DI FERNANDO CANCEDDA

FERNANDO CANCEDDA

Bene ha fatto il direttore di repubblica ad affiancare oggi all’editoriale domenicale del Fondatore lo splendido intervento di Bernie Sanders per il New York Times. Così da consentire ai tanti lettori di sinistra, prostrati dalla consueta paternale scalfariana al riottoso presidente del consiglio, di tirare un sospiro di sollievo.

Editoriale dopo editoriale, Scalfari si è ridotto ormai ad implorare l’abolizione del ballottaggio nella legge elettorale, non per scongiurare « una concentrazione incontrollata del potere » e una « drastica riduzione della rappresentanza » come invita a fare Bersani scrivendo a Ezio Mauro, ma solo per allontanare « l’ipotesi incubo » di un grillino a Palazzo Chigi.

Sanders si dice « addolorato ma non sorpreso » per « il fatto che milioni di persone abbiano votato Trump perché sono nauseate e stanche dello status quo economico, politico e mediatico » , un ristagnare della crisi accompagnato dal crescere delle disuguaglianze che – ammettiamolo – affligge non soltanto gli Stati Uniti ma anche vari Paesi europei, a cominciare dal nostro.

Trump ha ragione, scrive, gli americani vogliono il cambiamento, ma « mi chiedo che tipo di cambiamento gli offrirà ». Avrà il coraggio di opporsi ai potenti di questo paese « o dirotterà invece la rabbia della maggioranza sulle minoranze, sugli immigrati, i poveri e gli indifesi »? Domande che a noi suonano un po’ retoriche almeno dopo aver letto le anticipazioni sui nomi della sua squadra di governo. Difficile credere che vecchie conoscenze della destra repubblicana, arrabbiati neo con e prestigiatori della finanza aiutino il miliardario Trump a « opporsi a Wall Street » e « imporre alle grandi banche di investire nella piccola impresa e creare posti di lavoro », come Bernie Sanders si attende.

Eppure questo vecchio senatore del Vermont, probabilmente il solo che ama dichiararsi socialista, anziché fuggire inorridito dall’incubo di questo impresentabile presidente eletto, si dichiara « aperto a riflettere sulle idee proposte da Trump e su come si possa lavorare insieme ». Dove la disponibilità al dialogo si accompagna alla severità della sfida. Scrive che proporrà « una serie di riforme per ridare slancio al Partito Democratico », convinto che « debba liberarsi dei vincoli che lo legano all’establishment e torni a essere un partito di base della gente che lavora, degli anziani e dei poveri ». Più determinato che mai ad « aprire le porte del partito all’idealismo e all’energia dei giovani e di tutti gli americani che lottano per la giustizia economica, sociale, razziale e ambientale».

Ora, mi è difficile capire come un grande giornalista liberale, Scalfari, e un leader come Matteo Renzi, che pur non essendo socialista ha pur chiesto e ottenuto l’adesione del PD al PSE, abbiano maggiori difficoltà a concepire un rapporto di dialogo e collaborazione con i Cinque Stelle di quelle che dimostra di avere Bernie Sanders con uno sguaiato campione di populismo come Donald Trump. Così come mi riesce difficile capire il comportamento reciproco dei Cinque Stelle. Ma forse è perché in America la politica è nutrita di un pragmatismo autentico, mentre da noi è ancora, nonostante ogni protesta contraria, ancora malata di vecchia ideologia.