un’intervista. Cohen era diverso. Aveva la semplicità tipica di chi è immenso. La musicalità delle sue risposte era pari all’assoluta mancanza di costruzione”.
Ricordi quando lo hai incontrato per la prima volta?
“Indimenticabile. Lo andai a intervistare nella sua casa a Los Angeles. Mi aprì lui la porta. Era a piedi scalzi, mi avvolse in un sorriso come se mi conoscesse da sempre e non come un giornalista sconosciuto che arrivava dall’altra parte del mondo. Mi salutò con un “Welcome my friend”. La casa era molto semplice ed essenziale. Profumo di incenso, un candelabro ebraico, la stella di David e il suo sorriso aperto. Si offrì subito di prepararmi la colazione perché “non si può rispondere a pancia vuota a un’intervista”. La sua era semplicità vissuta e non ostentata. Viveva con le porte aperte. Non ha mai chiuso la casa, così come non ha mai chiuso la macchina dalla quale ogni tanto gli hanno pure rubacchiato dei nastri. Ma Cohen era così. Quella stranezza naturale e non di chi vuole stupire. Vivere così era il suo modo di proteggersi. Tempo dopo si chiuse per anni in un monastero. Non sapeva nemmeno quanti soldi avesse, se li è fatti rubare senza mai preoccuparsene. Cohen poi è l’uomo che ha fatto l’amore con Janis Joplin e già questo ai miei occhi può bastare. È l’uomo che si è consumato di desiderio per Nico e ha saputo trasformare tutto in canzone. Era l’uomo che come avrebbe detto Fabrizio De André non faceva nessuna differenza tra amor sacro e amor profano. Per lui l’orgasmo come atto finale dell’amore fisico con una donna e la comunione con Dio erano pari”.
Con quale sensazione uscisti dalla sua casa quella volta lì a Los Angeles?
“Ci vedemmo tutti i giorni per una settimana. Dovevo tradurre le sue canzoni per il primo libro che ho scritto su di lui. Ti dico soltanto che se una spugna impietosa dovesse cancellare tutti i ricordi dalla mia testa, vorrei che gli ultimi ad andarsene fossero quelli relativi ai giorni trascorsi con lui. Il privilegio raro del nostro lavoro è quello di poter incontrare persone straordinarie e di essere benedetti dalle loro parole”.
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