DI MICHELE ANSELMI
michele-anselmi
I film italiani vanno al male al botteghino, praticamente tutti, a partire dalle commedie pensate per il grande pubblico. Pare sia “allarme rosso”. Tuttavia bisognerebbe saper distinguere, fare la tara, non mischiare pere e mandarini. Dispiace, ad esempio, che “La ragazza del mondo”, opera prima di Marco Danieli (classe 1978), stia faticando nelle sale nonostante gli attestati della critica dopo l’anteprima alle veneziane Giornate degli autori.
Uscito in 28 copie, il film ha incassato circa 21 mila euro nei primi cinque giorni di programmazione. C’è da augurarsi che il passa parola possa aiutarlo, perché, al pari di “Le ultime cose” di Irene Dionisio, custodisce uno sguardo non convenzionale sull’Italia odierna. Insomma cerca una propria strada, anche stilistica; sfodera attori scelti con cura, facendo di necessità virtù.
Una premessa. Non è un film “contro” i testimoni di Geova. Semmai si inoltra con una certa curiosità in quella comunità di credenti, dalle regole ferree, settarie e per molti versi discutibili, per estrarne una storia in bilico, da leggere come si vuole. Anche il titolo va spiegato. “Il mondo”, per gli associati di quella Chiesa teocratica e millenarista, è tutto ciò che sta al di fuori della comunità di fedeli, meglio: là fuori. Per dire: pena “disassociazione” tramite “udienza giudiziaria”, una giovane testimone di Geova deve arrivare vergine al matrimonio e non può avere rapporti con “ragazzi del mondo”. Solo è che a diventare “ragazza del mondo” qui è proprio la diciannovenne Giulia, cresciuta in una famiglia di rigida osservanza e lei stessa tenace predicatrice.
Sobria, quieta, di una bellezza non appariscente ma intensa, la ragazza è un genio della matematica costretta a lavorare come contabile nell’azienda paterna. Le regole imposte dalla Congregazione non le pesano, almeno apparentemente, ma l’incontro casuale con l’ex spacciatore borgataro Libero, appena uscito da Rebibbia, non tarda a metterla in crisi, a scuoterla nel profondo: sul piano intimo, sentimentale, esistenziale. Il resto lo potete immaginare. I due si amano, scappano dalle rispettive famiglie, ma il passato torna sempre per riscuotere il debito.
Coprodotto dal Centro sperimentale di cinematografia, “La ragazza del mondo” è più interessante nel prologo di piglio quasi antropologico che nello sviluppo narrativo da romanzo criminale, dove quasi tutto sembra scritto per rinforzare l’effetto drammaturgico nell’incalzare degli eventi.
A differenza dello sguardo posato da Bellocchio sui cosiddetti neo-catecuminali cattolici nell’incipit del “Regista di matrimoni”, Danieli osserva i testimoni di Geova quasi dall’interno, senza sfotterli, descrivendo riti e consuetudini, e certo ne esce un ritratto inedito, che si distanzia da alcuni stereotipi diffusi, anche se gli interessati se la sono presa ugualmente. Il film non assolve e non condanna, ma certo è stretto il sentiero nel quale dovrà incamminarsi Giulia per trovare una sua propria identità, sempre nell’ascolto di Dio, lontano dalle insidie del cuore e dal fanatismo delle norme.
In buona misura la forza del film, scritto da Danieli con Antonio Manca, risiede nella prova toccante di Sara Serraiocco, quasi una Natalie Portman nostrana, nel ruolo arduo Giulia: questa ragazza così consapevole e profonda, ma anche fragile nel rapporto col contraddittorio Libero incarnato da Michele Riondino. In ruoli di contorno, bravi e misurati, Pippo Delbono, Marco Leonardi e Stefania Montorsi (un peccato che sia usata così poco dal nostro cinema).
L’angolo di Michele Anselmi / Scritto per Cinemonitor
L'immagine può contenere: 2 persone , spazio al chiuso