DI CHIARA FARIGU

CHIARA FARIGU

Chissà perché quando pensiamo ai bambini che vivono in uno stato di indigenza assoluta, privati anche dei beni essenziali per vivere, il nostro sguardo corre lontano, verso i Paesi del 3° mondo e magari afflitti da guerre che non accennano a finire. Troppo abituati a rimpinzare i nostri figli e i nostri nipoti assecondando ogni genere di desideri e qualunque capriccio, possibilmente ancor prima che siano espressi, non ci accorgiamo che la povertà ha messo radici anche qui, a pochi passi da noi, nel nostro Stivale.

La denuncia di Atlante dell’infanzia di Save the Children è forte e chiara. Di quelle che non lasciano adito a interpretazioni: in Italia un minore su tre è a rischio povertà ed esclusione sociale. Andando poi nello specifico la situazione si fa ancora più drammatica: i bambini di quattro famiglie povere su dieci soffrono il freddo d’inverno per la mancanza di fonti di riscaldamento e 5,5 milioni di bambini e ragazzi sotto i 15 anni vivono in aree ad alta e medio-alta pericolosità sismica.

E ancora non basta. Un bambino su venti non possiede giocattoli né spazi ludici da vivere all’aria aperta, mentre più di uno su dieci non può permettersi di praticare nessun tipo di sport o di frequentare corsi extrascolastici. Quasi un bambino su dieci non può indossare abiti nuovi o partecipare alle gite scolastiche e quasi un bambino su tre non sa cosa voglia dire trascorrere una settimana di vacanza lontano da casa. Terribile tutto questo. E imperdonabile permettere che ciò avvenga.

Il rapporto di Save Children non si ferma ad analizzare solamente la 1^ infanzia, di per sè fortemente penalizzata da politiche inadeguate e da un welfare quasi inesistente, nonostante alcuni recenti provvedimenti a favore delle famiglie che vivono in uno stato di povertà assoluta. Lo sguardo dell’ Organizzazione Internazionale è andato oltre, riuscendo ad analizzare la fascia d’età che va dai 18 ai 24 anni, anch’essa fortemente compromessa da fattori penalizzanti. Tra questi l’abbandono precoce degli studi, con una percentuale intorno al 14,7% che supera quella europea che si attesta all’11% (nelle regioni del Sud raggiunge anche il 20%). Considerevoli pure le difficoltà di apprendimento incontrate, soprattutto in matematica e nella lettura e comprensione di un testo.

L’Italia sempre più si sta caratterizzando come un Paese non adatto per i giovani. Né per quelli stretti nelle fitte maglie dell’indigenza né tantomeno per quanti hanno conseguito un titolo di studio poi difficilmente spendibile nell’area di lavoro corrispondente. E per questo costretti a oltrepassare i confini per crearsi un futuro. Ma anche per gran parte dei nostri bambini non va certo meglio. Il rapporto parla chiaro. Non stupiamoci pertanto se il 2015 ha fatto registrare il record negativo di nati registrati all’anagrafe: 485.780 bambini, un livello di guardia mai oltrepassato dall’Unità d’Italia. Il tasso di natalità, pari a 8 nati ogni 1.000 residenti nel 2015, si sta abbassando di anno in anno dal 2008, quando era pari a 9,8 su 1.000.
Il nostro Belpaese sempre più un Paese per vecchi e di vecchi. Difficile mantenersi ottimisti e credere che “nonostante tutto” siamo prossimi alla ripresa. No. Perlomeno sino a quando non aboliremo quel “nonostante tutto”

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