DI LUCIO GIORDANO

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L’america non ci sta. E da cinque giorni  scende  puntualmente in piazza  per protestare contro Donald Trump, appena eletto presidente degli Stati Uniti, grazie ad un sistema elettorale folle, in cui contano i grandi elettori e non il voto popolare. La Clinton, avanti di 600 mila preferenza,  ha infatti  perso perchè, nella stranezza tutta  americana,  prevalgono i voti degli Stati e non delle singole teste. Per esser ancora più chiari: in questo arzigogolato maggioritario, è  come giocare ad  asso pigliatutto.

Intendiamoci. Cosi funziona da 240 anni ed è impossibile cambiare le regole in corsa. Come è fantapolitica che i grandi elettori, tra qualche settimana, cambino idea sul voto da assegnare definitivamente a Trump. Ma se il tycoon è stato eletto democraticamente, altrettanto democraticamente è giusto che gli americani protestino  il loro dissenso al grido di Trump is not my president. Perchè qui non è questione di non starci, come gridano i sostenitori reazionari del miliardario. Ben sapendo che, se avesse vinto la Clinton, loro stessi sarebbero scesi in strada, visto che Trump, più e più volte aveva ribadito che in caso di sconfitta non avrebbe accettato il verdetto.

Però, attenzione. Giusto  sottolinearlo, a scendere in piazza non sono i sostenitori della Clinton. A protestare sono neri, ispanici, donne, famiglie con bambini che, durante la campagna elettorale, si erano sentiti traditi dal partito democratico ( sempre più lontano dai lavoratori e dalla gente onesta) e per questo si erano astenuti, ma che ora sono letteralmente terrorizzati dalle politiche reazionarie di Trump.

Che dopo le prime dichiarazioni  al miele, ha già iniziato a cambiare rotta e a tornare falco: il muro anti immigrati in messico si farà, ha detto. E prevede anche,  il neo presidente, di cacciare almeno tre milioni di immigrati irregolari.  Su quali basi farà la cernita non è dato sapere, quel che è certo  è che se confermasse i nomi che circolano per il suo staff alla Casa Bianca ci sarebbe davvero da tremare.Come chief strategist ha voluto quello Steve Bannon, legato a doppio filo con i gruppi neo nazisti americani e che ha lavorato come investment banker alla Goldman Sachs. Ripeto. Goldman Sachs.   Insomma: altro che presidente anti-sistema. E quindi, per favore, non continuiamo a prenderci per il culo. Qui stiamo parlando dell’altra faccia della stessa medaglia di Hillary Clinton. Legato alle lobby di potere lei, legato alle lobby di potere lui. Con la differenza che la moglie di Bill, almeno all’apparenza, lavorava per unire gli Stati Uniti. Donald, invece, punterà a distruggere la convivenza civile, battendo su argomenti topici, come quello sull’aborto.

Con un presidente cosi divisivo, le tensioni sociali sono insomma destinate ad acuirsi. Le manifestazioni popolari sono in effetti  sempre più imponenti e i comitati di lotta contro  Trump presidente assicurano che andranno avanti con i cortei pacifici, almeno fino all’investitura ufficiale del 20 gennaio alla Casa bianca. Resisteranno? Si, presumibilmente resisteranno. La posta in gioco è troppo alta per desistere. E bisogna resistere. Anche contro le notizie che puzzano di bufala, spacciate sui siti reazionari. Secondo i quali i comitati di lotta assolderebbero manifestanti per 20 dollari l’ora, assistenza sanitaria e regolare inquadramento, tutto incluso. Meglio allora scherzarci sopra. Per i più  fortunati sono previsti: viaggi premio, ricchi premi e cotillon, con la possibilità finanche di essere assunti a tempo indeterminato come contestatori professionisti. E siccome il lavoro del contestatore   è faticoso e usurante, si andrebbe in pensione dopo dieci anni di contributi.

E chi pagherebbe questa sobillazione legalizzata? George Soros,naturalmente, un nome buono per tutte le stagioni . Adesso: che il finanziere di origini ungheresi sia da sempre implicato in tutte le situazioni più torbide di politica internazionale è un dato di fatto, ad iniziare dalla svalutazione della lira del 1992. Che il suo motto sia speculare  sempre e ovunque sulla pelle della gente è vero, ma  stavolta l’idea è  che sia stato letteralmente tirato per i capelli , bianchi,   dentro a questa vicenda dalle gambe corte. E il motivo è semplice: Soros sarà pure un clintoniano di ferro e detesterà Putin. Ma è  altrettanto vero che Clinton e Trump sono, come detto e ripetuto,  due facce della stessa medaglia.

Protetti entrambi dalle lobby più potenti al mondo, non hanno nessuna reale intenzione di farsi la guerra. In un gioco delle parti, la loro è una staffetta prevista dal mondo delle banche e delle multinazionali per accelerare il progetto autoritario, proprio adesso che le lobby sono in seria difficoltà. Guidare i governi con il pugno morbido da finti democratici, infatti non basta più. La naturale evoluzione è l’uomo forte a cui le masse ignoranti, per dirla con il più noto sociologo vivente, Zygmunt Bauman,  guardano come ad un messia. Masse  che in effetti considerano Trump non il veleno ma l’antidoto per vincere l’ansia di vivere in un mondo senza più certezze.

Niente di nuovo, per carità. E’ nè più nè meno  quello che capitò ai tempi del fascismo e del nazismo, all’indomani del crollo di wall street del 1929. Le lobby agevolarono il cammino della dittatura per mettere a tacere le proteste popolari. Non è un caso che in questi anni  ai posti di comando siano stati già  piazzati governi autoritari come quello di Orban in Ungheria, o di Kaczinsky in Polonia. Ora è Trump, domani saranno la Le Pen in Francia o l’estrema destra in Germania.  Tutto calcolato quindi.Come segnalano in molti, basterebbe andare a vedere sui conti dei movimenti ultra nazionalisti, per capire chi li finanzia. Si fanno proprio i nomi, guarda tu a volte il caso, di banche d’investimento molto popolari.

Questo dunque lo stato dell’arte. Segno che i poteri forti non brillano nemmeno  per originalità. Ma stavolta è diverso. Stavolta, la posta in gioco è molto più alta: cento anni fa  erano i tempi della costruzione del capitalismo, oggi il capitalismo sta giocando le sue ultime carte per non morire. Perchè è chiaro che se i popoli dovessero aprire completamente gli occhi, banchieri e manager delle multinazionali, speculatori di borsa e capitani d’industria convertitisi all’economia di carta straccia della finanza, non arriverebbero nemmeno a Natale. Sarebbe la rivolta delle masse, di quella maggioranza silenziosa, onesta e mortificata, che schifa la destra estrema al pari dei padroni del mondo.

A conti fatti perciò, la svolta autoritaria delle lobby di potere, non è solo necessaria: è indispensabile. E Trump, perfettamente integrato nel sistema, è  l’uomo giusto al momento giusto.   Gioele Magaldi, presidente del grande oriente democratico, al pari della Clinton ,  considera Trump un fratello massone , dell’ ala neo conservatrice. E reazionaria. Per questo i giovani americani e i padri di famiglia, gli ispanici e i sinceri progressisti devono aver   darwiniamente avvertito il  gravissimo pericolo che correranno per i prossimi 4 anni. Ecco perchè sono scesi in piazza e continueranno a farlo ad oltranza.

Il rischio è purtroppo che la tensione venga alimentata ulteriormente da chi ha interesse a farlo,  da chi ha interesse a creare una frattura insanabile nella società civile americana. Da una parte i progressisti, dall’altra i reazionari. Ed è  in fondo  quello che sta già avvenendo. Per il momento le proteste sono pacifiche. Ma se qualche provocatore accendesse la miccia,  155  anni dopo la prima, gli Stati Uniti d’america  potrebbero  precipitare  in una seconda devastante e non auspicabile guerra civile.  E se poi l’incendio si propagasse anche in Europa, cosa accadrebbe?