DI CARMEN VURCHIO
CARMEN VURCHIO
Da una parte il consiglio comunale di San Vito al Tagliamento, in provincia di Pordenone (15mila abitanti). Dall’altra una donna di origine albanese, di 40 anni, musulmana, che indossa il “niqab”, un velo che copre l’intero corpo, lasciando scoperti solo gli occhi.
Cosa succede? E’ il giorno del primo consiglio comunale dei ragazzi di San Vito. In aula ci sono amministratori comunali, alunni, insegnanti e genitori. C’è anche il sindaco, per un saluto. E’ lui a notare tra i banchi una donna completamente coperta da niqab.
“Chi non ha abiti consoni alla presenza in luogo pubblico è invitato a scoprirsi per rendersi identificabile ai presenti” – dice.
La donna fa finta di non sentire, nell’imbarazzo generale. Poi chiede di parlare in privato col primo cittadino, che rifiuta e rimane sulle sue posizioni.
“Non c’è nulla da dire, queste sono le regole in un edificio pubblico” – aggiunge. “Mostri il volto o esca, altrimenti sarò costretto a chiamare la forza pubblica”.
Lei torna a sedersi, lui la fa accompagnare all’uscita dalla polizia locale. Lei si libera e rientra, e di nuovo la riaccompagnano alla porta. Si fa identificare in una sala attigua, ma ormai è tardi. La storia finisce in tribunale.
La donna è stata condannata a quattro mesi di reclusione convertiti in 30mila euro di multa. “Il gip Rossi, su richiesta del sostituto procuratore Federico Facchin, ha constatato la violazione della legge 152 del 1975 secondo cui le persone nei luoghi pubblici devono avere l’obbligo di riconoscimento del volto che per ragioni di sicurezza non deve essere nascosto o distorto”.
La notizia diventa un boomerang e, come spesso accade in questi casi, divide l’opinione pubblica.
LA DONNA E’ COLPEVOLE: deve rispettare le regole come tutti gli altri, specie dato che ha la cittadinanza italiana dal 2014. I luoghi pubblici non si possono frequentare troppo svestiti e neanche totalmente coperti. Lei sapeva che non poteva entrare in consiglio col volto coperto ma lo ha fatto ugualmente. Ha voluto provocare ed è giusto che paghi. Questo non è razzismo o paura del diverso o paura di attacchi terroristici. E’ semplicemente difendere le regole e chiedere rispetto di esse. Ha fatto bene il sindaco a chiedere alla legge d’intervenire. Nei luoghi pubblici farsi riconoscere è un obbligo.
IL SINDACO E’ COLPEVOLE: il sindaco sicuramente conosce la donna, che abita in paese da sedici anni. Poteva chiederle di farsi riconoscere, anche se l’aveva già riconosciuta, poteva invitarla a lasciare l’aula, chiedere alla polizia locale di accompagnarla fuori e finirla lì. O poteva far finta di niente e riprenderla a fine lavori. Poteva convocarla il giorno dopo e spiegarle “a quattr’occhi”, che non era quello l’atteggiamento da tenersi in luogo pubblico o ascoltarla direttamente quando lei gli ha chiesto un colloquio privato.
CHI HA VINTO E CHI HA PERSO? Non ha vinto nessuno e a perdere sono stati i giovani consiglieri comunali. Era il loro giorno, il loro momento. Alunni che volevano giocare a fare politica per imparare qualcosa. Il primo consiglio comunale dei ragazzi di San Vito. E così da un giorno da ricordare è divenuto, per colpa degli adulti, un giorno da dimenticare. Chissà come si è sentito il figlio della donna sotto accusa. Lui e i suoi compagni sono le vere vittime di questa brutta storia. Sono loro gli unici innocenti.