DI GERARDO D’AMICO
GERARDO D'AMICO
La polemica sul ruolo dei social media nella elezione di un personaggio per altri versi impresentabile deve farci ragionare, su come sia manipolabile molta parte della popolazione che pensa di sapere e soprattutto di “capire” tutto solo perché lo legge su un sito web. E quindi di quanto sia manipolabile la democrazia, senza che nessun hacker si scomodi a falsare il voto.
Le rilevazioni all’indomani della campagna per le presidenziali americane hanno censito centinaia di siti falsi che hanno diffuso, soprattutto negli ultimi giorni, notizie altrettanto false ma esposte in modo verosimile. Dal malore della Clinton si è passati all’elenco con foto taroccate di tutte le malattie mortali di cui avrebbe sofferto. Il sito che affermava che il Papa appoggiava Trump. Una valanga variegata di letame, bugie, fandonie, spalmata sul web come fosse la vera verità, a cui in milioni hanno creduto.
Come è capitato con la menzogna sui vaccini e l’autismo, uno zoccolo duro di esaltati adepti, ciechi e sordi a qualunque studio, smentita scientifica, evidenza di buonsenso ha fatto da cassa di risonanza, rilanciando quelle bugie, certificandole con l’esperienza personale, mistificazione e confusione spacciate per certezze inequivocabili.
Il fatto è che quando parte una bufala, verosimile ma pur sempre una fola, tende ad affermarsi più facilmente di complicate spiegazioni: perché è sempre più facile da capire ed accettare, e perché chi propala fesserie tende a farlo alzando la voce, denigrando gli altri con insulti e spostando l’attenzione dal merito della questione a generici attacchi globali sulla persona.
Perché chi ha interesse a manipolare il consenso fa leva su istinti di vendetta, di esclusione per colpa della persona presa di mira, su un “popolo” contrapposto alla “casta”, su bisogni concreti ( lavoro, casa, aspirazioni di crescita sociale) in una insalata mista in cui si perdono di vista i singoli ingredienti e soprattutto il vero senso del piatto.
Capita ogni giorno anche da noi, con quelli che vogliono convincerci che il medico si sceglie su internet o che i partiti siano sostituibili da piattaforme web. Il risultato reale è di mantenere il potere e le decisioni e i soldi nelle mani di poche persone ( con certe soluzioni “politiche” addirittura nelle mani di sole due, persone), dando però la sensazione che chi abbia imparato ad usare uno smartphone o un computer che conti qualcosa, il suo click o il suo like faranno la storia.
È l’illusione della scala sociale che prima si saliva con grande fatica libro dopo libro, master dopo laurea oggi si possa ascendere senza problemi, consultando Wikipedia o Google ( e già sarebbe tanto, perché vorrebbe dire porsi l’onere almeno della ricerca di fonti).
È la sostituzione dei “social” con la vera socialità: persone che non si incontrano quasi mai fisicamente, che non si impegnano realmente per il prossimo col volontariato o in quelle che erano le sezioni dei partiti, ma che pensano di far parte di un gruppo e di contare solo perché hanno un profilo da qualche parte. In milioni, decine di milioni che seguono senza criticità il verbo che appare su una pagina web, e poi votano di conseguenza.
Che disprezzano la fatica altrui di istruirsi, saltano alle conclusioni a seconda di come suona la frase che leggono o vedono in un video ( che deve essere virale, altrimenti non vale), che aderiscono a parole d’ordine e semplificazioni senza porsi domande. Qualcuno li ha chiamati webeti, ma non serve insultare o compatire, sono milioni e poi nelle urne decidono la sorte di tutti. È il risultato della sconfitta della scuola, della mediazione giornalistica, della politica per come dovrebbe essere.
La vedo brutta.