DI MICHELE ANSELMI
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Ecco un film assolutamente da vedere. Non solo perché in America il Ku-Klux-Klan festeggia la vittoria di Trump e alla Casa Bianca approda, in veste di consigliere speciale del presidente, un razzista più o meno dichiarato come Steve Bannon, pure accusato in passato di antisemitismo. Ma anche per questo.
Passato in anteprima alla Festa di Roma e nelle sale da giovedì 17 novembre col marchio Distribuzione Cinema, “La verità negata” (“Denial”) possiede la forza della denuncia, la delicatezza della compassione, l’accuratezza della ricostruzione. Il britannico Mick Jackson è lo stesso che nel 1992 firmò il blockbuster “Guardia del corpo” con Kevin Costner e Whitney Houston, poi ha fatto molta tv in patria, ed eccolo tornare sul grande schermo con un film processuale ispirato a una storia vera. Verissima, purtroppo.
Avrete di sicuro in mente il sedicente storico David Irving, l’inglese razzista e antisemita che costruì una fortuna editoriale sul “negazionismo”, cioè contestando alla radice l’esistenza dei campi di sterminio nazisti con frasi del tipo «un mito inventato dal popolo israeliano»? Un tipaccio revisionista, esperto nel manipolare le prove e distorcere i fatti nel proposito di riabilitare l’ammirato Adolf Hitler, al quale pure molti diedero ascolto, in patria e all’estero, Italia inclusa.
Nel 1996, sentendosi calunniato da un libro della storica ebreo-americana Deborah Lipstadt, intitolato “Denying the Holocaust: The Growing Assault on Truth and Memory”, Irving citò la scrittrice in giudizio, e con lei la casa editrice Penguin Books.
Il processo si tenne a Londra, a partire dal gennaio 2000, per 32 sedute, fino al verdetto emesso dal giudice unico Charles Grey l’11 aprile di quello stesso anno. Il paradosso sta tutto qui: nel sistema legale britannico l’onere della prova spetta all’imputato, sicché fu Lipstadt a doversi difendere dalle “accuse” di Irving e non viceversa.
È un magnifico film, “La verità negata”, perché svela, con la precisione dei fatti e la potenza della messa in scena, il vero intento dello storico negazionista: trasformare quel processo per calunnia in una sorta di processo all’Olocausto, in modo di amplificare in chiave planetaria, unendo il fronte negazionista e lucrandoci sopra, le proprie tesi aberranti.
Nel rielaborare per lo schermo il libro che la professoressa americana scrisse sulla vicenda, lo pubblica dal 15 novembre Mondadori col titolo del film, il drammaturgo David Hare congegna una sceneggiatura a orologeria, per ricchezza di spunti e quesiti morali, gli attori fanno il resto, producendosi in una prova di concentrata bravura: Rachel Weisz, Timothy Spall, Tom Wilkinson e Andrew Scott, rispettivamente nei panni di Lipstadt, Irving e i due avvocati difensori che sposano la causa cercando di individuare la migliore linea di difesa.
Il film è sottile e appassionante; la visita ad Auschwitz, per recuperare prove da esibire in aula, è condotta sul filo di una commozione tenuta sobriamente sotto controllo; e la protesta silenziosa dei sopravvissuti, non chiamati a testimoniare per evitare show umilianti a vantaggio dell’istrione Irving, alla fine bene spiega il sottotitolo italiano, che recita, parafrasando un aforisma di Stanislaw Jerzy Lec, «a volte è necessario rimanere in silenzio per far sentire la propria voce». Specie in Gran Bretagna.
Per la cronaca: nel 2001 David Irving fece ricorso contro la sentenza, la sua domanda fu rifiutata, un anno dopo lo “storico” dichiarò bancarotta. Negli anni venire scrisse un libro autobiografico, intitolato “Perseguitato” (sic), purtroppo pubblicato anche in Italia.
L’angolo di Michele Anselmi / Scritto per Cinemonitor
foto di Michele Anselmi.
foto di Michele Anselmi.
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