DI ALESSANDRO ROBECCHI
ROBECCHI
Forse è il momento di spiegarsi un po’. Perché va bene la battaglia, il tweet, la polemica spicciola e le considerazioni sulla tattica, ma prima o poi bisogna dirlo. Quindi, piccolo ragionato endorsement, come dicono quelli bravi: il 4 dicembre voterò NO, convinto e motivato. Non so come andrà a finire, dicono che l’esito è incerto, e dei sondaggi non è sano fidarsi.
Voterò NO perché non mi piace la logica della “semplificazione”. C’è stato un tempo, in questo paese, in cui si facevano straordinarie riforme con il bicameralismo perfetto, il proporzionale, dieci-quindici partiti, le correnti e un’opposizione forte e decisa (il vecchio Pci in testa). Il Servizio Sanitario Nazionale, lo Statuto dei Lavoratori… insomma, non la faccio lunga. La classe politica era migliore, sapeva mediare, sapeva – lo dico male – fare politica. La classe dirigente di oggi no, non è capace, è mediocrissima, raccogliticcia e composta da yesmen e yeswomen (che fino a ieri dicevano yes ad altri, tra l’altro). Insomma nasconde le sue incapacità dietro la lentezza delle regole.
Un’operazione di auto-mantenimento in vita: chi non sa fare un puzzle da 1.000 pezzi se ne compra uno da 500, poi da 250, adatta la realtà alla propria inadeguatezza invece di adeguarsi alla complessità.
(Qui c’è una piccola divagazione. Non è vero che la riforma semplifica, anzi, incasinerà molto. L’articolo 70 è una specie di patchwork dadaista, quindi anche la questione della semplificazione, diciamo, traballa).
Voterò NO perché vedo una tendenza – nemmeno troppo nascosta, anzi, a volte rivendicata – a0000riforma2 limitare la rappresentanza e la sovranità popolare, cioè il voto. Le province, per dire, fanno tutto quello che facevano prima, solo che invece di votarli noi, i rappresentanti sono nominati altrove, a volte da luridi accordi di partiti e di correnti. Sarà così, più o meno, per il nuovo Senato, non lo voteremo più, se non in modo largamente indiretto.
Del doppio lavoro di sindaci e consiglieri comunali, un po’ a Roma, un po’ a fare quello per cui sono stati eletti nei loro territori, si è già detto, un altro pasticcio. E l’immunità da senatori (quindi anche da consiglieri regionali? Mah), altro pasticcio. E l’età, per cui potremo avere senatori diciottenni ma deputati non sotto i 25 anni. Pasticcio. Senza contare gli statuti delle regioni autonome che andranno riscritti (suppongo con qualche fatica) perché prevedono incompatibilità tra l’attività di consiglieri regionali e quella di senatori. Pasticci su pasticci su pasticci.
Per semplificare, tra l’altro! Ridicolo.
La questione poi dei “costi della politica” è risibile pure quella: si risparmiano una cinquantina di milioni in cambio di un cedimento di rappresentanza, una goccia nel mare delle spese della politica, anche se hanno provato a raccontarci che si risparmiavano 500 milioni (Renzi), o un miliardo (sempre Renzi), o che la riforma vale sei punti di Pil (Boschi… Farebbe un centinaio di miliardi. Pura follia). Stupidaggini sesquipedali.
E’ come dire: cara risparmiamo! Non compriamo più gli stecchini per le tartine al caviale, mangiamole con le mani, finger food, che fa anche smart e moderno.
schermata-2016-11-11-alle-13-14-11Voterò NO perché questa riforma, fatta male e scritta peggio, sposta qualche potere dal Parlamento all’Esecutivo. I sostenitori del Sì dicono, con aria di sfida, di mostrargli l’articolo che aumenta i poteri del Presidente del Consiglio. Ovviamente non c’è. O no? Tranquilli, c’è. L’articolo 72, detto anche del “voto a data certa”, prevede una corsia preferenziale per i disegni di legge del governo, che quindi avranno sempre la precedenza. In pratica, in una situazione di emergenza permanente, si potranno discutere solo leggi di iniziativa del governo (un governo, tra l’altro, saldamente in mano al premier che è pure segretario del primo o secondo partito). In quella corsia preferenziale potranno correre sia le leggi di bilancio, sia quelle elettorali. Insomma, un governo, con questa nuova Costituzione, potrà approvare in 70 giorni una nuova legge elettorale se quella esistente non gli conviene.
Dunque è vero, la riforma non tocca teoricamente i poteri del Presidente del Consiglio, ma in pratica lo aiuta un bel po’.
Voterò NO perché questa riforma Costituzionale è stata costruita, scritta e pensata in parallelo con l’Italicum, una legge elettorale che ancora più pesantemente lede il diritto di rappresentanza. Le minoranze Pd (mi sembra giusto parlare al plurale) che l’hanno votata l’hanno fatto esplicitamente dopo la promessa, la vaga assicurazione, il miraggio, che si sarebbe modificato pesantemente l’Italicum. Questo non solo non succederà in tempo (prima del 4 dicembre), ma consentirà a Renzi, se vince il Sì, di considerare il referendum un avallo all’Italicum (lo sapevate e l’avete votata… eccetera, eccetera).
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Inutile dire che la riforma, che è solo brutta e complessa e foriera di nuove confusioni, con l’Italicum allegato diventa anche pericolosa. Il mio NO diventa quindi autodifesa democratica e non più soltanto posizione tecnico-politica.
Ora veniamo ai motivi politici.
Le riforme renziane le abbiamo viste. Sono in larga misura pasticciate, dettate dalla fretta di mostrarsi veloci e decisionisti, ma all’apparir del vero abbastanza disastrose. Come minimo i loro effetti sono stellarmente lontani da quanto si era promesso e prefigurato con gran dispiego di storytelling. Il Jobs act (la legge sul lavoro, in italiano) ha prodotto qualche migliaio di nuovi posti di lavoro, parecchie stabilizzazioni e un profluvio di lavoro precario (voucher e compagnia brutta), ed è costata venti miliardi che, investiti in altro modo, avrebbero creato più lavoro. Tipica riforma renziana: risultati immediati molto sbandierati per la propaganda (anche truccando i numeri), e poi la realtà che arriva a darti una sberla, e intanto si sono levati diritti a chi di sicurezze ne aveva già poche. La “buonascuola” ancora peggio.
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Dunque ci troviamo davanti a varie contraddizioni politiche.
La prima: riformisti che non sano fare riforme decenti.
La seconda: riformisti che fanno le riforme, e se ne vantano ogni due per tre, ma che vogliono cambiare la Costituzione con l’argomento che con questa che c’è non si possono fare le riforme.
Quanto alla velocità delle leggi, l’argomento è specioso e rasenta la malafede: la legge Fornero venne approvata in 18 giorni, il bail-in in 13, le banche pericolanti (anche quella del papà della ministra delle riforme) sono state salvate in due settimane. In sostanza, semplifico, le leggi che aiutano il sistema e penalizzano il cittadino corrono assai (quella sul reato di tortura no, non corre).
Ma poi, perché si vuole essere così veloci? Perché il mercato è veloce, il mondo è cambiato, eccetera, eccetera. Dunque si dice: costruiamo una Costituzione più a misura di mercato, ed è esattamente quello che non mi piace per niente. La Costituzione deve essere a misura di cittadino e permettere a chi governa di regolare il mercato (aziende, banche e finanza), non di agevolarlo sempre e comunque sacrificando interessi comuni. Il mercato è, ahimé, parte di questo mondo, ma non è questo mondo.
Mi sembrano tutti motivi validi per il mio No, e probabilmente altri ce ne sono. Non ultimo, il ridicolo assalto della propaganda per cui se vince il No sarà il disastro, l’apocalisse, moriremo tuti e i mercati ci uccideranno. Non è vero, è terrorismo, a volte ben confezionato dialetticamente, a volte (spesso) arrogante e sbruffone come nello stile di chi ha inventato la riforma. Lo storytelling trinariciuto e banale, il ricatto dell’”allora non vuoi cambiare”, la retorica infantile del premier dinamico e giovane. Tutte cose irricevibili da gente che si proclama di sinistra (per chi ancora ci casca, pochi) e fa cose che la destra italiana sogna da anni.
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No, non è un voto sul Presidente del Consiglio, ma in fondo lo è. Se vince il No a una brutta riforma, chi ha proposto e sostenuto una brutta riforma perdente verrà un po’ ridimensionato, e penso che Renzi e il renzismo abbiano bisogno proprio di quello: una regolata. Se hanno i voti governino pure, ma con le regole fissate, non con regole nuove fatte su misura. Fa parte della propaganda il grottesco leit-motiv delle cattive compagnie, per cui la ministra che vota con Verdini in Parlamento accusa me di votare come Casa Pound. Stupidaggine: io voto quello che voglio, indipendentemente da chi lo fa anche lui. E visti i banchieri, i milionari, Confindustria, i finanzieri, Moody’s e tutto l’establishment schierato per il Sì non so quanto convenga ai “riformisti” fare questo discorso.
Nel referendum costituzionale del 2006 Renzi votò No, come Rauti, discorso chiuso.
C’è un altro motivo per il mio No, e riguarda il paese spaccato. Se una riforma così importante divide i cittadini a metà già vuol dire che non va bene, che non è ampiamente condivisa, che rompe in due la società, mentre dovrebbe compattarla (questo fecero, tra mille ottimi compromessi, i padri costituenti, quelli veri).
In sostanza, voterò NO per il merito (anche il ritornello “non parlate del merito” è una scemenza, parlare del merito della riforma è il modo migliore per mostrarla per quello che è, un pasticcio), per il metodo e per il disegno di lungo periodo che vi si scorge dietro. Perché mi sembra sempre più, ogni giorno che passa, un referendum delle élites contro i cittadini. Non mi sento per questo un conservatore né un immobilista. Ci sono cambiamenti che vorrei, fuori e dentro la Costituzione, ma non sono questi.
Quindi, No grazie.
Se volete abolire il Cnel, chiamatemi, a quello ci sto. Basta una riga, non serve stravolgere la Costituzione.
http://www.alessandrorobecchi.it/index.php/201611/perche-e-percome-votero-no-merito-metodo-e-altre-cosucce/