DI SILVIA GARAMBOIS
SILVIA GARAMBOIS
 – Lo stesso Pil di 15 anni fa; il 30% dei comuni si sta spopolando; nel 2015 i decessi hanno superato le nascite e gli anziani sono più dei giovani, L’alternativa? La buona politica, dell’accoglienza e dell’integrazione. Per i vecchi e per i nuovi italiani
Che in Italia ci fosse un paesello di nome Gorino, frazione di Goro, affacciato sulla foce del Po e dove l’attività prevalente è l’allevamento delle vongole, probabilmente lo sapevano in pochi. Ora si sa: è la comunità di seicento persone scese in strada a fine ottobre – barricate, falò notturni e blocchi stradali – per impedire che dodici donne e otto bambini dalla pelle nera venissero ospitati in un ostello della zona. È diventato in una notte il simbolo della non-accoglienza.
Non lo sanno a Gorino, e a quanto pare è pure difficile spiegarglielo, ma – razzismo, ignoranza, paure, pregiudizi a parte – hanno manifestato contro sé medesimi se è vero, come risulta dai dati sulla popolazione locale, che circa 200 di loro sono nell’età della pensione e poco meno di 350 sono in età lavorativa (i minori sono un centinaio). Chi manterrà domani le loro pensioni, se non gli immigrati che stanno cacciando?
Anche a Gorino, come più in generale in Italia, ci stiamo infatti pericolosamente avvicinando alla soglia del “fallimento paese”, quando cioè il rapporto tra popolazione anziana e popolazione in età di lavoro si avvicina al 50-50: ogni occupato dovrebbe cioè mantenere un pensionato, obiettivo impossibile. Oggi in Italia questo indice è a quota 35 ma secondo Nicola Cacace (che è stato presidente del Nomisma, e che su questo tema ha realizzato un approfondimento per l’Istituto di studi sulle relazioni industriali e di lavoro) già nel 2030 rischiamo di toccare la soglia di non ritorno. I dati sono tutti negativi: “Nel 2015 l’Italia ha lo stesso Pil del 2000, i morti hanno superato i nati di 165mila unità, gli anziani (65 anni e più) sono aumentati di 265mila unità mentre i giovani (0-14 anni) si sono ridotti di 100mila. Contemporaneamente il 30% dei Comuni italiani è in via di spopolamento e perde scuole, servizi postali ed ospedali”.
Eppure, si può fare. Basta aprire – spalancare – le porte a nuovi italiani.
L’esempio c’è già. Secondo l’ultimo censimento nel paese di Riace, in Calabria, gli abitanti sono oggi circa 1.700 e quasi il 25% di loro arrivano dall’Africa, dall’Asia, da paesi dell’Europa dell’Est: è un altro paese “simbolo” perché ha reagito allo spopolamento degli anni Novanta, quando il centro storico rischiava di diventare fantasma, aprendo le case vuote a nuovi “compaesani” che arrivavano da lontano, e così ha rimesso in moto l’economia di un centro che si stava atrofizzando. Senza traumi.
Un modello esportabile? Secondo Cacace sì: “Si tratta solo di rispondere con umanità ed intelligenza alla soluzione di due problema epocali, i flussi migratori da paesi in guerra ed altre calamità, il deficit demografico dei nostri paesi, Europa ed Italia in prima linea che, se non corretto da almeno 150mila immigrati l’anno, porterebbe ad un declino senza speranza”.
Un modello esportabile, soprattutto, se interviene una politica dell’integrazione vera, concreta, intelligente: se a Riace, infatti, si sono inventati una moneta di scambio (il Bonus) per sopperire ai ritardi con cui il Ministero dell’Interno versa la diaria di 35 euro previsti per i migranti (solo una parte va a loro, poco più di due euro, il resto serve al Comune per ristrutturare le case, pagare gli assistenti e dare borse lavoro), in altre parti d’Italia, com’è tristemente noto, i migranti sono diventati un “affare”, più lucroso del commercio della droga.
La buona politica, dell’accoglienza e dell’integrazione: questo ci serve. Per i vecchi e per i nuovi italiani.