DI LUCA BILLI
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L’amministrazione comunale di Roma ha annunciato un nuovo regolamento che prevede il divieto di installazione di slot machine nel centro della capitale. Sono d’accordo ovviamente: si tratta di un provvedimento giusto, sacrosanto direi. Il gioco d’azzardo istituzionalizzato è una vergogna, un settore economico di grande espansione, in cui lo stato è spesso socio della criminalità organizzata – questa è la vera “trattativa stato-mafia” di cui dovremmo chiedere conto ai politici – e sempre crea complessi fenomeni di dipendenza. Lo stato ogni giorno guadagna soldi sulle debolezze dei nostri concittadini e, in maniera criminale, alimenta queste debolezze per guadagnare sempre di più, come un qualsiasi spacciatore da strada. Lo stato che gestisce un’attività criminale è da condannare, anche se con quei soldi finanzia le scuole che frequentano i nostri figli, gli ospedali dove ci curiamo, le pensioni di cui godono i nostri vecchi.
Proprio per questo credo che il provvedimento allo studio a Roma sia insufficiente e dovrebbe essere esteso a tutto il territorio comunale. Tra l’altro è proprio nelle periferie delle grandi città dove c’è il maggior numero di sale da gioco e di slot negli esercizi pubblici, perché sono i poveri, i soggetti più deboli, quelli che vivono nelle periferie, a essere maggiormente schiavi del gioco. E’ togliendo la possibilità di giocare d’azzardo nelle periferie che si farebbe un servizio alla città. Poi ovviamente so che anche questo sarebbe insufficiente, perché ci sarebbe il problema di quello che avviene nei comuni confinanti, anzi qualcuno di questi potrebbe, proprio in virtù della decisione dell’amministrazione capitolina, decidere di ospitare le slot in uscita da Roma, fino a creare una qualche piccola Las Vegas ciociara, ma comunque un provvedimento così radicale da parte dell’amministrazione della più grande città italiana sarebbe lo stesso significativo, per quanto insufficiente, segnerebbe finalmente una discontinuità, come promesso dal partito che governa Roma.
C’è un punto però che voglio sottolineare: questa pericolosa tendenza che hanno gli amministratori di identificare le città con i loro centri, dedicando a essi idee – quando ne hanno qualcuna – e risorse – quando non le devono dare a qualche loro amico – tendenza che li porta a trascurare le periferie. E non ne siamo immuni neppure noi che a vario titolo commentiamo le vicende delle città, basti guardare gli articoli che i giornalisti bolognesi dedicano al traffico nel centro storico, al rumore nel centro storico, al degrado nel centro storico di quella città, come se nei quartieri al di fuori dei viali non ci fossero auto, non ci fosse rumore, non ci fosse degrado. C’è tutto questo, e in più ci sono i poveri.
E’ un errore che ho fatto anch’io quando ho avuto la possibilità di occuparmi del governo di quella città, perché ci sembrava fosse molto importante tutelare il centro, facendolo vivere, trovando un equilibrio tra le varie richieste delle persone che ci vivono e ci lavorano e così via. Gran parte delle nostre discussioni erano dedicate al centro, che certo meritava attenzione, ma forse non tutta quell’attenzione, soprattutto non a scapito di altre zone della città.
Credo che questo si sia rivelato esiziale per le sorti della sinistra italiana. Anche perché questa tendenza degli amministratori di occuparsi più dei centri che delle periferie ha coinciso con l’idea che per vincere occorresse spostarsi al centro. In questo caso non storico, ma politico.
In quegli stessi anni in cui abbiamo cominciato a disinteressarci delle periferie abbiamo anche cominciato a essere un’altra cosa. E anzi vedevamo come un successo il fatto che prendessimo voti anche dai cittadini del centro – inteso come luogo fisico e non politico, anche se quasi sempre le due cose coincidevano – mentre prima i nostri voti venivano per lo più dalle periferie. Solo che a un certo punto i voti dalle periferie hanno smesso di arrivare, perché non ci andavamo più, perché avevamo smesso di frequentarle, perché in qualche modo il centro ci attraeva, come quando da ragazzini il sabato pomeriggio non vedevamo l’ora di prendere la corriera per andare a fare le vasche a Bologna. Non sapevamo più cosa succedeva in quelle zone dove avevamo smesso di andare, e non abbiamo visto che proprio lì cresceva la povertà, una povertà disillusa, la cui unica speranza era diventata gettare una moneta dopo l’altra nella slot del bar tabacchi sotto casa.
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