DI ALESSANDRO ROBECCHI

ROBECCHI

E poi viene il giorno in cui muore anche la malinconia. Era una cosa sottile, calma e avvolgente, incartata in una voce così bassa, così raschiata, che sembrava uno strumento da bordone, con le parole precise e nette, le melodie disegnate – no, incise – e condotte per mano dolcemente, una presa tenera ma sicura, come si fa con le ragazze quando si finge timidezza. Ora, come sempre davanti alle morti illustri, Cohen diventerà materia di critica e di ricostruzione: se fosse prima poeta o cantante, mistico (persino asceta, persino eremita) o fisico come le storie di amore e di sesso e di stanze d’albergo che cantava. O ancora si dirà di quell’amore lungo e della sua perdita, Marianne Ihlen, morta qualche mese fa, a cui lui aveva promesso di raggiungerla presto: “Sappi che sono così vicino dietro di te che se tendi una mano puoi trovare la mia”. E questo a proposito dell’amore, che non solo sopravvive agli abbandoni, ma ne trae, se possibile, più amore. “Nella sua ultima ora le ho tenuto la mano e ho sussurrato Bird on a Wire”. Basterebbe questo, per un poeta, lo sapete, vero?
Eppure Cohen era stato anche spigoloso, persino scomodo. Una voce così roca e dunque così esplicitamente sessuale, senza veli né troppi giri di parole, nella quale si sporgevano non i mali del mondo, che pure ci sono, ma i mali suoi, la depressione, la nostalgia, il suicidio, tema ricorrente. E la malinconia, sostanza collosa, intima, irraccontabile e dunque perfetta da raccontare, se sei capace. La mischiava, quella voce, con la chitarra acustica, all’inizio. E nella stagione dei figli dei fiori e dell’amore libero sembrava un monito: che libero non vuol dire leggero, ma denso, e questo lo faceva passare per il deprimente Leonard Cohen, il noioso Leonard Cohen. Poi la mischiò con il pianoforte, poi con arrangiamenti più orchestrali, pieni, e poi addirittura con un’elettronica gentile, e i cori, le voci multiple a contrappunto della sua, sempre scura, autosegregata nel mistero dell’intimità.Marianne, Suzanne, persino Jeanne D’Arc. Le donne – quindi la Donna – erano un’ossessione di equilibri, tra passione e abbandono, tra il rimpianto della perdita e la gioia tranquilla di avere, almeno, nella tristezza della fine, qualcosa da rimpiangere. Per questo – anche per questo – la cifra di Cohen è stata, sempre, la malinconia.
E dunque se ne va non solo un cantante e non solo un poeta, ma un intero impasto, non sempre lineare e mai semplice, di prescrizioni emotive, di appunti per leggere la vita e il mondo: “Dammi un’assoluta maestà su tutto / E stenditi vicino a me / E’ un ordine perfetto” (The future, 1992). Chissà, forse perché sapeva, ebreo errante affascinato dal buddismo al punto di ritirarsi per anni in eremitaggio, che la vita privata – noi – e il mondo pubblico, sono la stessa cosa, e nemmeno troppo rassicurante, cose che non ci faranno carezze.
Si sa che non bisogna fidarsi dei cantanti, che sono in qualche modo autorizzati alla ciarlataneria dei sentimenti, e pochi fanno eccezione. Ma in Leonard Cohen questa eccezione era monumentale, poderosa. Niente, mai, che suonasse falso. Ed è per questo che le sue canzoni erano confessioni e salmi, spesso più nascosti nelle b-sides, nelle canzoni che non si affacciavano alle classifiche, che in quell’Halleluiah che oggi molti riconoscono come la pietra migliore del suo scrigno, e mi permetto di dissentire. Non è lì che bisogna cercare Cohen, ma nei capricci del corpo e del cuore, nel sesso e nella bottiglia, nelle camere d’albergo del suo scontento, nell’amore che è sì uno scherzo, ma non per questo è divertente.
Una cosa, come gli diceva Suzanne nella canzone, da cercare “tra la spazzatura e i fiori”. Chi ha sentito Leonard Cohen come si deve, chi l’ha incontrato davvero, queste cose le sa. Perché sono vere. E perché gliele ha spiegate lui.
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