DI STEFANIA DE MICHELE
STEFANIA DE MICHELE
Se c’è una cosa che Matteo Salvini sa fare bene è fiutare l’aria come un setter da tartufi. Individuata una valida traccia olfattiva, che sia l’euroscetticismo alla Nigel Farage o il giro di vite sull’immigrazione alla Marine Le Pen, il leghista 2.0 la punta sino che non trova quel che cerca: il consenso, palese o sotterraneo, di un elettorato alla mercé di crisi economica e paura dello straniero. L’elezione di Trump negli States è solo l’ultima conferma che il politically correct è tramontato ovunque e, in Italia, veste in felpa, si è emancipato da Arcore e bazzica via Bellerio a Milano. L’autoproclamato leader del centrodestra abbandona insomma il Pontida Style e la guerra al “terùn” per abbracciare la causa glocal del fronte anti-establishment: contro l’Europa arcigna e virago, contro gli immigrati che minacciano il tinello degli italiani perbene, contro la politica delle lobby di potere, qualsivoglia esse siano. “Obbedisco” al richiamo della piazza, è l’attestato di legittimità che si regala Salvini, in prima linea nella terza guerra d’indipendenza, quella che disegna il risiko del centrodestra d’opposizione. L’antagonista principe – lo Stefano Parisi che ben poteva contrapporsi, per modi e appeal, al clone nonché manager di sinistra, Giuseppe Sala, alle amministrative milanesi – non ha il physique du rôle. Anche Silvio Berlusconi, che gli aveva consegnato le chiavi di partito e coalizione, se n’è accorto: la pancia della destra urla, lo stomaco brucia e Parisi al massimo prende un malox. “Tra Parisi e Salvini non ci sono rotture definitive ma scontri personali” minimizza Berlusconi, aggiungendo: “Chi rompe la coalizione, si condanna all’irrilevanza”. Tra le righe, e neppure troppo, la necessità di compattare le fila in vista del referendum del 4 dicembre, unico cemento che tiene insieme in maniera efficace ma temporanea la coalizione. Dal canto suo, l’ex candidato sindaco avverte: “L’Italia non è lepenista: con Salvini si perde”. Ma l’eloquio di Parisi è dimesso, non intona l’inno dell’Internazionale Populista e, forse non se n’è accorto, si rivela un tantino autoreferenziale. “Forza Italia ha perso 10 milioni di voti – dice Parisi – e io (il suo è un superIo) sono qua per metterci una pezza e rappresentare i moderati del centrodestra”. Tra il rottamatore fascioleghista e il travet destrorso, Berlusconi sceglie il primo con la speranza di gestire la transizione, evitando di finire nel ripostiglio dei leader male in arnese prima del tempo regolamentare. Salvini risponde al jab di Parisi con un gancio: “Alla manifestazione di Firenze per il No al referendum c’era una marea di gente perbene. Con te ci sono Alfano, Cicchitto e Verdini . Tieniteli e goditeli”. Che, se vogliamo, non è proprio un ragionamento stupido, se rivolto a un elettore di centrodestra. Per tutti gli altri è difficile alzare argini in maniera definitiva, senza mentire un poco a se stessi. In fondo, chi di noi non voterebbe per una flat tax con aliquota unica al 15%?. Alzi la mano, poi, chi non detesta l’Europa pangermanica, che condanna le classi medio basse all’indigenza nel nome di un’unione di assoluta sperequazione? Chi non vorrebbe dazi, o tasse sulla reimportazione, per prodotti cinesi e/o italiani delocalizzati, realizzati con un costo del lavoro che in qualsiasi paese dell’Occidente industrializzato sarebbe considerato indecoroso? Chi non auspica maggiori tutele per i lavoratori all’interno dei propri confini? Se le risposte sono affermative per due o più quesiti (e le mie lo sono), potremmo essere tutti indicati come elettori-tipo di Trump e Salvini. La pancia non può tacere, dunque, soprattutto se è a digiuno da tanto tempo. Chi ha votato il tycoon americano, chi sostiene Salvini o Farage lo fa in molte circostanze senza prosopopea, con la speranza di un cambio di direzione verso tematiche più vicine alla gente che fatica a sbarcare il lunario. La differenza – morale, etica ed estetica – tra i sostenitori dell’Internazionale Populista e tutti gli altri sta però in un senso di giustizia (quasi un’idea platonica di cui conosciamo solo dei surrogati parziali) che non prevede il “si salvi chi può e tu non puoi”. E’ la soglia minima sotto la quale non è mai possibile scendere: senza quella, per tutti gli altri, aliquote, protezionismo, tutele ‘ad personas’ sono e restano parole vuote.
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