DI MANLIO SOLLAZZO
MANLIO SOLLAZZO
Con una performante e lungimirante interpretazione critica, Moore aveva colto sia il malessere latente che serpeggiava nella Middle Class, tradita dalle annose politiche di austerity e privatizzazioni attuate dai democratici, sia lo scollamento siderale tra Hillary Clinton e la pancia dell’elettorato dell’America profonda, arrivando cosi a predire “scientificamente” l’inimmaginabile ascesa alla Casa Bianca dell’impresentabile candidato Donald Trump,abile ad intercettare la rabbia e la frustrazione collettiva prossima ad esplodere, come una bomba ad orologeria.
Nel 2014, all’inizio della campagna elettorale per le presidenziali Usa, contrariamente all’opinione autorevole dei massimi politogi e di navigati sondaggisti, Moore scrisse sul suo profilo Facebook le ragioni precise per le quali l’imprenditore-presentatore televisivo “brutto, sporco e cattivo”, avrebbe vinto con assoluta certezza.
Il post, cominciava con l’inquitante presagio e l’auspicio di avere torto:
“Amici,
mi dispiace dover essere ambasciatore di cattive notizie, ma sono stato chiaro l’estate scorsa quando vi ho detto che Donald Trump sarebbe stato il candidato repubblicano alla presidenza. Ed ora vi porto notizie ancora più terribili e sconfortanti: Donald J. Trump vincerà a Novembre. Questo miserabile, ignorante, pericoloso pagliaccio part-time, e sociopatico a tempo pieno, sarà il nostro prossimo presidente. Presidente Trump. Forza, pronunciate queste parole perché le ripeterete per i prossimi quattro anni: “PRESIDENTE TRUMP”.
Da allora sono passati due anni, e il giorno seguente la vittoria di Trump, Moore, come da par suo, mentre parte degli americani delusi e preoccupati dall’esito del voto manifestavano nelle strade in maniera non sempre civile, il regista-scrittore “impegnato”, ha mantenuto il sangue freddo e la mente lucida, elaborando una strategia politica di resistenza preventiva al trumpismo articolata in punti, fondata sulla partecipazione attiva, la disobbedienza civile, e sullo stare sempre sul pezzo, onde essere pronti a cogliere l’eventualità di ricorrere all’impeachment, qualora il “nemico” dovesse fare un passo falso.
Ci sono almeno tre ottimi motivi per conoscere meglio Micheal Moore:
1) Moore è allergico ai poteri forti e agli abusi di potere; 2) si è fatto da solo; 3) il successo e la ricchezza non lo hanno minimamente cambiato.
Nato e cresciuto in un sobborgo di Flint, figlio di due operai della General Motors, la fabbrica più grande del Michigan, la coscienza del giovane Micheal è andata formandosi in un vissuto quotidiano profondamente segnato dal valore della fatica e dal principio della giustizia sociale.
Il contesto socio-familiare e le sue origini irlandesi, temprano il carattere del giovane Micheal arrivando a fargli fanno ribollire il sangue di passione per l’impegno civile e la lotta politica.
Una miscela interiore resa esplosiva dalla pasta aurea dell’intelligenza, del coraggio e del carisma.
Micheal è visto come un leader naturale dai suoi compagni di classe e dagli studenti delle superiori, e il ragazzone di periferia non si sottrae a quelle che avverte come sue responsabilità, conducendo le prime “battaglie di civiltà” per il diritto allo studio in qualità di loro rappresentante.
Giunto il momento fatidico delle scelte esistenziali, Micheal sente in modo chiaro e distinto che il suo destino non è quello di seguire le orme dei genitori. Lui non fabbricherà macchine nella catena di montaggio della General Motors.
Consapevole del suo brillante acume e della sua insopprimibile voglia di conoscere e capire il mondo al di fuori della realtà della fabbrica, Moore si iscrive all’Università.
Presto, però, abbandonerà gli studi accademici.
C’è una forza interiore che lo governa e alla quale egli non può sottrarsi: è l’energia che pervade tutti coloro che istintivamente non vogliono omologarsi e sentono di dover dare senso alla propria vita diventando ciò che sono, correndo il rischio del fallimento esistenziale.
Moore va allora alla ricerca di se stesso, del proprio posto in un mondo che fin da bambino egli avrebbe voluto essere migliore e che adesso, divenuto uomo, intende assolutamente contribuire a renderlo tale.
Così, nel 1976, all’età di ventidue anni, intraprende la strada del giornalismo. Comincia a lavorare nel giornale alternativo della sua città, il “Flint”, assumendone presto la direzione. Dieci anni dopo, accetta l’offerta del “Mother Jones”, una rivista nazionale di estrema sinistra e si trasferisce in California, nella sede di San Francisco.
Dopo due anni, arriva la svolta della sua carriera e della sua vita.
Moore viene licenziato per aver attaccato un articolo sulla rivoluzione sandinista scritto da un altro giornalista. E’ il pretesto che l’editore aspettava da diversi mesi per sbarazzarsi di quel talentuoso giovane con la testa calda che era entrato in conflitto con tutta la redazione dopo che gli era stata negata la possibilità di fare un’inchiesta sulla General Motors, l’industria automobilistica che in quel periodo stava chiudendo uno dopo l’altro gli stabilimenti del Michigan per spostarli in Messico, gettando così per strada centinaia di famiglie e danneggiando l’economia dello Stato federale. E’ l’azienda della sua città, quella in cui avevano lavorato per tutta la loro vita i suoi genitori e suo nonno e Micheal vuole a tutti i costi occuparsene. Sanguigno e ribelle di indole, Micheal, non avendo digerito il precedente rifiuto del direttore, reagisce facendo causa al Jones. Il giudice si pronuncia a suo favore: il licenziamento è illegale e il giornale deve staccargli un assegno di 60.000 dollari a titolo di risarcimento.
Nel 1989 Micheal investe tutto il capitale che ha accumulato per produrre autonomamente un documentario d’inchiesta sulla General Motors, intitolato “Roger & Me”, nel quale denuncia i disastrosi effetti della delocalizzazione selvaggia ed evidenzia l’attualità della questione sociale e della lotta di classe, che il taylorismo e il fordismo non avevano eliminato. Moore si distingue per la sua capacità di essere originale e sarcastico: per tutta la durata del documentario, egli rincorre il fuggitivo presidente Roger Smith, tentando invano di intervistarlo e mettendolo alla berlina, come accade in Italia ai furbetti dileggiati da Striscia la notizia e dalla iene.
La sua testardaggine e l’intuizione imprenditoriale, lo premiano: “Roger & Me” è un grande successo di pubblico e incassi. La critica lo nota e lo loda. Il suo nome inizia a circolare nell’ambiente cinematografico. Era nato Micheal Moore, giornalista d’assalto e documentarista d’inchiesta, alternativo, scomodo, contro il sistema per vocazione naturale, destinato a una carriera formidabile.
“Roger & Me” è, infatti, solo l’inizio del suo successo. Il resto è storia.
Negli anni novanta, Moore si rivela una penna tagliente anche nello scrivere libri: nel 1996, il suo “Giù le mani!, L’altra America sfida potenti e prepotenti”, diventa un best-seller. Gira inoltre diversi documentari che propone alle principali reti televisive nazionali. Ma inizia a scontrarsi con le ostilità dei poteri forti. Le sue inchieste d’assalto non piacciono alle multinazionali e alla classe dirigente, che gli fanno terra bruciata intorno, nel giro dei mass media.
Ma il regista-scrittore non si piega né si scoraggia e nel 2002 arriva la sua definitiva consacrazione con il film “Bowling a Columbine”, premiato prima a Cannes e poi con l’Oscar. Il film prende spunto dal massacro di Columbine, perpetrato da due studenti neonazisti che uccisero con armi da fuoco 12 loro compagni e un professore- E’ un ritratto nudo e crudo della deriva violenta che affligge la società americana, causata in buona parte dal commercio delle armi.
La notte della premiazione degli Oscar, Moore accusa pesantemente l’amministrazione Bush nel discorso di ringraziamento (tre giorni prima era scoppiata la guerra in Iraq):
«Viviamo in un’epoca di elezioni fittizie che fanno eleggere un presidente fittizio. Viviamo in un’epoca in cui un uomo ci manda in guerra per motivi fittizi. Noi siamo contro questa guerra, signor Bush. Si vergogni, signor Bush. Si vergogni. »
Nel 2004, il regista gira “Fahrenheit 9/11”, nel quale vengono mostrati dettagliatamente i rapporti di affari tra la famiglia Bush, la famiglia reale saudita e Osama Bin Laden.
E’ anno di elezioni, e i repubblicani, da sempre detrattori del lavoro di Moore, definiscono il documentario una “pellicola propagandistica” finalizzata a influenzare l’opinione pubblica.
Ma sulla buona fede e sulle conoscenze di Moore, che ha costruito il suo successo sull’onestà intellettuale e la credibilità, i suoi milioni di ammiratori americani ed europei non hanno il minimo dubbio: Fahrenheit 9/11, inizialmente censurato dalla Disney, è un altro strepitoso successo al botteghino. Il polverone di polemiche sollevato dai repubblicani ha un effetto boomerang, perché ha fatto da cassa di risonanza al documentario.
Nelle sue ultime fatiche, il grande documentarista d’inchiesta si è occupato dei problemi del sistema sanitario americano e della crisi economica, denunciando le gravissime responsabilità della banche.
Ora, c’è da giurarci, non darà tregua a Trump, facendogli sentire il suo fiato sul collo scuotendo le coscienze con un impegno se possibile ancora maggiore di quello profuso contro Bush.
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