CARLO PATRIGNANIDI CARLO PATRIGNANI

Chissà se è proprio vero che dopo il referendum del 4 dicembre, su cui è fortemente impegnato per il No onde impedire che l’Italia abbia una costituzione cattiva, confusa, sbagliata, che riduce gli spazi della partecipazione democratica dei cittadini, Massimo D’Alema lascerà la politica italiana per dedicarsi alla Feps, la Fondazione europea di studi progressisti, di cui è Presidente. E, in attesa di sapere chi avrà lo scettro, un nome in mente ce l’ho, di un nuovo soggetto politico, lui l’ex-Ministro degli Esteri e Premier continua imperterrito a battere l’Italia in lungo e largo perchè vuole riconquistare quel popolo di sinistra che ha abbandonato il Pd per il M5S o per l’astensione: si tratta di due se non tre milioni di gente nostra.

Oggi è salito a Genova e La Spezia per spiegare le ragioni del No e per ribadire che, se dovesse vincere il No, non ci saranno le elezioni anticipate, ma ci sarà da fare, in pochi mesi, la mini-riforma costituzionale  e per replicare ovviamente al Premier e leader del Pd, Matteo Renzi che ha fatto sapere: resto finchè posso cambiare, non ci sto a galleggiare.

Con un pizzico di quell’ironia che gli appartiene, D’Alema ha chiosato: io non ho mai chiesto le dimissioni del presidente del Consiglio. È lui che ha giocato su questo tema, nessuno glielo ha chiesto. Prima ha detto che si sarebbe dimesso, poi che ha sbagliato, poi che non si farà rosolare, poi che bisogna garantire la governabilità, poi che non starà a galleggiare. Tutto il dibattito ha un solo protagonista: lui. Che non sa bene cosa dire. Se vince il No non ci possono essere le elezioni anticipate. A quel punto diventa obbligatorio rifare le leggi elettorali. Si può fare una limitata riforma costituzionale, con il vantaggio che è sostenuta da tutti i partiti: riduzione drastica del numero dei parlamentari; abolizione della navetta attraverso un meccanismo di conciliazione e soprattutto introduzione in Costituzione del principio che il Parlamento deve essere eletto dai cittadini a suffragio universale e diretto. Questa riforma si può approvare in sei mesi, è facile facile.

E duclis in fundo, bisognerebbe discutere di economia anzichè spaccare in due il Paese sul fatto che ci vuole un Senato nominato dai Consigli regionali o altre sciocchezze di questo tipo, ha concluso ma solo momentaneamente D’Alema, il cui chiodo fisso è come la sinistra rientra in contatto con il suo popolo, con la sua gente che non vota più Pd.