DI GIOVANNI BATTAGLIA
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“Marianne, siamo arrivati a quel punto della vita in cui siamo troppo vecchi e i nostri corpi si sgretolano. Penso che ti seguirò molto presto. Sappi che ti sono così vicino che se tendi una mano puoi raggiungere la mia. Ti ho sempre amata per la tua bellezza e per la tua saggezza, ma so che non devo dire nulla di più a tal proposito, perché sai già tutto. Voglio solo augurarti buon viaggio. Arrivederci vecchia amica. Amore infinito. Ci vediamo lungo la strada”
Sono queste le dolcissime parole con cui lo scorso luglio Leonard Cohen aveva voluto dire addio alla musa e grande amore della sua vita, Marianne Ihlen incontrata in Grecia sull’isola di Hydra nel 1960 alla quale aveva dedicato due canzoni come “So long Marianne” e “Bird on a Wire”.
Un presentimento di morte seguito dalla pubblicazione di un disco cupo come “You want it darker”
che molti hanno letto come un vero e proprio testamento spirituale.
Per tutta la vita Cohen aveva esorcizzato la morte, l’aveva cantata, ed unico tra gli altri era stato in grado di vendere dischi e fare successo trattando di temi dolorosi ed oscuri ai quali si sentiva legato più di ogni altra cosa.
Lou Reed lo aveva capito subito e più volte lo ha definito il più grande di tutti.
Non so dire se Leonard Cohen sia stato il più grande musicista di tutti i tempi e forse queste gare non servono a nessuno ma sono sicuro che senza di lui non ci sarebbero stati momenti felici nella vita di tante persone.
Leonard Cohen era un poeta ed il mondo ha bisogno della poesia e della bellezza tanto quanto del lavoro.
Dobbiamo tenere cari gli artisti perché sono il sale della nostra vita, quelli che ci aiutano a renderla interessante, bella e degna di essere vissuta; sono quelli che riescono a farci piangere o ridere con una nota, una parola o una fotografia senza neanche sapere della nostra esistenza sono nella nostra vita.
Non saremmo le stesse persone se non avessimo avuto la fortuna di vedere gli stupefacenti film di Stanley Kubrik o quelli taglienti di Luis Bunuel o se non avessimo apprezzato la seducente semplicità delle storie di Francois Truffaut.
Se non avessimo ascoltato Mozart, Fabrizio De Andrè o Johnny Cash, se non avessimo visto le foto di Henry Cartier Bresson se non avessimo potuto ammirare le folli acrobazie dei palazzi di Antoni Gaudi o la leggerezza del Borromini.
Se non avessimo visto i volti dei personaggi dei quadri di Caravaggio colpiti da quella luce straordinaria.
Non saremmo gli stessi se non ci fosse stato Leonard Cohen.
Dopo aver passato una vita piena di eccessi all’inizio degli anni novanta Cohen aveva deciso di ritirarsi dalle scene musicali per vivere in un monastero buddista in California sul Mount Baldy, lontano dal mondo dove aveva guadagnato il nome “Jikan” (il silenzioso) per la sua attitudine alla meditazione ed alla ricerca spirituale.
Il suo maestro Zen, Joshu Sakasi-Roshi lo ordinò monaco buddista nel 1993 dopo un lungo periodo di studi durante il quale per la propria crescita spirituale Cohen visse come suo servitore.
Questo aspetto della sua personalità è rimasto completamente immutato quando all’inizio del 2000 in seguito a problemi di natura economica fu costretto a riprendere suonare.
Chi ha avuto la fortuna di vedere i suoi concerti oltre alla magia che si creava non può non aver notato l’umiltà e la grazia con cui salutava il pubblico con il cappello in mano dopo aver ringraziato, uno per uno, i propri musicisti.
Ogni concerto di Leonard Cohen negli ultimi 15 anni è stato Sold Out.
Un pubblico adorante che è stato ricambiato da un artista straordinario.
Ogni suo disco è stato un capolavoro.
Ogni sua canzone, con parole pesanti come macigni, ha emozionato il mondo.
Leonard Cohen sin dal suo disco di esordio nel 1967 ha deciso di andare controcorrente, mentre il clichè del cantautore americano di successo dell’epoca come Bob Dylan o Joan Baez prevedeva testi politici, impegnati da cantare come manifesti, lui mise l’uomo al centro di tutto, l’angoscia, la desolazione sono gli stati d’animo prevalenti dipinti su un paesaggio spettrale ed oggi viene considerato come una pietra miliare della canzone di autore americana.
Quello che lascia senza fiato, nella quarantennale produzione dell’artista canadese, è la consapevolezza con cui Cohen usa le parole, riuscendo per primo a portare un testo di una canzone al livello della poesia.
Nelle sue canzoni così semplici e così complesse le parole sono usate in modo chirurgico per dipingere immagini indimenticabili.
“Vorrei dire tutto ciò che c’è da dire in una sola parola. Odio quanto possa succedere tra l’inizio e la fine di una frase” diceva a proposito delle sue canzoni.
Nei suoi dischi il suono minimalista accompagnava testi su temi universali.
“Per sua natura, una canzone deve muovere da cuore a cuore” diceva Cohen ed ogni volta che lo si ascolta, chiunque in Canada, in Cina o in Italia può sentire che quelle parole sono state scritte per lui.