DI JACOPO MELIO
JACOPO MELIO
Ad un disabile non puoi spiegare la disabilità se non ti sei mai rotto una caviglia e, da seduto, non ci hai mai pranzato, corso, giocato alla Play Station, fatto l’amore, pisciato. Per la stessa logica, credo non si possa nemmeno spiegare ad una donna cosa sia realmente il femminismo, perché si sfocerebbe in una presuntuosa paternale dal retrogusto amaro, di retorica. Retorica e luoghi comuni direttamente dal ‘900.
Perché è questo che ha fatto Massimo Gramellini. Ha spiegato la vittoria di Trump (o meglio, la sconfitta della Clinton) come un naturale e conseguente risultato di una dubbia posizione da parte della candidata rivale. Posizione sociale e di genere, sia chiaro. Tanto che pare essere ritornati al porre l’evidenziatore sulla dicotomia maschio/femmina, forza/sensibilità, potere/obbedienza. Che neanche con la DeLorean, secondo me, ci si sarebbe potuti spingere tanto indietro.
E quando a farlo è chi di cuori ne ha fatti battere parecchi, con la sua penna, fa abbastanza male. Quando continuiamo a trovarci di fronte, per l’ennesima volta, a quel passato stantio che punta il dito ai fattori biologici senza entrare nel merito, nelle qualità individuali, è una sconfitta in partenza. È il segno che il progresso, quello in grado di guardare negli occhi le persone e di saperle leggere ben oltre il paio di pantaloni o la gonna che indossano, è ancora un miraggio. Anni di lotte in piazza armati di idee buttate al vento.
Il pezzo pubblicato ieri su La Stampa è un elogio al maschilismo, quello più subdolo, spacciato come alta riflessione radical chic, che però stavolta non ha nulla di positivo nell’accezione “radicale”. Non ce l’ha quando si invita una donna ad essere “di cuori” e non “di picche”, quando la si spinge ad essere “accogliente” verso il sesso forte. In base a cosa, poi? Che l’unica evidenza più “forte”, tra i due, era la tonalità del biondo di Donald.
Caro Gramellini, il “soffitto di cristallo” che tu sociologicamente citi lo si abbatte in ben altri modi. Si avrà parità di genere quando daremo per scontato che una Donna possa essere figlia, madre e compagna di vita, ma anche titolare del suo tempo, del suo lavoro, della propria libertà e indipendenza, mentre noi maschietti a mala pena continueremo a saper accendere il grill del forno se siamo al telefono o a ritrovare i calzini bianchi nell’armadio (sì, dai, mi voglio “fare” uno stereotipo anche io). Ma soprattutto, quando sarà libera di girare per strada, la sera, senza paura, proprio perché quella “sottomissione” che tu invochi è un pericolo mostruoso.
Questo perché noi, noi uomini, nonostante gli errori, continuiamo ad essere talvolta stupidi, possessivi, gelosi, solo perché il cervello fa contatto con altri organi puramente causali, ma non troppo. E solo per il fatto che l’invidia ci porti a credere che una donna debba “avere le palle”, attributo maschile, per raggiungere il potere, è un atto di presunzione. Come lo sarà sempre credere che per farlo, quasi sempre, debba scendere a compromessi.
Il vero compromesso è credere a tutte queste sciocchezze. È permettere ad un messaggio simile di difendere il “genere”, spacciandolo per emancipazione quando in realtà solleva un muro altissimo, dove la femminilità viene vista come un’arma da estrarre al bisogno.
Ripeto, prima di dare indicazioni ad una donna, sarebbe il caso di… Niente, di non farlo, e continuare a giocare con le macchinine o i soldatini.
Quindi, dicci: sono venuti tre etti e mezzo di stereotipi, che facciamo… Lasciamo?