DI MARISA CORAZZOL
MARISA CORAZZOL
In molte città degli “States” continuano le manifestazioni di protesta di migliaia di cittadini contro Donald Trump. Manifestazioni iniziate praticamente subito dopo il risultato ufficiale del voto dell’8 novembre che lo ha incoronato 45° presidente degli Stati Uniti.
Per la terza notte consecutiva, migliaia di americani hanno ancora protestato contro l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Da Miami, a New York, a San Francisco ad Atlanta, a Filadelfia, a Portland. Proprio a Portland, in Oregon, un uomo che partecipava alla protesta anti Trump è stato colpito da un colpo di pistola, come comunicato dalle forze dell’ordine presenti che hanno chiesto a tutti i manifestanti di “evacuare l’area immediatamente”.
Il colpo sarebbe esploso nei pressi del Ponte Morrison, dove passava il corteo. Secondo la polizia – che ne ha altresì lanciato subito la descrizione – si tratterebbe di un “maschio afro-americano, tarda adolescenza, vestito con una felpa nera con cappuccio e blu jeans”. Le forze dell’ordine hanno quindi sollecitato gli eventuali testimoni a presentarsi per facilitarne il ritrovamento. Un testimone avrebbe dichiarato che l’uomo sarebbe stato colpito ad una gamba, ma la polizia non ne ha dato conferma.
A partire dal momento in cui in varie città americane sono scoppiate le proteste anti Trump al grido “not my president”, quelle delle città dell’Oregon sono state le più violente. La polizia ha fatto uso di lacrimogeni e granate stordenti al fine di disperdere i manifestanti, dopo che, in centinaia, hanno marciato in città bloccando il traffico e sporcando i muri con i graffiti.
Il corteo di Portland, iniziato in maniera pacifica, è tuttavia presto degenerato in atti di violenza dopo che – così dichiara la polizia – i dimostranti si sono uniti ad un gruppo anarchico iniziando a danneggiare auto ed edifici. Durante i disordini, ‘alcuni oggetti in fiamme’ sono stati lanciati contro i poliziotti che hanno risposto con i lacrimogeni.
Altre manifestazioni sono continuate, tuttavia, in molte altre città americane. In centinaia hanno infatti sfilato lungo le strade di Los Angeles, bloccando la circolazione e sventolando molti cartelli con la scritta: “Respingiamo il presidente eletto”. Proteste anche a Miami e a New York, dove i manifestanti si sono riuniti al Washington Square Park e anche vicino alla Trump Tower, sulla Fifth Avenue, dove vive il neo presidente.
A New York nel « Washington Square » un migliaio di manifestanti si sono riuniti per lanciare un appello in difesa dei diritti e delle libertà, poiché molto preoccupati dell’elezione di una persona che considerano retriva e fascistizzante « Il tuo muro non potrà fermare la nostra marcia». Moltissimi, inoltre, i cartelli che fioriscono nei pressi dell’arco di trionfo di Washington Square, luogo di assembramento di tutti i movimenti cittadini sin dagli anni ’60. « Non è il nostro presidente ! », ha scandito la folla.
Ad Atlanta, i manifestanti hanno bruciato la bandiera americana di fronte al Campidoglio dello Stato della Georgia. Un centinaio di contestatari hanno bloccato il tunnel di una delle principali autostrade di Washington.
A Los Angeles, come a Portland, centinaia di persone sono state interpellate dalla polizia e molti sono in stato di arresto.
Donald Trump, dal canto suo, di fronte alle molteplici manifestazioni contro la sua elezione, ha dapprima accusato i “media” di esserne gli istigatori, dichiarando “Abbiamo appena avuto un’elezione presidenziale molto trasparente e di successo. Ora manifestanti di professione, incitati da mesi, stanno protestando. Questo è ingiusto”.
Poco dopo, tuttavia, ha corretto i suoi propositi facendo uso di una dialettica più “diplomatica” su Twitter per “tendere la mano ai manifestanti: “amo il fatto che piccoli gruppi di manifestanti la scorsa notte abbia mostrato passione per il nostro grande Paese. Ci uniremo tutti e ne saremo orgogliosi”.
E’ la prima volta che si verificano tali e tanti movimenti di protesta contro un’ elezione alla Casa Bianca. E’ la prima volta che il continente nord americano appare così visibilmente e letteralmente spaccato e così gravemente diviso.
Sembra di assistere ad una rivolta generalizzata che potrebbe sfociare in una guerra civile, in cui sembra covare non soltanto il dissenso contro il nuovo presidente dal CV totalmente vuoto in competenze politiche interne e internazionali, ma in ben altro, come una secessione di alcuni Stati – vedi la California – e che potrebbe anche non tardare ad occupare le prime pagine della stampa americana, considerato l’enorme “gap” culturale, economico e sociale che separa quello Stato da altri che, sebbene costituiscano la maggioranza degli Stati americani, versano tuttavia in serie condizioni di arretratezza, a causa non solo della desertificazione industriale, del basso livello di vita e della grave disoccupazione, ma soprattutto per il basso livello di istruzione dei loro abitanti, i quali hanno votato massicciamente Donald Trump. Cela va sans dire.
foto di Maryse Claire Corazzol.
foto di Maryse Claire Corazzol.