DI MARISA CORAZZOL
MARISA CORAZZOL
 La California conta 39 milioni di abitanti e martedì scorso il 60% ha votato per Hillary Clinton. Ora, dopo la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali, in molti propongono di organizzare un referendum sull’indipendenza per separarsi dagli Stati Uniti. Molti americani non digeriscono l’elezione di Trump e, ancora ieri, in molte grandi città si sono tenute ampie manifestazioni di dissenso in cui si sentiva urlare “Not My President”. Su internet, altresì, si vedono emergere pagine e profili con la parola chiave “Michelle 2020” per incoraggiare la moglie di Obama a candidarsi alle prossime elezioni. Cosa assai improbabile, tuttavia: Barack Obama disse un giorno che tre cose fossero certe nella vita: « la morte, le tasse e il fatto che sua moglie non si candiderebbe mai ad una qualsiasi competizione politica”. Sempre su internet, circola già una petizione affinché i “grandi elettori” designati l’8 novembre – il collegio elettorale la cui maggioranza è di 270 membri – scelgano Hillary Clinton e non Donald Trump. Perché? Perché Hillary Clinton ha ottenuto più voti, sul piano nazionale, del suo avversario. Siccome, però, lo scrutinio si svolge Stato per Stato, Donald Trump è stato eletto, malgrado il numero inferiore di voti a suo favore. Pertanto, ora, quegli americani che hanno lanciato la petizione chiedono che il collegio elettorale si adegui al voto popolare. L’altra iniziativa è appunto il « Calexit », il « Brexit” californiano: l’indipendenza della California che è lo Stato più vasto, il più ricco e quasi il più grande degli USA. Se fosse indipendente, sarebbe la sesta economia al mondo, un posto avanti rispetto alla Francia e in California vivono tanti abitanti quanti in Polonia. Sarebbe quindi uno Stato à sé stante non indifferente. La California è lo Stato americano più multiculturale; è la terra della Silicon Valley, votata al sapere perché forte delle sua cultura universitaria in cui spicca l’ Università di Berkeley ed è pertanto lo Stato che più di tutti è lontana dall’ America profonda che ha votato per Trump, laddove, invece, la desertificazione industriale, la disoccupazione, la miseria culturale in aggiunta a quella economica, subisce da un trentennio le più terribili ricadute di un sistema politico totalmente ammanicato con le grandi aziende, i loro rispettivi grandi profitti, le multinazionali delle armi e l’occulta imposizione delle lobby finanziarie. Il movimento di protesta californiano vuole ora ottenere al più presto l’organizzazione di un referendum “secessionista”. Tuttavia, il presupposto sembra al momento quasi impossibile, sapendo che affinché abbia esito positivo dovrebbe poter contare sul voto favorevole di almeno i 2/3 del Congresso, a Washington, il quale è in grande maggioranza repubblicano e che ha anche fortemente contrastato le politiche di welfare di Obama, “Obamacare” compreso. La California, punta di diamante per il suo liberalismo in materia di costumi sociali, è all’avanguardia nelle tematiche a sostegno dell’ ecologia, contro le armi e per i diritti gay ed ha appena anche legalizzato la marijuana. Trump, invece, è stato eletto grazie ad una campagna incentrata contro gli immigrati, a favore del porto libero di armi, nella negazione dei cambiamenti climatici e disseminata, altresì, di propositi sessisti e xenofobi. Ma si possono anche capire quei numerosi contestari. Pensavano di poter festeggiare la prima donna presidente degli Stati Uniti e si ritrovano con un “Tycoon” alla Casa Bianca. Per loro, Trump – il populista – incarna il gap culturale che li separa dal resto del continente americano. Quest’elezione, purtroppo, «è il marchio di una divisione reale» prima di tutto ideologica, fa notare Kevin Klowden, uno dei dirigenti del “Milken Institute”. Con la presidenza Trump, i californiani temono inoltre anche l’abolizione del diritto all’aborto, del matrimonio gay e financo un’offensiva contro gli immigrati in situazione irregolare. Trump ha, d’altronde, appena annunciato l’espulsione di 2 a 3 milioni di “clandestini” e il Sindaco di New York, Di Blasio, gli ha già risposto dicendogli che mai gli fornirà l’elenco degli immigrati “irregolari”. Per altro verso, l’ economia della California, che è così ancorata nella mondializzazione, potrebbe anche subire un’inevitabile guerra commerciale internazionale che potrebbe benissimo lanciare il neo presidente, eletto tra l’altro su un programma di stampo protezionista all’eccesso. In segno della loro profonda delusione, non appena confermata la vittoria di Donald Trump, i californiani, in migliaia, sono scesi in strada. Erano soprattutto dei liceali, degli studenti universitari e molti ispanici. Hanno manifestato il loro dissenso sia per strada che nei « campus » universitari, come davanti ai palazzi federali di Los Angeles, Berkeley e altrove, scandendo « not my president ». Sui social network erano numerosi – e fra loro anche l’artista Kate Perry – a sostituire la loro foto del profilo con un riquadro nero, ha , in segni di lutto. L’ hashtag «Calexit», in riferimento al voto britannico a favore dell’uscita del loro Paese dall’Unione Europea – il « Brexit » fioriva improvvisamente su twitter, come su facebook. «E’ giunta l’ora di guardare la realtà in faccia. Noi vogliamo ben altro di quel che propone Trump e che è tanto piaciuto ai suoi elettori. D’ora in poi non possiamo piiù restare insieme, ha scritto Aaron Schwabach in un articolo pubblicato su « San Diego Union-Tribune”. E’ tempo di dare senso alle parole scritte sulla nostra bandiera: California Republic». L’organizzazione “Yes California” propone un referendum popolare per il 2018 al fine di ottenere “l’indipendenza”. L’investitore miliardario della Silicon Valley, Shervin Pishevar, un Irano-americano, ha proposto di finanziare lui stesso la campagna referendaria affinché la «California diventi una nazione a sé stante». Nel caso in cui si organizzasse il referendum e se dovesse vincere la proposta di secessione, bisognerà, però, aggiungere un emendamento alla costituzione USA, ma qualsiasi modifica costituzionale, negli States esige il consenso dei due terzi del Congresso e di 38 dei 50 Stati americani. Come dire che un tale progetto ha pochissime – anzi nulle – “chances” di realizzarsi. Il sistema federale, che dà molta autonomia ai governi ed ai parlamenti locali, dovrebbe tuttavia aiutare la California a tutelare la sua cultura e la sua economia. Senza dimenticare la forza della sua industria dello spettacolo che diffonde quotidianamente messaggi progressisti nel mondo intero. La vera domanda consiste nel sapere fino a che punto la prossima amministrazione Trump sarà conservatrice», poiché il futuro vice-presidente, Mike Pence, potrebbe anche far pendere la bilancia ancora più a destra, in materia di welfare e diritti civili, rispetto alle stesse posizioni del neo presidente.
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