ALBERTO TAROZZI
DI ALBERTO TAROZZI
L’irresistibile ascesa di un assertore della supremazia razziale dei bianchi, come Bannon, all’interno dell’amministrazione Trump non rievoca solamente i devastanti passati dell’antisemitismo e quelli più recenti dell’islamofobia.
Se questa forma di razzismo, più o meno malcelato, entrerà a far parte dell’agire quotidiano di chi ha appena proclamato la volontà di espellere 2 o 3 milioni di persone dal suolo statunitense, essa potrebbe rivolgersi, all’atto pratico, contro una componente ancor più numerosa del melting pot statunitense: quella degli ispanici.
Le conseguenze sul lungo periodo? imprevedibili.
Fino alla guerra civile e alla secessione di alcuni Stati del sud come la California, dove molte aree vedono una larga prevalenza ispanofona.
Che i venti del Sud abbiano spesso sconvolto gli equilibri politici degli Stati Uniti non è una novità.
Nell’800, ben prima della guerra di secessione, abbiamo assistito alla guerra di indipendenza del Texas, negli anni 30 e a quella, tra Usa e Messico, per la California, negli anni 40.
Il nemico è sempre stato il Messico, rappresentato nei libri di storia statunitensi dal perfido Generale Santa Anna, che Davy Crockett non riesce a impallinare per un pelo in quel di Forte Alamo.
Poi gli animi sembrarono placarsi quando negli anni 60 gli Stati Uniti appoggiarono il Messico contro le mire espansionistiche del colonialismo dei francesi, ma il fuoco ha sempre continuato, fino ad oggi, nel corso del tempo, a covare sotto la cenere, in numerosi ambiti.
Da quello strettamente politico, con una controversia sulla California che era stata risolta con la guerra, ma che aveva lasciato numerosi strascici, visto che la California indipendente rappresenterebbe da sola una delle prime dieci potenze economiche al mondo.
A quello religioso, che ha sempre visto un Messico con un potere a dominanza laica e tradizionalmente massonico, contrastato dagli Usa, soprattutto nella sua componente cattolica.
Fino agli altri forti conflitti attuali, di ordine politico economico, come la vicenda legata alle ricchezze petrolifere del suolo messicano, indebolite fino alla miseria dalle politiche dei Paesi arabi amici degli Usa.
E fino alla questione del narco traffico, femminicidi inclusi, ottimo alibi per le reciproche rimostranze nel nome dei diritti umani, dove tra i due Stati non è facile stabilire quale ne esca senza portarsi addosso tracce di rogna.
E’ per queste ragioni che ha destato preoccupazione la recente campagna elettorale che ha visto Trump teso a marchiare la popolazione ispanica clandestina come uno dei capri espiatori dei problemi nazionali. La Clinton ha provato ad accaparrarsi i voti ispanici, giocando sul fattore linguistico, impiegando il suo vice Kaine, che parla bene lo spagnolo, ma i risultati non l’hanno premiata.
La questione “latina” investe dunque terreni di conflitto che si sono via via silenziosamente dilatati nel lungo periodo e che potrebbero determinare negli anni a venire, gli effetti di una bomba a orologeria.
Il conflitto lungo la linea di confine tra i due Stati (il muro, costruito da Clinton, presidiato armi alla mano dagli statunitensi del luogo, che Trump vorrebbe rendere impenetrabile), potrebbe cioè avere un’eco interna agli Usa tale da coinvolgere tutte le relazioni esistenti tra i ”bianchi” e gli ispanici, non solo messicani.
Come dire che, ad eccezione di una componente ispanica ormai ben piazzata all’interno della popolazione garantita, restano milioni di persone che non trovano rappresentanza nei partiti politici esistenti e che si sentono bersagliati dalle strategie politiche della Presidenza.
Abbiamo quindi oggi a che fare con un cumulo di componenti che, mescolandosi, potrebbero dare vita a un cocktail di natura, anche secessionistica, esplosiva.
E non pare di certo Bannon il soggetto politicamente più idoneo a svolgere un ruolo di pompieraggio.