DI MICHELE ANSELMI

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Tutto merito di Jude Law, sulla cresta dell’onda come bisbetico Pio XIII nella serie tv “The Young Pope” di Paolo Sorrentino? Fatto è che, sul piano degli incassi del primo week-end, a sorpresa “Genius” di Michael Grandage sta andando meglio di “Fai bei sogni” di Marco Bellocchio, pur pensato per il grande pubblico di Massimo Gramellini. Curioso no? Il genio in questione è lo scrittore Thomas Wolfe (1900-1938, niente a che vedere con l’autore del “Falò delle vanità”), che si impose all’attenzione della critica e del pubblico grazie al fiuto di Maxwell Perkins, editore per la Scribner’s Sons oltre che scopritore di Scott Fitzgerald ed Ernest Hemingway.
In una plumbea New York del 1929, trafitta dalla Grande Crisi, un manoscritto di mille pagine arriva sul tavolo di Perkins dopo essere stato respinto da tutti. “O Lost” è il titolo enigmatico, ma dietro quello stile rapsodico e irregolare, folto di spiazzanti digressioni, l’editore riconosce un talento esplosivo. Solo che Wolfe è esattamente come la sua scrittura: eccessivo, incontrollabile, adrenalinico, pure alle prese con una devastante storia d’amore, in buona misura anaffettivo, troppo preso da sé. Non sarà facile costringerlo a sforbiciare, pure a cambiare il titolo nel più fortunato “Angelo, guarda il passato”. Ed è solo l’inizio di un bizzarro sodalizio.
Il film, di impianto teatrale e dalla fotografia rugginosa, ricostruisce in buona misura il contrastato rapporto tra l’editore e lo scrittore, che diventa quasi un figlio per Perkins, già padre amoroso di quattro fanciulle e marito fedele, ma anche uomo così abitudinario da non togliersi mai il Borsalino dalla testa, salvo quando…
Gli inglesi Colin Firth e Jude Law duettano sul filo dei cliché, appunto incarnando rispettivamente l’Ordine e la Sregolatezza, lavorando molto sulla pronuncia americana nella versione originale passata alla recente Festa di Roma, mentre Laura Linney e Nicole Kidman coprono il versante femminile incarnando due modelli di donna all’opposto.
«Il peggio che può capitare a un genio è di essere compreso» celiava Ennio Flaiano. Detto questo, “Genius” non è un brutto film, ma dopo un po’ hai la sensazione che giri a vuoto, come se il regista, gran estimatore di Wolfe, volesse pagare un debito letterario contratto da anni. Piacerà forse agli scrittori italiani, di solito poco inclini, però, a mettersi nelle mani degli editor per timore di veder compromessa la propria vena creativa (invece fanno bene ai libri).

L’angolo di Michele Anselmi / Scritto per Cinemonitor

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