DI LUCA BILLI
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Cosa ci rimane di quella tragica notte di Parigi? Ci resta la paura naturalmente, perché quelle persone potevamo essere noi o quelli a cui vogliamo bene. Ci resta un senso di impotenza e di incredulità. Ci resta la sensazione della nostra fragilità e della nostra insicurezza. E ci restano purtroppo i discorsi pieni di retorica dei nostri governanti, ci resta quella divisione imposta tra noi e loro, tra i buoni – che siamo ovviamente noi, tutti noi – e i cattivi – che sono ovviamente loro, tutti loro. Non è così, non è mai stato così. Sbagliavamo quando da bambini pensavamo che i cowboy fossero i buoni e i pellerossa i cattivi, ma sbagliavamo allo stesso modo quando, cresciuti, abbiamo cominciato a dire che i cowboy erano i cattivi e i pellerossa erano i buoni. Il mondo è un po’ più complesso di come ce lo raccontano. E ce lo raccontiamo.
Io sento di appartenere ai noi delle molte persone che sono scese in piazza in quei giorni, che hanno manifestato la loro solidarietà a quelle famiglie così duramente colpite, di quelli che hanno raccontato la loro paura. Ma allo stesso modo sento, con la stessa forza, di non appartenere ai noi di quelli che hanno lucrato – e che lucreranno – su queste paure. Non ci sto a questa divisione che mi vogliono imporre tra noi e loro. Voglio scegliere io da che parte stare e certamente non è la parte dove stanno i terroristi, dove stanno gli uomini che li guidano, che li armano, che li indottrinano, ma non è neppure la parte dove stanno i “nostri” governi.
Noi siamo più deboli dopo quella notte di Parigi e di questa debolezza si stanno approfittando i nostri nemici, i nostri veri nemici. In Francia da allora vige ancora lo stato di emergenza, il governo ha limitato le libertà dei francesi, ha approvato, sotto la spinta di questa paura, una nuova legge che limita i diritti dei lavoratori. Dopo Parigi ci hanno detto che dobbiamo rinunciare a un po’ della nostra libertà per avere maggior sicurezza.
Noi ci dobbiamo opporre con forza a questo tipo di reazione, a questi ragionamenti, che ci vengono presentati come ineluttabili.
La nostra società sarà più sicura se saprà coltivare la diversità, la mescolanza. Credo che non sia un caso se l’obiettivo è stata proprio Parigi e non un’altra città francese. Parigi rappresenta il punto di arrivo per tante persone che giungono lì da ogni parte del mondo. E infatti le vittime degli attentati sono di nazionalità, di culture, di religioni, diverse. Penso che la Parigi obiettivo dei terroristi non sia la città istituzionale, il simbolo della storia e anche della grandeur francese, ma piuttosto la Parigi raccontata da Pennac, la Parigi in cui si intrecciano le vite di tante donne e di tanti uomini che vengono da paesi diversi, la Parigi laica e tollerante, una Parigi “impura” e per questo odiata da chi crede che le donne e gli uomini abbiano un loro posto assegnato nel mondo, a seconda del sesso, della razza, della religione. Ai razzisti di ogni paese questo mescolarsi non piace e per questo saremo sempre più sicuri quanto più coltiveremo questa mescolanza. Per questo saremo più sicuri se apriremo le frontiere invece di chiuderle, se costruiremo ponti invece che muri.
La nostra società sarà più sicura se saprà investire nell’educazione. Il terrorismo, il fanatismo, la paura del diverso crescono dove c’è ignoranza, dove non si leggono libri – o si leggono solo i libri imposti dal regime – dove non si va a teatro o al cinema – o si vedono solo gli spettacoli graditi ai dittatori. Una società che dà valore all’educazione, alla cultura, all’arte, allo spettacolo, è una società in cui si vive meglio, in cui si è culturalmente più ricchi, in cui è più facile e più naturale coltivare certi valori positivi e abbandonare quelli negativi. Eppure noi vediamo aumentare le spese per gli armamenti, per l’intelligence, per lo spionaggio e diminuire quelle destinate all’educazione e alla cultura. Il fanatismo si combatte con i libri, non con i fucili.
La nostra società sarà più sicura se crescerà la partecipazione, se saremo più informati, se aumenteranno gli spazi e gli ambiti della democrazia. In questi anni le nostre società vanno nella direzione opposta. Nonostante l’apparente semplicità con cui possiamo accedere alle informazioni, nonostante la massa di informazioni da cui siamo quotidianamente investiti, sappiamo sempre meno, ci fanno sapere sempre meno, perché queste notizie sono filtrate, precostituite, in qualche modo predigerite, perché le notizie che ci arrivano sono spesso irrilevanti, perché non abbiamo gli strumenti – non ce li danno – per distinguere un’informazione importante da una che non lo è, perché non ci educano – non ci vogliono educare – alla critica. Anche perché uno, quando è educato alla critica, tende a usarla sempre, soprattutto quando dà fastidio al potente di turno. E allo stesso modo riducono il nostro potere, non tengono conto del nostro voto, fingendo magari di seguire la nostra volontà pilotata dai loro sondaggi. I terroristi, a ogni latitudine, hanno paura della democrazia; per questo abbiamo bisogno che si consolidi, pur sapendo che è un cammino faticoso. Noi ci abbiamo messo secoli e ancora fatichiamo a usarla bene.
La nostra società sarà più sicura se sarà più libera. A chi ci dice che dovremo rinunciare alla nostra libertà per essere più sicuri non rispondiamo che preferiamo rinunciare alla sicurezza, non cadiamo in questa trappola, perché la domanda è capziosa e intellettualmente sbagliata. Non dobbiamo rinunciare a nessuna delle due, perché l’una fa crescere l’altra. E soprattutto saremo davvero più sicuri quando saremo liberi dal bisogno, perché la povertà crea ignoranza, porta a chiudersi, favorisce l’odio tra i popoli, l’odio tra i poveri. Noi, quelli che stanno da questa parte, devono anche essere consapevoli che ci sarà da lottare, anche duramente, perché loro, quelli che hanno i privilegi, quelli che controllano la ricchezza, quelli che ci vogliono consumatori prima che sudditi, non cederanno i loro privilegi, le loro ricchezze, il loro potere, senza combattere. Per questo noi non dobbiamo dividerci, perché contre nous de la tyrannie, l’étendard sanglant est levé. Chissà cosa pensavano i capi dei governi quando cantavano queste parole, chissà se si ricordano ancora cosa significano. Noi lo sappiamo.
Aux armes, citoyens,
formez vos bataillons,
marchons, marchons!
Qu’un sang impur
abreuve nos sillons!