DI DARWIN PASTORIN
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È tornato. Con la forza di sempre. Con un romanzo che parla di noi, di come eravamo: siamo stati capaci di rimanere fedeli ai nostri ideali politici, ideali di bellezza e di giustizia, o abbiamo preferito scegliere per opportunismo, per denaro, passando così dall’altra parte della barricata?
Luis Sepúlveda ritorna in Cile, il Cile della violenza e degli orrori di Pinochet e del dopo: quando, nel buio, come prima e come sempre, qualcuno cercò, con una nuova repressione, di “garantire la pace sociale”, coinvolgendo ex rivoluzionari; di mettere un velo sul passato, su quelle lunghe stagioni del terrore.
“La fine della storia” (traduzione perfetta di Ilide Carmignani, Guanda) ci prende la pelle, il cuore e la mente. Ritorna in azione Juan Belmonte, quello con il nome da torero, ex guerrigliero, micidiale cecchino, fedele fino alla fine a Salvador Allende e al suo Sogno frantumato nel sangue, poi pronto a combattere per ogni libertà, si ritrova a fare i conti con il proprio passato, con le violenze e le torture che subì la sua compagna Verónica per non averlo tradito sotto le mani degli aguzzini guidati dal cosacco Miguel Krassnoff, con lo spettro di Villa Grimaldi dove furono uccisi e fatti sparire centinaia e centinaia di oppositori al regime.
Belmonte, ormai sessantenne, deve lasciare il suo angolo di quiete a Puerto Carmen, nella parte più meridionale dell’Isola di Chiloé, riprendere le armi perché “non si sfugge alla propria ombra. Non importa dove stiamo andando, l’ombra di ciò che abbiamo fatto e siamo stati ci perseguita con la tenacia di una maledizione”.
La storia è fitta, ricca di colpi di scena, di personaggi, con un finale sorprendente. Soprattutto, Sepúlveda si rivolge, guardandoci fisso negli occhi, a noi: ci chiede della nostra dignità e della nostra purezza. Abbiamo mantenuto fede al nostro giuramento? Ha scritto su “la Lettura”, parlando di questa storia: “Belmonte, i compagni che incontra strada facendo, il suo amore e la sua rabbia, sono la memoria della Storia non scritta, una memoria che è scomoda perché è una memoria degna”.
Un romanzo imperdibile, che molti nostri politici dovrebbero leggere: per provare, almeno, un po’ di imbarazzo. Almeno.

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