DI ALESSANDRO GILIOLI

ALESSANDRO GILIOLI

Tra i vari temi posti dalla sconfitta di Hillary Clinton c’è quello delle donne al potere, della presunta o reale resistenza nell’assegnare la massima carica di potere a una donna, e del maschio ricco-potente-autoritario-sessista che invece ha vinto.
Molte persone (soprattutto donne, ma non solo) hanno scritto di questo tema, con posizioni diverse, in questi giorni.
Io sulla questione (il caso delle elezioni Usa, ma in generale la tendenza di questo periodo ad affidare democraticamente il potere a uomini muscolari, tipo Putin o Edogan) tendo a essere molto d’accordo con Bauman, quando ci dice (sintetizzo) che in un’epoca di poteri esternalizzati a finanza, algoritmi e tecnocrazia un uomo molto muscolare dà l’illusione di avere, appunto, i muscoli per stare alla pari con questi poteri, per riprendere la sovranità democratica esternalizzata.
Riflettendo sul tema mi è però anche venuto in mente un articolo molto bello di Michela Murgia (pre elezioni Usa) che qui ripropongo e sottopongo anche alla vostra, di riflessione.
L’insegnamento che si ricava oggi da questo pezzo è che l’uscita da questo ricatto – quello che ci porta a scegliere tra “poteri finanziari impalpabili” e “uomini muscolari al potere” – è un’ipotesi di femminilizzazione del potere.
Che non vuol dire necessariamente una donna al potere, ma proprio un modo di intendere il potere, che è il contrario esatto del modello Trump-Putin-Erdogan ma è sicuramente lontano anche da quello interpretato da Thatcher o Marine Le Pen.
Insomma più che di genere in sé è una questione di approccio cognitivo, che può appartenere anche ai maschi (anzi, sarebbe auspicabile) e può non appartenere alle donne.
Ps Se invece devo pensare a una donna che interpreta bene questo approccio cognitivo al potere, mi viene in mente Ada Colau, qui in Europa.