DI VIRGINIA MURRU
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Non si tratta del solito nichilismo all’italiana, è proprio così: in Italia la pressione fiscale è tra le più elevate dell’Unione europea. In termini concreti, ogni italiano spende 946 euro in più all’anno.
Sono dati divulgati dall’Ufficio Studi della CGIA di Mestre (Confederazione Generale italiana degli Artigiani), che ha messo in relazione l’incidenza del ‘pressing’ nel nostro paese con quello rilevato nei più importanti paesi europei (nel 2015), e ne ha poi misurato il differenziale di tassazione. Se può confortarci, non siamo i più braccati dal fisco in Europa: davanti a noi ci sono i francesi, con un carico fiscale che sale di 1243 euro in più, rispetto al nostro.
La Cgia ha espresso le comparazioni in una tabella, dove figurano i paesi con il più alto indice di pressione fiscale, e quelli che invece se la passano meglio. Alcuni decisamente meglio di noi, a cominciare dalla Germania, per continuare (in ordine decrescente rispetto a quello che i contribuenti versano al fisco) con Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Regno Unito e Irlanda. Nell’altra sponda, ossia tra i paesi che vengono torchiati con maggiore rigore rispetto a noi, ci sono  Svezia, Austria, Belgio e  Francia, in ordine crescente rispetto alla pressione fiscale esercitata dai rispettivi governi. In termini percentuali, il rapporto è con il Pil.
In Francia il gravame fiscale (ossia tasse, imposte, tributi e contributi) è  del 48% del Pil, c’è poi in ordine d’incidenza il Belgio, col 46,8%, l’Austria, con il 44,3% e la Svezia con il 44%. Subito dopo viene l’Italia col 43,4%, sempre in rapporto al Pil. Se invece si considerano tutti i paesi dell’Unione, la media risulta essere del 39,9%.
E si potrebbe aggiungere, sempre secondo studi Cgia, che gli italiani lavorano per le tasse fino al 2 di giugno, il “tax freedom day”, infatti, comincia il 3 giugno, da allora in avanti si lavora per se stessi; quasi due settimane più tardi rispetto ai tedeschi, e un mese in più rispetto agli inglesi. Gli americani cominciano a lavorare per se stessi addirittura da aprile, e nel corrente anno, il ‘tax freedom day’, è iniziato anche un giorno in anticipo rispetto al 2015, ossia il 24 di aprile, secondo i dati pubblicati da ‘Tax Foundation’, un Ente indipendente, che si occupa di ricerche in ambito fiscale.
Secondo il Coordinatore dell’Ufficio Studi della CGIA, Paolo Zabeo, il governo dovrebbe focalizzarsi di più sulla ‘spending review’, adottando strategie nuove di gestione nella spesa sostenuta per la fornitura di servizi e funzionamento degli uffici pubblici, con analisi più accurate sull’identificazione ed eliminazione degli sprechi. La pressione fiscale è diminuita, secondo Zabeo, ma precisa:
“La razionalizzazione della spesa pubblica, dovrà proseguire molto in fretta. Entro la fine del 2017, per evitare che dal primo gennaio 2018 scatti la clausola di salvaguardia che comporterà un forte aumento dell’Iva e delle accise sui carburanti, il Governo dovrà reperire ben 19,5 miliardi di euro”.
Sempre secondo i risultati dell’Ufficio Studi Cgia, ci sarebbe da sottolineare che i dati sul prelievo fiscale 2015 in Italia, hanno escluso i riflessi del bonus del governo Renzi, ovvero gli 80 euro che sono stati concessi ai lavoratori che percepiscono retribuzioni medio-basse. L’importo complessivo è stato contabilizzato in bilancio come ‘spesa aggiuntiva’, e ammonta a 9,6 mld. In concreto, tale spesa, qualora si ricalcolasse la pressione fiscale, si abbasserebbe fino al 42,8%.
Per quel che riguarda il prelievo delle tasse dirette, c’è stato un aumento che è passato dal 13,79% del Pil nel 2000, al 14,93% dell’anno di riferimento, ossia del 2015.
Se poi si considera il ‘Total tax rate’ e il ‘Corporate tax rate’ ( rispettivamente il prelievo fiscale sulle società, e il prelievo sugli utili), in Italia è tra i più alti al mondo. Il Sole 24 ore, ha pubblicato il 31 agosto scorso, una ricerca in merito, dove nella tabella, l’Italia risulta avere, per quel che riguarda il ‘Total tax rate’ – che comprende anche Ires, Irap e prelievi sul lavoro – il 64,8%. Uno schiacciamento che limita veramente gli investimenti, e non è, per ovvie ragioni, una chiamata allettante per gli investitori stranieri. Segue la Francia, al 62,7%.
Non è lusinghiera la posizione dell’Italia sull’incidenza delle imposte indirette – soprattutto in termini di Iva – praticamente è al primo posto della Zona Euro, e al settimo posto tra i membri dell’Ue. Per quel che concerne i contributi sociali, nel nostro paese sono passati dall’11,44% al 12,93%, secondo gli anni di riferimento considerati.
Il problema di un’elevata pressione fiscale, oltre che contribuire a contrarre l’economia di uno stato, perché limita la crescita, consumi e investimenti, produce effetti negativi di riflesso anche all’estero, in quanto un prelievo fiscale pesante allontana gli investitori.
A mettere in evidenza queste conseguenze è lo studio ‘International tax competitiveness index 2016’, effettuato tra i paesi dell’OCSE. L’Italia si trova al 34° posto, quanto ad ‘attrattività’ in grado di richiamare l’attenzione degli investitori stranieri. E’ vero che la Francia si trova in una posizione anche peggiore, ma senza dimenticare che, in ogni caso, la sua economia è ben più solida della nostra.
Tuttavia, secondo l’elaborazione di un nuovo Indice di Attrattività Globale (Global attractiveness index), l’Italia passa dal 45° al 14° posto su una scala di valori che riguarda il 97,9% del Pil mondiale, e analizza l’indice di 144 paesi. Il metodo utilizzato prima era il ‘Doing business report’, considerato un ranking internazionale non propriamente affidabile, a causa della procedura di calcolo adottata. Da settembre scorso si è passati al Global attractiveness index, ritenuto più preciso. Si tratta di strumenti importanti in quanto aiutano gli investitori ad orientarsi nella scelta  dei paesi che offrono le migliori garanzie per i loro investimenti. L’Italia si è classificata dunque 14° su 144 paesi, e 5° in Europa, dietro Francia, Paesi Bassi, Regno Unito e Germania. I tedeschi sono secondi nel prospetto globale, primi sono gli USA e terzi i giapponesi.