DI SILVIA GIROTTI
SILVIA GIROTTI
Potrebbe essere James Woolsey il prossimo ministro della Difesa nel governo Trump. 75 anni e una fede repubblicana messa da parte in favore dello skill quando è stato vice-ministro della Marina con Billy Carter e direttore della Cia con Bill Clinton. Nella campagna, il tycoon l’ha voluto accanto come consigliere per la Sicurezza Nazionale. Con lui deve aver messo a punto la sua strategia per arginare il caos nel Medioriente. Non si è certamente peritato Donald Trump ad esternare il suo pensiero nei confronti delle strategie militari del duo “Obama-Clinton” che è arrivato persino ad accusare – chiedendo poi scusa – di essere il solo responsabile della creazione dell’Isis, tesi sostenuta in più di un’occasione anche da Putin. Fino a ieri gli Usa avevano ritenuto opportuno procedere nel territorio siriano con le sole incursioni aeree. Era stato proprio Woolsey a farsi promotore, sin dal 2014 – anno dell’autoproclamazione del Califfato di Al Baghdadi – della tesi secondo la quale sarebbero bastati i bombardamenti per estenuare i miliziani dell’Isis. Colpisce che ora abbia cambiato idea, sostenendo quanto affermato dal neo eletto Presidente per buona parte della campagna elettorale. Secondo “The Donald” per sconfiggere Daesh in Iraq e in Siria, occorrono maggiori sforzi, contemplanti, laddove necessario, l’invio di truppe via terra. Ma in lizza per la stessa posizione ci sarebbe anche Jeff Sessions, qualora venisse distolto dalla nomina a Procuratore Generale. La lotta ingaggiata da Obama non ha sortito molti effetti. Nella guerra, migliaia e migliaia di innocenti, fra cui tantissimi bambini, sono stati sterminati. A nulla sono valse le grida disperate di madri, costrette a veder morire di stenti i propri figli, sotto gli occhi glaciali di una superpotenza che nella rivolta sociale aveva colto un utile pretesto di destabilizzazione. Cristiani, colpevoli di non aver aderito a un fondamentalismo, dimentico delle proprie origini, sono stati massacrati dalla scure implacabile di un integralismo nero, generatosi nell’oblio di Allah, lontano anni luce dalla cultura del profeta Maometto che nulla aveva contro le “Genti del Libro”, nelle quali coglieva, anzi, un’opportunità di confronto. “O uomini, vi abbiamo creato da un maschio e una femmina e abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinché vi conosceste a vicenda” (Corano. Sura XLIX Al-Hujurât – Le Stanze Intime – 13). Non poteva essere altrimenti, considerando l’ampia diffusione in terra d’Arabia, di Cristianesimo ed Ebraismo, nel momento in cui l’Islam vide i natali.Nessuna condanna era contemplata per gli “infedeli”, termine al quale i jihadisti odierni ricorrono assai frequentemente. Avrebbero voluto sconfiggerli da tempo le comunità cristiane dell’Iraq e della Siria che negli ultimi due anni hanno più volte suggerito alla coalizione una diversa strategia di attacco, nella consapevolezza che i miliziani dell’Isis non sarebbero caduti sotto i soli bombardamenti. Era stata Sua Beatitudine Louis Raphael I Sako, patriarca della Chiesa cattolica caldea irachena, a supplicare negli anni scorsi gli americani e i sauditi di ricorrere all’impiego di forze militari a terra. Le recenti vittorie contro il Califfato a Falluja e a Mosul hanno dimostrato che aveva ragione. Adesso le somme possono essere tirate. E appare inconfutabile che l’intento di Obama fosse quello di abbattere Assad, in soccorso del quale Putin schierò le sue truppe. Il Califfato non avrebbe avuto altrimenti vita lunga, né avrebbe schivato attacchi che spesso pareva prevedere, lasciando in anticipo le basi poi bersagliate. L’Isis non doveva soccombere. E forse un motivo c’era: l’utilità allo scopo. Il 17 settembre 2015 alcuni analisti russi, ripresi dall’agenzia di stampa TASS, dissero che “il processo di trasformazione del gruppo terroristico dell’Isis in uno Stato con un proprio esercito, polizia, bilancio, tasse e strutture sociali non sarebbe mai avvenuto senza l’aiuto dell’Occidente e delle monarchie del Golfo Persico […] Nonostante fosse ad un livello embrionale, l’Isis già riceveva finanziamenti e rifornimenti da diversi paesi. Tra questi il Qatar, lo stesso paese che ospita il comando delle forze armate degli Stati Uniti in Medio Oriente”. Venne poi a sapersi, come riprese anche Franco Iacch sul sito difesaonline di un trasferimento di denaro allo Stato Islamico per una somma pari a 300 milioni di dollari dal Qatar, attraverso una serie di conti. Il principale registrato presso una banca svizzera a Berna, poi sequestrato. “Lo Stato Islamico, oggi, ha risorse finanziarie proprie – seguitano i russi – Oltre alle azioni tipiche dei terroristi (sequestri, estorsioni, opere d’arte), il califfato ricava cospicui utili dalla vendita del petrolio alla Turchia, Giordania e Siria […] Suvvia. La coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, creata apparentemente per combatter lo Stato islamico, è una farsa. Dei 60 paesi membri, solo due o tre effettuano raid con truppe di supporto sul campo. Solo una nuova coalizione internazionale con Siria, Arabia Saudita, Giordania, Egitto, Russia e Stati Uniti sarebbe in grado di sconfiggere lo Stato islamico […] Il bilancio dell’Isis? Centinaia di miliardi di dollari. Fondi illimitati che gli consentono di disporre di un esercito di 150 mila militanti a libro paga. Senza il sostegno esterno, lo Stato islamico non sarebbe mai stato in grado di mantenere i territori sequestrati […] Cosa è lo Stato islamico? Lo strumento principale di Washington creato per destabilizzare la situazione in Medio Oriente. Lo scopo degli Stati Uniti è quello di stravolgere la situazione nella Regione con l’obiettivo finale di riconquistare posizioni chiave in Medio Oriente […] In Europa il piano ha funzionato. Centinaia di migliaia di profughi dalla Siria e dal Nord Africa richiedono costi colossali per sostenere il programma di assistenza, che porterà ad un danno economico nell’Unione europea. Gli Stati Uniti potranno portare avanti facilmente il progetto di cooperazione transatlantica”. Parole pesantissime che trovarono riscontro anche in alcune lettere scritte a mano da ufficiali del Califfato delle quali diede menzione Sky News lo scorso maggio, riferite ad un accordo tra Damasco e Raqqa sulla riconquista di Palmira e sul commercio di petrolio. Sarebbero state fornite da un gruppo facente parte del Free Syrian Army, i cosiddetti “ribelli moderati” che combattono tanto contro Assad quanto contro lo Stato Islamico. “L’autenticità di questi documenti è impossibile da accertare – si premurò di scrivere Sky News – ma tutti i leaks precedenti che abbiamo ottenuto da questo gruppo si sono poi rivelati veritieri”.La riconquista dell’antica città siriana di Palmira sarebbe stata dunque il frutto di accordi pregressi. In una delle lettere, scritta presumibilmente da un ufficiale dello Stato Islamico, è riportato un ordine preciso, giunto pochi giorni prima della riconquista del sito archeologico: “Ritirate tutta l’artiglieria pesante e le mitragliatrici antiaeree da Palmira e dai territori circostanti e portatele verso Raqqa”. L’argomento venne ampiamente trattato dal nostro giornale. Con l’avvento di Trump lo scenario si è invertito e un nuovo obiettivo è stato messo a fuoco: abbattere l’Isis. E in questo, Assad può giocare un ruolo utile. Per non parlare di Putin. L’ascia di guerra, almeno da quanto s’intravede, potrebbe finalmente tornare nel baule dei ricordi. Non fosse altro che per i prossimi quattro anni. In quanto alla politica interna, il know-how – soprattutto se maturato nelle fila dell’opposta fazione, non solo è utile, ma può rivelarsi indispensabile.