DI VIRGINIA MURRU
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E’ stata definita ‘la più grande poetessa che la Germania abbia mai avuto’, fin dagli esordi seppe catalizzare l’attenzione su di sé, perché i suoi lirismi spalancavano orizzonti inediti, inesplorati, nell’arte di scrivere in versi. I suoi erano componimenti che trasmettevano raffiche di energia e potenza espressiva, era una protagonista nei fermenti culturali dell’epoca, e non passava inosservata. La Schuler questo lo sapeva, il suo verseggiare era un gioco da funamboli, ma lei era maestra di equilibri stilistici solo in apparenza precari, dato che la sua personalità artistica si delineò fin dalle prime pubblicazioni, e non si tardò ad interpretare l’orientamento espressionista della sua poesia.
Tuttavia lo stile personale, quasi sempre autobiografico, si consolidò in seguito al suo secondo matrimonio con Georg Lewin (che lei chiamava con uno pseudonimo Herwarth Walden), artista amante della musica, fondatore della rivista “Der Sturm”. Il giornale era una sorta di faro per gli espressionisti, un punto di riferimento, e ben presto seguì un profilo ben definito in ambito culturale, divenendo frontiera avanguardista dell’Espressionismo. La rivista raccoglieva il meglio del fervore artistico nei primi anni del novecento, e nella compagine culturale berlinese di fermento ce n’era tanto; ogni versante dell’arte esprimeva i suoi talenti, dalla musica alla pittura, al teatro, poesia.
Erano semplicemente i punti cardinali di una Cultura che ereditava, sia pure dopo la parentesi di oltre un secolo, il nuovo corso aperto dallo Sturm und Drang, movimento artistico della seconda metà del XVIII secolo, ma non circoscritto ai soli tre decenni che caratterizzò sul piano culturale. L’impeto e la tempesta (traduzione letterale di Sturm und Drang), la ribellione verso l’immobilità del passato, la lotta per aprire un nuovo fronte che andasse perfino oltre i valori preromantici, hanno caratterizzato anche l’identità culturale degli artisti tedeschi nei primi anni del novecento. La ribellione alla classe borghese e al materialismo imperante, è anche l’humus dell’Espressionismo, al punto che, alcuni studiosi e critici, lo definiscono ‘il secondo Sturm und Drang’.
Vi sono tutti gli ingredienti di queste correnti rivoluzionarie nella cultura del tempo, la smania di arginare un certo modo d’intendere i valori dell’uomo, che i giovani artisti volevano orientati verso lo spirito, in una ricerca soggettiva e non oggettiva dell’essere. Il desiderio era quello di portare sconvolgimenti di carattere espressivo, senza curarsi dell’impatto nella società, proiettandosi al di là d’ogni confine e ordine precostituito: oltre le convenzioni. Una rivoluzione che passava attraverso i cancelli aperti dell’arte, che non ama il razionalismo a tutti i costi, ma apre visioni nuove con la complicità delle emozioni e della psiche, nelle terre inesplorate del non senso, ai limiti della ragione, quasi borderline.
Precursori del resto, erano stati ‘les poets maudits’, come Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, che avevano edificato un muro ideale di anticonformismo, diventando poi manifesto di libera interpretazione dell’arte. E per questo, per quel loro esprimersi senza regole né ‘decenza’, con la smania di scuotere l’immobilismo suscitando clamore, quando non scandalo, erano definiti i poeti ‘dannati’, generazione perduta, condannata dalle ipocrisie di un tempo taccagno, che non accettava l’irruenza di chi voleva sconvolgere le regole sociali, abbattendo quelle transenne.
A Berlino, i giovani artisti come Else Lasker Schuler, avevano queste connotazioni culturali. Ambivano a saltare gli steccati, a ‘trasfigurare’ tutto ciò che aveva le sembianze di un lago, le cui acque si presentavano inesorabilmente immobili, dove il ‘movimento’ sembrava fuori dalla logica di un ordine che entrava giocoforza in attrito con gli animi fertili e ribelli dei giovani berlinesi. Proprio loro, con ipersensibilità, vogliono andare oltre l’autoritarismo e il rigore della staticità, tracciare un profilo più corrispondente alle loro aspettative, indagando la realtà e la sua rappresentazione, in ogni forma espressiva.
Non sarà più protagonista la visione materialistica della vita, ma i risvolti psicologici dell’essere in vita, con tutte le implicanze che questo comporta. Un osservatorio dentro l’animo umano, per scorgerne i conflitti e le emozioni che fino ad allora erano state come ombre erranti.. Andare più in là, dunque, e anatomizzare anche le emozioni, la bellezza del proprio sentire. La poetessa Schuler resta un’espressionista di prima generazione, con altri autorevoli artisti e rappresentanti del movimento, come Trakl, Stadler, Schikele.
Ora lo voglio truccare/ Come le puttane il rosa / Appassito dei fianchi di rosso. / I nostri occhi sono socchiusi / Come un cielo morente – La luna è invecchiata. / La notte non si sveglia più. / Tu non ti ricordi di me. /Dove me ne andrò con questo cuore?”(da ‘Sono triste’).
La Schuler non era molto amata da Kafka, ma aveva amici che poi sono diventati icone e figure di riferimento importantissime nella letteratura tedesca, tra questi Frisch, Thomas Mann, e altri, con i quali misurava il proprio modo d’intendere l’arte. Per gli amici era capace di tutto, di spendersi fino all’ultima risorsa, di rischiare perfino la propria libertà, come accadde nel 1914, quando per salvare l’amico anarchico Holzmann, sfidò il giustizialismo zarista, e si ritrovò dietro le sbarre in Russia.
Nei Caffè berlinesi si rinnovavano i riti boèmien parigini di Montmartre, la Schuler, che era nata in una famiglia borghese, col suo modo d’essere indipendente e oltre la barriera del perbenismo, scavalcò i regolamenti di questa società e visse secondo le proprie convinzioni. Pur amando la famiglia d’origine, tracciò una linea di demarcazione comportamentale che la allontanò. Voleva allontanarsene, a costo di vivere d’espedienti. Quando la madre scomparve, disse che per lei era ‘ la cacciata dal paradiso terrestre”, una testimonianza dell’importanza di quel ruolo nella sua vita, anche quando la tenne a distanza.
Animava negli anni giovanili, con la sua esuberanza e fervore culturale, le serate letterarie al Café Westens di Berlino; dopo alcuni matrimoni falliti, tanti artisti del tempo, riconoscendo il valore della sua poesia, la aiutarono a sostentarsi, in maniera anche consistente. Ma viveva tenendo fede alle concezioni anarchiche della sua esistenza, non di rado dormiva all’aperto, nelle panchine, e non le importava gran che dei musi storti di chi la osservava.
Aveva conflitti d’identità, e nonostante affermasse d’essere ‘ebrea per Dio, non per gli ebrei’, ad un certo punto della sua vita, soprattutto dopo l’esilio dalla Germania, in seguito alla persecuzione nazista, cercò l’autenticità delle proprie radici, proprio nella cultura ebraica. ‘Volti’ e ‘Ballate ebraiche’, sono raccolte con versi speculari di questa ricerca intima. Il suo rapportarsi con la genesi di un’anima altrimenti destinata a restare indefinita. Scrisse anche ‘Terra degli ebrei’, ‘Lettere al cavaliere azzurro’, ‘Il mio pianoforte azzurro’, ‘La gatta rossa’, ‘Concerto’, ‘Le notti di Tino di Baghdad’, e altre.
“io vorrei che un dolore si svegliasse/ che giù senza pietà mi rovesciasse/ e che in me bruscamente mi gettasse / e che nella mia patria / nuovamente posarmi sotto il seno materno / piacesse al Creatore” (da ‘Caos’).
in sintonia con queste pietre fondanti del nuovo movimento, scevra dai conformismi poetici, si presentava col suo istinto visionario, fatto di spontaneità e consapevolezza nuova, alle porte bersagliate di quest’arte, che era sempre stata un tramite unico per veicolare un certo modo di recepire le sensazioni, e il mondo che le viaggiava intorno. La sua è una poesia che apre altre prospettive, vive di elementi stilistici che sembrano in antitesi, ma lei con maestria ha saputo unire i poli opposti della fragilità e della forza: nelle sue composizioni è un’oscillazione continua. Lirismi, emozioni celebrate con veemenza, sembrano essere la parte più consistente dell’energia vitale che scaturisce dai versi. Nella poesia ‘Ascolta’, è evidente questo gioco di contrasti:
“Io mi prendo nelle notti/ Le rose della tua bocca/Che nessun’altra ci beva./ Quella che ti abbraccia/ Mi deruba dei miei brividi/ Che intorno al tuo corpo io dipinsi./ Io sono il tuo ciglio di strada. /Quella che ti sfiora / Precipita.
Else Lasker Schler ( per l’anagrafe Elisabeth Schuler), nacque ad Elberfeld in Westfalia, la sua era una famiglia di ebrei, e il padre un facoltoso banchiere. Frequentò regolarmente le scuole della città, fino al liceo. Nella sua esistenza diversi lutti le lasciarono un segno tenace nell’animo: la scomparsa del fratello, dei genitori, del figlio. Sposò per primo un medico, Jonathan Berthold Lasker, ma dopo una decina d’anni ( nel 1903) divorziò. Di lui le rimase il cognome, che portò per il resto della vita. Nello stesso anno sposò Georg Lewin, che aprì prospetti nuovi per la vocazione alla poesia, permettendole di pubblicare le opere nella rivista “Der Sturm”, fondata da Lewin.
Solo più in là scrisse in prosa e per il teatro. In seguito alla persecuzione del nazismo, fu costretta a riparare in Svizzera, ma qui non poté pubblicare le sue opere. Si recò alcune volte in Palestina, l’ultima delle quali nel 1939, e non poté però rientrare in Europa, per via della guerra che vi si svolgeva. Alcuni anni più tardi, a gennaio del 1945, in seguito ad un malessere di origine cardiaca, scomparve. Fu sepolta a Gerusalemme, dove tuttora si trovano le sue spoglie. Nell’amata Berlino non poté più rientrare, anche perché le autorità naziste le avevano revocato la cittadinanza.