DI ALESSANDRO GILIOLI

ALESSANDRO GILIOLI

Essendo diventato con gli anni di miglior carattere, quando i molti capiscono ciò che prima si sosteneva in pochi, invece di imbufalirmi me ne rallegro.
Anche se – quando si era pochi – si era presi poco sul serio, o etichettati con definizione partitiche il cui scopo era delegittimare una fastidiosa lettura del presente e la conseguente previsione.
Così quella che fino a ieri era un’opinione e un “alert” di minoranza (o da “estremisti”, o da “grillini”) oggi è diventata cosa talmente mainstream da sembrare scontata, ovvia, giusta, corretta, insomma da Buongiorno di Gramellini. Il quale infatti oggi ci spiega la vittoria di Trump, in prima pagina sulla Stampa, parlandoci degli stipendi bassi e dei lavori precari, dei debiti spaventosi che i ragazzi devono contrarre per arrivare a una laurea dopo la quale saranno disocccupati, ed «è stata la finanza a costruire questo mondo di sperequazioni odiose».
Bravo, sono d’accordo. Da un bel po’, diciamo.
Di tutto questo sono contento, ripeto: per semplificare, del fatto che finalmente sia chiaro a tutti che in Occidente la mancata governance sociale della globalizzazione abbia provocato tali e tanti disastri da portarci all’implosione, al casino. E che talvolta (spesso, temo, se non ci si dà una mossa) questo casino si declina poi nell’affidamento a leader ipermuscolari e iperemotivi, che proprio per questa ipermuscolarità e iperemotività vengono visti come uniche risposte possibili ai poteri freddi, lontani, impalpabili e algoritmici che hanno preso il controllo delle nostre economie e delle nostre vite, impoverendo il ceto medio ed esternalizzando le democrazie.
Sono anche abbastanza contento del fatto che adesso la si smetterà definitivamente (con l’eccezione di qualche zuccone) di dire che per la sinistra “le elezioni si vincono al centro”, quando la centrista Hillary si è persa per strada 6-10 milioni di elettori democratici, rispetto alle ultime due tornate presidenziali, finendo così per essere sconfitta da un avversario repubblicano che ha preso meno voti di McCain e di Romney.
Il teorema del “si vince al centro” peraltro era già da anni che batteva in testa: insomma funzionava quando c’erano geometrie politiche che nel frattempo si sono sciolte – o almeno molto diluite. Del resto, se al bar, qui a Roma, per un mese hai incontrato gente incerta se votare Raggi o Meloni o Fassina (insomma tutto fuori che Giachetti, poraccio) puoi decidere che incontri solo fuori di testa oppure chiederti se le vecchie geometrie politiche sono andate in vacca, almeno come percepito diffuso. Avendo optato per la seconda ipotesi, ho vinto diverse birre non solo su Roma e la Brexit, ma pure sulle elezioni americane.
Adesso che tutto questo è mainstream – ed è diventato tanto scontato da apparire noioso – forse è il caso di andare un po’ oltre.
Cioè di provare a vedere quali nuove e successive categorie e geometrie politiche nasceranno da oggi in poi, sostituendo anche quella establishment-antiestablishmente che è con ogni evidenza provvisoria, propria di una fase di passaggio e di distruzione – non di costruzione. Propria di quell’epoca in cui il vecchio sta morendo senza che il nuovo stia ancora nascendo.
Vale per gli Stati Uniti, vale per l’Europa, vale per l’Italia.
Ecco, ci siamo occupati del vecchio che stava morendo – e solo i ciechi o i complici non vedevano che stava morendo.
Adesso è decisamente del nuovo che nascerà che con ogni forza ci si deve occupare.

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