DI MARINA VIOLA

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L’euforia nell’aria la si sentiva già lunedì sera, quando io e mia madre siamo atterrate all’aeroporto di Boston dopo un viaggio infinito da Milano e poi Dublino. A Boston, città storicamente democratica, aleggiava un’atmosfera pre-natalizia, quasi. Il classico sabato del villaggio. Tutti avevano al fresco vino, birra e una bottiglia di champagne. Ho ricevuto tre inviti a feste ‘elettorali’ quando si sta davanti alla tele tutti insieme, e aspettare che finalmente tutto questo bailamme di parole, di discussioni, di tensione si trasformi in celebrazione, festa per la strada, abbracci a vicini che a malapena si salutano quando si incrociano sul marciapiede.
Noi ci siamo messi a tavola verso le 19, e per la prima volta in vita nostra abbiamo spostato la solita candela accesa per far posto al computer, sintonizzato su Cnn. Emma, che sono mesi che parla solo di quanto sarà bello quando Hillary Clinton sarà finalmente presidente, ha portato anche penna e un foglio di carta diviso in due colonne: da una parte Trump (con disegnata una faccia triste) e dall’altra Hillary (con la faccina felice), per segnare gli Stati e i punteggi che a mano a mano arrivavano. Il menù includeva: salmone con senape e miele, patate al forno, insalata.
La cartina degli Stati Uniti era ancora quasi tutta bianca, a parte qualche zona rossa. La Florida, lo Stato che avrebbe più di altri determinato l’esito del voto, era già quasi tutta rossa. «Hillary ha vinto la Florida!» dice Dan felice. Mi sembrava strano, perché il rosso è Trump, non Hillary, e chiedo spiegazioni del suo ottimismo. «Ma non hanno ancora contato i voti delle città, dove ci sono molti più abitanti e dove si vota democratico…». Mia mamma, timidamente, dice: «Mah, a me sembra che abbia più punti Trump…». Siamo solo all’inizio. Comunque, a detta di Dan, è matematico che la Florida sia di Hillary, e io di lui mi fido ormai da 26 anni.
Facciamo la cucina, e andiamo al piano di sotto, a vedere i risultati proiettati sullo schermo grande della sala della TV. Come sangue, la cartina diventa sempre più rossa. «Ma è perché cominciano a contare gli Stati del Sud, che si sapeva sarebbero stati repubblicani. Guardate, ha già vinto lei…». Io twittavo felice e postavo su Facebook: «Lo sta massacrando…». Poi la Florida diventa tutta rossa. C’è ancora l’Ohio: se vince l’Ohio, vince. Ma anche quello diventa tutto rosso. Adesso la Pennsylvania: se vince la Pennsylvania, vince lei. Rossa pure quella.
La preoccupazione la si sente salire piano, come il mercurio del termometro. Eppure se ne riconosce subito il sapore in booca. Nella pancia contorta di pensieri impossibili si sveglia quella sensazione che ormai non si può rifare, che quello che è stato fatto è stato fatto e basta. Scacciavo tutto perché so di essere ansiosa per niente. Dan parla meno, è più concentrato, forse?
Verso le dieci Emma e mia mamma vanno a letto, ma mi fanno promettere di svegliarle quando vince la Clinton e di abbracciarle forte. Io e Dan, al terzo bicchiere di whisky irlandese, decidiamo di andare a casa di John e Cate, alla fine della strada, dove ci sono altri amici. Apriamo la porta e nessuno sta sorridendo, non si sente lo spirito di festa di qualche ora prima. L’America è quasi tutta rossa, a questo punto. Boston, Cambridge, la nostra via non respirano più, soffocati dalla tensione. Torniamo a casa e non parliamo. Passiamo tre persone che camminano insieme, anche loro in silenzio. «I can’t fucking believe it!» dice Dan,  loro, senza fermarsi, rispondono: «It cannot be true».
Io, praticamente ubriaca, vengo intervistata da Radio 24, durante una loro maratona notturna, e lì mi lascio andare, cacciando un magone inaspettato. Non ci posso credere che vinca davvero l’America razzista, bigotta, omofoba, bietta. Non ci posso credere che i sondaggi che proclamavano una vittoria facile si siano tutti sbagliati. Non ci posso credere che in una serata sia crollato tutto così, davanti ai nostri occhi. Parlo con la radio a ruota libera, non riesco a fermarmi.
Ormai è l’una di notte. La casa è silenziosa, i ragazzi e mia mamma a letto. Non osiamo dircelo, per cui ci abbracciamo forte. «Dai, vieni a letto», mi dice Dan prendendomi per mano. «Cosa diciamo a Emma domani mattina?», gli chiedo quasi sottovoce. «Shhh, dormi…», mi dice Dan abbracciandomi sotto le coperte.
Dobbiamo dirle che ha vinto il candidato che tratta le donne come oggetti.
Dobbiamo dirle che ha vinto quello che vuole fare un muro per non fare entrare i messicani, quello delle ronde nelle zone musulmane, quello che prende in giro i disabili come suo fratello.
Dobbiamo dirle che anche se si è così, si può vincere, si può diventare la persona più potente al mondo.
Dobbiamo dirle che la campagna elettorale pro Hillary che aveva fatto con il suo papà nel New Hampshire, quando andava da porta a porta a dire Go Vote Hillary! She Is Great! non è servita a niente, che è una femmina e per cui ancora una volta non può avere una posizione di potere.
Dobbiamo dirle che ci siamo sbagliati, e che l’America è anche quella parte che noi non conosciamo, che la pensa come Trump.
Dobbiamo dirle che sarà rappresentata per il prossimi quattro anni da un imprenditore ignorante e presuntuoso.
Mi sveglio che sono le 5:30, scendo in cucina. Ci sono mia mamma e Emma che mi aspettano: «Ma perché ieri sera non ci hai svegliato?». Non so come dirglielo. Non l’ho mai ancora detto a voce alta. Ho un groppo in gola pieno di whisky e di ansia. Ma la voce viene fuori lo stesso, straziata: «Ha vinto Trump, ragazze. Ha vinto lui».
Emma mi abbraccia forte appoggiando il suo viso su di me. Non vuole piangere davanti alla nonna. Mia mamma dice che le sembra che sia successo un altro undici settembre, che si sente che il mondo intero è in pericolo. Io mi siedo, stordita.
Le analisi da fare sono tante: alcune sono corrette altre meno. Ma non adesso. Adesso bisogna soltanto cercare di trovare il modo di accettare questa notizia, di arrivare a sera senza scoppiare in lacrime ogni volta.
Mi chiama Gianluca Nicoletti per un’altra intervista e inaspettatamente mi esce una rabbia incontenibile: ne dico di tutti i color, zittisco anche lui (cosa non sempre facile), mi dice che i suoi ascoltatori scrivono dicendo che io non sono che una radical chic. Che vengano loro a tirar su tre figli con un presidente così, urlo alla cornetta. Mi arrabbio ma ormai c’è poco da fare. Ha vinto Trump.
Significa che non ha perso solo Hillary. Hanno perso le minoranze, hanno perso i giovani, hanno perso le donne che si aspettavano di svegliarsi senza quel maledetto tetto di cristallo su cui specchiarsi ogni giorno della loro vita, hanno perso le persone disabili, a cui verranno tagliati fondi, hanno perso le cliniche dove si va per abortire, hanno perso molte altre nazioni , hanno perso tutte le leggi in favore dell’ambiente, le scuole pubbliche, la Borsa, la classe media americana, i piccoli imprenditori, ha perso la decenza, ha perso l’America di cui vado profondamente fiera. Ad un tratto mi sento distrutta, ma mi preparo un caffè, aiuto i ragazzi a prepararsi per la scuola, parlo con amici e parenti, che mi chiamano con le opinioni di chi vive lontano e questa è solo una sfortuna di cui parlare così, davanti a un cappuccino.
Nel pomeriggio, Sofia torna da scuola con gli occhi rossi: dice che metà del suo liceo, professori compresi, era nei corridoi a piangere e ad abbracciarsi. Racconta di come la sua professoressa di storia sia scoppiata a piangere leggendo un articolo su come parlare ai propri figli di questa terribile disfatta. Dice, asciugandosi una lacrima, che alcuni studenti si sono alzati e sono usciti a piangere in bagno. «Devo andare in manifestazione stasera. Anche se non ho potuto votare, io voglio far sapere a tutto il mondo che io un porco così non lo voglio, che io non mi sento rappresentata!»
Anche lei è incazzata, ma questa sua reazione diventa l’unico mio spiraglio di speranza: che i giovani prendano in mano la situazione, che facciano sentire forte e chiara la loro voce, che protestino. Ecco, mi immagino già università occupate, cortei, discussioni. Mi vedo davanti una possibile compattezza politica che fino a ieri non era parte della cultura dei giovani americani. La abbraccio e le dico: «I am proud of you, girl!»
Forse Hillary e la sua tenacia sono invece serviti moltissimo, mi dico. E forse anche la sua sconfitta ha galvanizzato, invece che deprimere.
E per il resto, che Dio ce la mandi buona.
http://www.cultweek.com/elezioni-americane-trump-vittoria/

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