DI ALDO GIANNULI
ALDO GIANNULI
Dell’elezione di Trump dovremo parlare ancora diverse volte, perché è evidente che questa presidenza non sarà una delle quarantacinque che si sono succedute, sarà una presidenza di svolta come quelle di Roosevelt o di Nixon o Reagan, probabilmente peggiorerà le cose noi temiamo in peggio, ma comunque sarà una Presidenza di svolta. E già lo dicono le reazioni che ci stanno facendo assistere a cose mai viste prima.
Manifestazioni di protesta, già all’indomani, con tanto di cartelli con scritto “Not my President”,mentre gli uffici immigrazione del Canada registrano una valanga di domande di trasferimento di cittadini americani; Michael Moore (che non rimpiange affatto la Clinton ed attacca da sinistra i democratici) propone misure straordinarie ed invita a preparare sin d’ora l’impeachement.
Dalla guerra di secessione, Trump  è il Presidente più divisivo che gli Usa abbiano mai avuto e sin dalla sua elezione. Per la verità lui sta cercando di mettere acqua fredda nel brodo bollente della campagna elettorale: “Sarò il Presidente di tutti, non chiederò l’incriminazione di Hilary, al confine messicano non costruirò proprio un muro ma mi accontenterò di un muretto, lascerò un pezzetto della riforma sanitaria” ecc.  Ma sono sforzi vani, resterà un presidente altamente divisivo per diverse ragioni, la principale delle quali è che il suo blocco elettorale è un cartello dei no destinato a sfasciarsi in breve.
Se taglia le tasse (e questo soprattutto per i redditi alti ed altissimi) cresceranno le diseguaglianze e farà infuriare quelli cui aveva promesso di farle diminuire, se si impegnerà a ridurre le diseguaglianze (figuriamoci!) e aumenterà la pressione fiscale di ricchi e ricchissimi, manderà in bestia questi ultimi. Se riporterà l’industria dell’auto a Detroit, prima si inimicherà il polo auto del sud degli Usa e dopo dovrà adottare dazi protezionistici che scateneranno una guerra economica con i cinesi, ma se non lo farà deluderà proprio quegli stati strappati ai democratici che lo hanno fatto vincere. Ha promesso tutto a tutti ed ora, comunque vada, perderà pezzi per strada.
Soprattutto, per mantenere il tradizionale elettorato repubblicano dell’America profonda, ha vellicato le corde della restaurazione di costume, contro le unioni civili, il riconoscimento dei diritti dei gay, eccetera, con il risultato di  scatenare un conflitto di natura antropologica fra città e zone rurali che affianca quello scavato dalla crisi.
Prendiamo il caso della Pennsylvania, strappata ai democratici: nella capitale Philadelphia, vince la Clinton e con largo margine, ma nelle contee rurali vince Trump e con margine  altrettanto largo, sino a far pendere la bilancia verso destra. E potremmo ripetere la stessa cosa per altri stati. I democratici vincono nei loro tradizionali feudi delle coste, salvo gli stati della rust belt (Pennsylvania, West Virginia, Ohio, Indiana, e Michigan) dove hanno pesato sia la disaffezione della working class colpita dai programmi di delocalizzazione, sia il passaggio all’astensione della maggioranza dei sostenitori di Sanders. Vice versa, i repubblicani hanno confermato tutti i loro stati e tutta l’America interna si colora del rosso dell’elefantino come al solito.
Tutto sommato, non è Trump ad aver vinto (dato che riprende i soliti 58-60 milioni di voti repubblicani),  sono i democratici ad aver perso, lasciando sul campo 6 milioni di voti passati in gran parte all’astensione. Adesso l’ala urbana e raccolta intorno ai diritti civili (che maggioritariamente non ha votato per nessuno dei due candidati) sta  radicalizzano la sua posizione.
Ed il carattere divisivo della Presidenza Trump resta: le parole dolci del discorso presidenziale servono a poco.
Gli Usa sono oggi un paese estremamente diviso e perciò stesso, più debole sulla scena internazionale. E’ possibile, anzi probabile, che l’attuale movimento di contestazione di Trump rifluirà in qualche settimana, ma il fuoco coverà sotto la cenere e ad ogni decisione di rilievo, quando si riaffacceranno i motivi del contenzioso, la fiammata si alzerà di nuovo in forme per ora poco prevedibili.
D’altro canto, Trump (e la Clinton sarebbe stata la stessa cosa) non ha gli strumenti per soddisfare la sua promessa principale: uscire dalla crisi e rilanciare disoccupazione e consumi. Si limita a riciclare la solita ricetta neo liberista del taglio delle tasse per i redditi più alti che poi è esattamente la ragione della crisi.
Quanto poi al taglio della liquidità, non si capisce come questo possa conciliare con il taglio delle tasse e con il più alto debito del mondo che costa centinaia di miliardi di interessi all’anno.
Trump non è la svolta, ma solo l’inizio di una svolta che si presenta come un lunghissimo tunnel del quale non si vede dove andrà a sboccare.
Intanto c’è da temere presente  anche un altro aspetto: la geografia elettorale degli Usa sembra mostrare tendenze ad articolarsi su uno schema a quattro punte:
–    la destra repubblicana più estrema che Trump potrebbe organizzare in un suo partito diverso dai repubblicani (tema affacciatosi in campagna elettorale, quando lo scontro con l’apparato del suo partito aveva toccato punte particolarmente acute)
–    il partito repubblicano classico che abbiamo conosciuto: di destra relativamente moderata
–    il partito democratico tradizionale
–    una nuova tendenza di sinistra che unifica i seguaci di Sanders, i reduci di Occupy Wall Street, alcuni candidati minori di queste elezioni e formazioni minori presenti da sempre (come il Partito Socialista).
Proprio la struttura confederale degli Usa, potrebbe facilitare la vittoria delle nuove formazioni in diversi stati. In questo caso, le conseguenze potrebbero essere sia la fine del bipartitismo e la nascita di un sistema a 4 con eventuali alleanze, sia l’accordo fra i classici partiti repubblicano e democratico, una sorta di unione moderata finalizzata a debellare i nuovi venuti e ripristinare il bipartitismo.
Tutto da vedere, di fatto la geografia elettorale americana non è più scontata come per il passato.