DI FULVIO SCAGLIONE

FULVIO SCAGLIONE

Donald Trump ha vinto, Vladimir Putin ride. A dar retta alle cortine fumogene sparse durante le presidenziali Usa, dagli hacker pronti a chissà quali imbrogli ad al-Qaeda pronta a tornare in scena alle Borse sull’orlo del crollo, dovremmo ora confrontarci con un quadretto di tal genere. Lo spauracchio del Cremlino e dei suoi maneggi, in particolare, è stato agitato così a lungo e con tanta forza per screditare Trump, che la ‘questione russa’, nello choc post-elettorale, è finita subito al microscopio. Solo per scoprire, com’era inevitabile, che le cose sono un po’ più complicate di com’erano descritte nei giorni del tifo da stadio. Intanto perché la partizione ‘Hillary interventista’ e ‘Donald isolazionista’ aveva e ha poco senso. Il Presidente americano, e Obama ne è stato ottimo esempio dalla libera vendita delle armi alle violenze della polizia, fa quel che gli lasciano fare. L’azione della Casa Bianca è in parte frutto della visione e della volontà del suo inquilino, e in parte ancor più larga risultato delle pressioni incrociate della politica, dell’economia, della società, delle lobby, degli interessi di partito e così via. In più, Trump ha vinto per i repubblicani essendo però detestato dai vertici del partito. Anche il Congresso a maggioranza repubblicana avrà quindi buoni ‘consigli’ da dargli. Ma soprattutto gli Stati Uniti, l’unica vera superpotenza, possono essere isolazionisti solo fino a un certo punto. Un Paese che ha, oggi, 20mila miliardi di dollari di debito (ogni americano che nasce ha già 60mila dollari da restituire) e deve rifinanziarlo, ha l’evidente necessità di controllare i mercati e le materie prime su scala planetaria. Cosa che è un po’ difficile da fare, standosene chiusi tra le mura di casa. La ‘ricetta Trump’, infatti, più che di isolare gli Usa, propone di rivoluzionare i loro rapporti col mondo. In un vecchio discorso del 2000 ( America that we deserve, ‘L’America che meritiamo’), Trump disse: ‘Non siamo più ai tempi della guerra fredda, in diplomazia i giocatori di scacchi devono lasciare il posto agli uomini d’affari’. Quindi, relazioni internazionali business oriented, cioè guardando innanzitutto agli affari, e il concreto interesse degli Usa al primo posto. Sapendo però che anche gli altri (Cina, Russia.) mettono l’interesse nazionale al primo posto, che è saggio tenerlo presente ed è quindi utile trattare. Non è detto che la filosofia di Trump sia più comoda per la Russia. Certo, se ciò che conta è il business, Putin (ma anche l’ungherese Orban, l’egiziano al-Sisi, il turco Erdogan, il siriano Assad, i cinesi) potrebbe con soddisfazione veder svanire all’orizzonte l’enfasi sull’esportazione della democrazia, i ‘Paesi canaglia’, gli imperi del male e compagnia bella così di moda per decenni. Ma con effetti collaterali non necessariamente gradevoli. Se l’America di Trump si attrezza a muoversi in un mondo multipolare, dovrà farlo anche la Russia, e per lei sarà più complicato. Basta pensare ai temi della finanza, del libero mercato, della trasparenza, delle regole per capirlo. Anche quella di leader dei Paesi che si oppongono all’impero Usa è, a suo modo, una rendita di posizione. I dividendi maggiori la Russia potrà forse ottenerli non tentando di proporsi come interlocutore privilegiato degli Usa, che mai abbandoneranno la filosofia ‘America first’, ma cercando piuttosto di approfittare degli scossoni che il ‘trumpismo’ potrebbe portare altrove. Per esempio in Europa: se Trump vuole spingere la Nato a diventare davvero un’alleanza militare collettiva, e non più il braccio armato e costoso della politica estera americana, l’Europa dovrà prendersi più responsabilità. Decidere se vuole una politica di sicurezza, nel caso adottarla e poi implementarla. Andare in prima linea, se occorre. Sono impegni gravosi, resi finora leggeri dall’ombrello Usa. L’Ucraina avrebbe vissuto la stessa crisi se alle sue spalle ci fosse stata solo l’Europa? La Russia avrebbe reagito allo stesso modo? Saremmo arrivati alle stesse sanzioni, senza le pressioni di Washington? Uguale discorso per i trattati commerciali, che Trump detesta a partire dal Ttip. Faremmo ancora gli schizzinosi con i mercati russi, se saltassero certi accordi? Dove Putin e Trump potrebbero avere un comune interesse a un rapido accordo, anche sottobanco, è nel grande pasticcio del Daesh tra Iraq e Siria. Il nuovo presidente ha spesso parlato del terrorismo jihadista come della prima minaccia da estirpare, adombrando un’intesa con la Russia. Farla finita con il califfo nero di Raqqa sarebbe un buon passo d’avvio per Trump e il coronamento di un lungo impegno per Putin. Tanto più che la maggioranza repubblicana del Congresso, uscita rafforzata dall’elezione presidenziale, è stata protagonista dell’approvazione della legge che ora consente ai parenti delle vittime del terrorismo di far causa al Paese che ritengono responsabile. Questa legge è stata considerata un affronto dall’Arabia Saudita, sempre chiamata in causa per l’11 settembre e per il Daesh. Putin, però, sa che le regole del business sono molto più rigide di quelle della politica. E con 750 miliardi di dollari sauditi investiti negli Usa, di certo non si fa troppe illusioni.